domenica 20 maggio 2012

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Why not? – Lo scialle bianco e blu

Esco di casa e sul marciapiede, rannicchiata in un angolo, vedo una ragazza filiforme avvolta in un grande scialle bianco e blu. Se ne sta in silenzio con il capo chino. E’ due giorni che non mangia.
Sua mamma è andata al villaggio – che dista sei sette ore di macchina per chi ce l’ha – in cerca di cibo, mentre lei è rimasta con i fratellini.
Con noi non parla. Chiede solo di Padre John.
Con gli occhi bassi per la vergogna di chi non dovrebbe avere vergogna perché conosce solo la dignità, dice che ha fame.
Non riesco ad abituarmi e ogni giorno mi continuo a stupire: c’è ancora, oggi, chi ha fame. Chi ha sete. Chi è in cerca di un tetto.
Padre John l’ascolta. Con il suo scialle bianco e blu è venuta a piedi da Kireka, è una delle tante persone che ogni giorno bussano alla porta della missione.
Rientro in camera e leggo su internet che 73 immigrati che cercavano di raggiungere la Sicilia sono morti in mare. Erano uomini, donne e bambini in cerca di cibo, di acqua e di un tetto. Erano persone che bussavano. Mi viene in mente una canzone “(…) eppure lo sapevamo anche noi il colore dell’offesa e un abitare magro e magro che non diventa casa, e la nebbia di fiato alle vetrine e il tiepido del pane e l’onta del rifiuto (…)”. Eppure lo sapevamo anche noi. Ma lo abbiamo dimenticato.

Se provate a chiudere gli occhi cercando di immaginare, nell’oscurità di un cielo stellato, una giovane esile donna con il capo chino, tra sospiri di paura e vergogna, avvolta in un grande scialle bianco e blu, vedrete la foto più toccante che sono riuscita fino ad ora ad inviarvi.

serena


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