domenica 05 settembre 2010

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Ugandabout – aprile 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nell’aprile 2010.

SUDAFRICA, A CACCIA DI MINIERE
5 aprile 2010

CAPITALI AFRICANI, RICCHEZZA OCCIDENTALE
6 aprile 2010

UGANDA, TRENTA MORTI A CAUSA DI UNA BEVANDA ALCOLICA ADULTERATA
12 aprile 2010

OPPOSIZIONE NOMINA CANDIDATO PER ELEZIONI PRESIDENZIALI
16 aprile 2010

INCORONATO PIÙ GIOVANE SOVRANO MONDO, RE DI TOORO
18 aprile 2010

DAI BAMBINI SOLDATO AI MIGRANTI, DRAMMI AFRICANI CHE CI RIGUARDANO TUTTI
20 aprile 2010

DALLE FERROVIE ALL’ENERGIA: UN NUOVO PIANO DI SVILUPPO
20 aprile 2010

MSF CONTRO IL SISTEMA DEI TG: PIÙ TEMPO PER I SALDI CHE PER LA FAME
20 aprile 2010

CONTRATTI E POLITICA, PRESIDENTE IRANIANO IN ZIMBABWE E UGANDA
22 aprile 2010

EMPRETEC WOMEN IN BUSINESS AWARDS 2010
29 april 2010

PER LO SVILUPPO ELETTRICITÀ E FERROVIE: UN INCONTRO A KAMPALA
29 aprile 2010


SUDAFRICA, A CACCIA DI MINIERE
5 aprile 2010

La ricchezza di risorse dell’Africa da sempre fa gola a tutte le potenze mondiali. Dai paesi che avevano colonizzato il continente ai nuovi imperi globali, da Francia e Inghilterra a Stati Uniti e Cina. Ma ora emerge con prepotenza anche una potenza regionale, forse l’unica vera potenza africana, il Sudafrica.
Per molti analisti, dopo i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), le nuove economie emergenti sarebbero i paesi racchiusi sotto la sigla STIM: Sudafrica, Turchia, Indonesia, Messico. Proprio per ricoprire degnamente il ruolo di nuova potenza che anche gli osservatori internazionali gli riconoscono, il Sudafrica è appunto impegnato da tempo in una serie di investimenti – pubblici e privati – in tutto il continente, tanto per assicurarsi risorse quanto per ribadire lo status di leadership regionale.
L’ultimo esempio è la visita ufficiale del presidente sudafricano Jacob Zuma in Uganda. L’Uganda è un paese che si è recentemente scoperto ricco di risorse minerarie, petrolio incluso, suscitando gli appetiti e gli interessi di molte compagnie estere, se non proprio di interi paesi e governi.
È presente anche l’Eni, ma sono soprattutto le aziende controllate da Pechino ad aver puntato molto sul petrolio ugandese. Adesso anche il Sudafrica è pronto a competere in Uganda, con la Cina e qualsiasi altra potenza. Nella sua visita di quattro giorni fa, Zuma è stato chiaro e ha giocato molto sull’auspicata unità politica dei paesi africani. Occorrono impegni comuni per combattere la povertà, per migliorare l’istruzione, per rilanciare le economie africane: “È solo unendo i nostri popoli e combinando i nostri sforzi che riusciremo a vincere questa grandissima sfida“. Le parole di Zuma sono certamente di circostanza, dal momento che sono risuonate simili già in visite precedenti in altri stati africani. Ma in questo caso dicevano molto di più, soprattutto al suo collega ugandese Museveni.
Zuma si è recato a Kampala accompagnato da una delegazione di investitori, imprenditori e uomini d’affari già abituati al mercato ugandese. In effetti, gli investimenti nel settore minerario e petrolifero renderanno ancora più solidi i rapporti commerciali già esistenti tra i due paesi. In Uganda sono presenti almeno cinquanta aziende sudafricane, attive nel settore dell’energia, del commercio, delle telecomunicazioni e della finanza. Le esportazioni sudafricane in Uganda ammontando ad oltre 170 milioni di dollari, mentre il Sudafrica importa da Kampala beni e risorse per circa 13 milioni di dollari.
Il Sudafrica è stato tra i primi e pochi paesi ad aver avuto accesso ai risultati delle analisi scientifiche che hanno dimostrato la ricchezza del sottosuolo ugandese. Le attività di  estrazione mineraria, escluso il settore petrolifero quasi monopolio cinese, sono condotte perlopiù con metodi artigianali da piccoli minatori, eppure i ricavi del settore superano i 40 milioni di dollari. Gli investimenti cinesi sono naturalmente i più cospicui e dunque graditissimi, ma la direttrice esecutiva dell’autorità ugandese per gli investimenti (UIA), Maggie Kigozi, ha accolto con favore la presenza sudafricana anche in settori con forte presenza cinese.
Secondo Kigozi, il Sudafrica ha una grandissima esperienza nel settore minerario e potrebbe garantire sviluppo e investimenti in Uganda. Museveni ha aggiunto: “So che il Sudafrica è il quarto paese al mondo per produzioni minerarie e sta cercando opportunità nel settore in tutto il mondo“. Quando l’Uganda metterà a disposizione nuove licenze minerarie, a Pretoria saranno i primi a saperlo. Museveni ha detto che l’Uganda, fedelmente alle ricette della Banca Mondiale e del Fmi, garantirà un’economia di mercato liberalizzata, incentivi fiscali e non porrà limiti all’esportazione di capitali.
A margine della sua visita, teoricamente motivata dalla gratitudine politica all’Uganda per il sostegno storico all’African National Congress (Anc) e alla lotta contro l’apartheid, Zuma ha presenziato all’inaugurazione della Uganda Chamber of Mines and Petroleum, una lobby milionaria che dovrebbe influenzare le politiche economiche di Kampala.
L’impegno dei due paesi, dunque, non è affatto disinteressato, soprattutto non lo è quello del Sudafrica. Non è casuale che le cifre degli investimenti sudafricani nelle miniere ugandesi siano ancora indefiniti. Il rischio è, però, che il governo di Pretoria si appresti ad esercitare un controllo ‘neocoloniale’ sulle risorse e sulle opportunità economiche del continente africano.
fonte http://it.peacereporter.netGiorgio Caccamo

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CAPITALI AFRICANI, RICCHEZZA OCCIDENTALE
6 aprile 2010

E’ un paradosso crudele, come quello di un padre di famiglia che rischi di far morir di sete i suoi figli perché l’acqua che ha, la da’ a chi ne ha meno bisogno. A questo viene da pensare, leggendo un rapporto, appena pubblicato, sulla fuga di capitali dall’Africa. Soldi fantasma. Il dossier s’intitola ‘Illicit Financial Flow from Africa: Hidden Resources for Development’ ed è stato redatto dal Global Financial Integrity, centro studi no-profit di Washington, che ha cercato di analizzare e quantificare i capitali africani che improvvisamente si volatilizzano, disperdendo risorse finanziarie che dovrebbero essere investite in quel continente.
Le cifre fornite dallo studio sono semplicemente spaventose: nel periodo che va dal 1970 al 2008, l’Africa avrebbe perso qualcosa come 854 miliardi di dollari. Ma questa è un’approssimazione per difetto, perché gli analisti sono riusciti a quantificare soltanto i capitali spariti attraverso la pratica del ‘mispricing’ (falsificazione dei prezzi) dei beni materiali, che è solo uno dei tanti sistemi attraverso i quali i soldi vengono spostati in maniera illecita.
Ci sono altre strade, come il mispricing dei servizi e il contrabbando, la cui incidenza resta di difficile misurazione, perché l’individuazione di queste pratiche è molto più complicata. La cifra a cui arriva il think tank americano, azzardando una ipotesi circa l’ammontare complessivo dei capitali usciti dai Paesi africani illegalmente, è impressionante: 1800 miliardi di dollari, che per una serie di trucchi hanno permesso a dittatori, leader democratici, militari, alti burocrati e imprenditori, africani ma non solo, di accumulare immense fortune all’estero, al riparo dalle frequenti crisi che scuotevano (e scuotono) periodicamente Paesi caratterizzati da economie deboli e da una forte instabilità politica.
Un fiume di soldi che ha alimentato la crescita dei Paesi più sviluppati e che, paradossalmente, fa dell’Africa un continente virtualmente creditore, pur essendo imprigionato dal suo debito.

Miseria reale
Il massiccio flusso di soldi di provenienza illecita dall’Africa – scrive il direttore di Gfi, Raimond W. Baker – è facilitato da un sistema finanziario internazionale ombra, che comprende paradisi fiscali, segretezza di giurisdizione, finte corporation, false fondazioni, conti intestati a trust anonimi, transazioni commerciali truccate e diverse tecniche di lavaggio del denaro“. La questione non è di natura etica o almeno non solo. “L’impatto di questa struttura e dei fondi che sposta dall’Africa – continua il report – è devastante. Drena importanti riserve monetarie, aumenta l’inflazione, rende difficile la raccolta delle tasse, impedisce investimenti, mina il libero commercio“. Ma soprattutto, queste pratiche colpiscono il segmento sociale più povero e marginale, perché assorbono risorse che potrebbero essere utilizzate per la lotta alla povertà e per incentivare la crescita economica.
Basti pensare che con gli 854 miliardi di dollari persi solo attraverso il mispricing dei beni, l’Africa avrebbe potuto ripianare il suo debito estero (250 miliardi di dollari) e impiegare i 600 miliardi di dollari rimanenti per combattere la fame e la povertà.
L’analisi
Al totale di 854 miliardi di dollari, il Global Financial Integrity ci è arrivato concentrandosi sui flussi di capitali illeciti in uscita che ha documentato seguendo due strade. Volendo semplificare, il GFI ha confrontato i flussi economici in ingresso, rintracciabili guardando le variazioni del debito con l’estero e il netto dell’investimento diretto di capitali stranieri, con il registro delle spese. La differenza tra i flussi finanziari in entrata e le risorse impiegate nel finanziamento del deficit corrente o nell’aumento delle riserve valutarie delle Banche centrali, equivale al capitale che si è volatilizzato su conti esteri.
L’altra strada percorsa è quella dell’analisi del mispricing, cioè di quella pratica che permette di occultare capitali in uscita aumentando sui documenti doganali il valore delle importazioni e riducendo quello delle esportazioni. In tutti e due i casi, i dati a disposizione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale consentono di scoprire la frode. Che rimane invece di difficile individuazione quando ad essere truccati non sono più i prezzi sui documenti doganali, ma quelli contrattati direttamente tra la società venditrice e quella acquirente.
Quando la prima è complice della seconda, non si riesce a più capire quando e quanto una transazione commerciale nasconda un flusso di capitali illeciti. Questa è una via utilizzata soprattutto dalle grandi multinazionali per spostare fondi da un Paese all’altro.
Pur con tutte le cautele e gli avvertimenti sulla mancanza di dati da alcuni Paesi africani e sulla difficoltà di rintracciare con certezza l’esistenza e la consistenza di flussi finanziari illeciti, i ricercatori del GFI tracciano un quadro a tinte fosche. Dal 1970 al 2008, l’Africa ha perso, in media, 29 miliardi di dollari l’anno, 22 dei quali dai soli stati dell’Africa Sub-Sahariana, in particolare della regione centro-occidentale. Il fenomeno è cresciuto costantemente, con una media del 12,1 per cento all’anno. Ci sono, tuttavia, segnali di miglioramento.
Diverse grandi economie, soprattutto quelle legate all’esportazione di idrocarburi come la Nigeria o l’Angola, nel 2008 hanno registrato una forte e crescita, che ha reso possibile misure macroeconomiche e riforme strutturali, condizioni che, generalmente, provocano un rientro di capitali. Ciononostante, per raggiungere gli obiettivi fissati dallo United Nations’ Millennium Development Goals per il 2010, All’Africa mancano ancora 348 miliardi di dollari e dai Paesi donatori, alle prese con la crisi economica globale, è difficile aspettarsi un aiuto risolutore. Anche di questo dovranno discutere i ministri delle Finanze africani, che a breve s’incontreranno in Malawi, in occasione della terza conferenza annuale, così come è prevedibile che la questione verrà posta anche al prossimo G20 che si terrà a giugno in Canada.
fonte http://it.peacereporter.netAlberto Tundo

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UGANDA, TRENTA MORTI A CAUSA DI UNA BEVANDA ALCOLICA ADULTERATA
12 aprile 2010

Oltre trenta persone sono morte e una quindicina hanno perso la vista a causa del consumo di alcol adulterato. La tragedia si è verificata la domenica di Pasqua nel distretto di Kabale, in Uganda, Paese in cui è estremamente diffuso il waragi, un distillato economico, venduto in sacchetti. Solo con il passare dei giorni, però, sono risultate chiare le proporzioni della tragedia.
La bevanda viene spesso mischiata con etanolo industriale e questo spiega perché, periodicamente, nel paese africano si registrino tragedie simili. Il bilancio potrebbe crescere, dal momento che nel centro ospedaliero di Kanyankwanzi, in quello di Kabale così come nell’ospedale dei missionari a Rugarama sono ricoverate ancora decine di persone, con difficoltà respiratorie e febbre alta. Alcune delle vittime avevano mescolato l’omuramba (un porridge ricavato dal sorgo) con il waragi liscio e con altre sostanze alcoliche velenose per aumentare gli effetti inebrianti del mix.
Eppure, la vendita e il consumo di waragi, distribuito in sacchetti costano tra i 200 e i 500 scellini ugandesi, era stata vietata a settembre dell’anno scorso, proprio in seguito alla morte di altre sedici persone, decedute nell’arco di due settimane, tutte avvelenate dallo stesso gin locale, corretto con sostanze chimiche tossiche.
fonte http://it.peacereporter.net

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OPPOSIZIONE NOMINA CANDIDATO PER ELEZIONI PRESIDENZIALI
16 aprile 2010

Il principale partito di opposizione, il Forum per il cambiamento democratico (Fcd), ha nominato il suo presidente, Kizza Besigye, come candidato per le elezioni presidenziali in programma nel 2011.
La nomina di Besigye – già candidato contro il presidente uscente Yoweri Museveni nelle ultime due contestazioni – era ampiamente attesa secondo gli osservatori della terza potenza economica del continente. “Nelle passate elezioni ho sempre vinto, ma la nostra vittoria è stata rubata, come ha sancito la Corte suprema che ha accolto tutti i nostri ricorsi” ha detto Besigye, su cui sono concentrate le attese di tutti i partiti di opposizione riuniti in un’alleanza che prevede la presentazione di un candidato unico per la presidenza. Dopo le elezioni del 2006, l’opposizione consegnò diverse denunce di presunte malversazioni ai giudici della Corte suprema la quale ammise l’esistenza di irregolarità ma non tali e tante da giustificare l’annullamento del voto.
Negli ultimi anni l’Uganda – governata da Museveni ininterrottamente dal 1986 – ha saputo attrarre sempre più investimenti esteri grazie alla scoperta di significative riserve petrolifere e una notevole stabilità economica e politica.
fonte www.misna.org

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INCORONATO PIÙ GIOVANE SOVRANO MONDO, RE DI TOORO
18 aprile 2010

Al compimento del suo 18.mo anno d’età, davanti ad alcune migliaia di sudditi e invitati, è stato incoronato Oyo Nyimba Kabamba Iguru Rukidi IV, re di Tooro, una delle quattro monarchie tradizionali all’interno dell’Uganda, che nel 1995, all’età di tre anni era divenuto il sovrano più giovane al mondo.
Fra i numerosi invitati alla cerimonia, svoltasi nella capitale del regno, Fort Portal, anche il presidente ugandese, Yoweri Museveni, e diversi rappresentanti di governi africani. Nel ‘95 Oyo Rukidi IV era successo al padre, Olimi III, morto improvvisamente per una crisi cardiaca, il quale aveva regnato solo due anni pur essendo a sua volta salito al trono per successione nel 1965. Un anno dopo infatti fu abolito il regno di Tooro, reintegrato poi nel ‘94 insieme alle altre tre monarchie tradizionali ugandesi di Buganda, Bunyoro e Busoga.
Dopo 15 anni di reggenza, Oyo Rukidi IV ha dunque assunto le sue funzioni: “Il nostro sovrano ha avuto accesso al trono all’età di tre anni, ma ha dovuto attendere i 18 anni per cominciare a lavorare in modo indipendente“, ha dichiarato il portavoce della monarchia, Frederick Nyakabwa Atwoki. “Nel regno (di Tooro) ci sono 94 clan. Ogni clan ha un capo…e il nostro re è il capo di tutti i clan“, ha precisato il portavoce. I capiclan si sono tutti allineati davanti al sovrano dopo che questi ha terminato la lettura di una preghiera cattolica e di una protestante. Con il presidente Museveni alla sua destra, il sovrano appena incoronato, che teneva ha battuto per nove volte su ciascuno dei tamburi che ogni capoclan gli presentava.
Il giovane, alto e snello sovrano, che indossava un mantello blu con ricami in oro, Oyo Rukidi IV è apparso un po’ impacciato ed ha appena accennato un sorriso. “E’ molto gentile, ma è un uomo molto riservato” spiega Evah Baguma, amica della famiglia reale. “E’ un uomo normale e adora l’Arsenal“, la squadra di calcio londinese, ha detto la principessa Dorothy Kagoro. Il portavoce Nyakabwa ha spiegato che il sovrano inizierà i suoi studi universitari in settembre e dovrà scegliere un nuovo reggente per sostituirlo temporaneamente.
Il regno di Tooro fu abolito come gli altri tre nel 1966 dall’allora premier e uomo forte ugandese Milton Obote, in conflitto con l’allora presidente Edward Mutesa, che era a sua volta sovrano del regno tradizionale di Buganda. Tooro si estende oggi su tre distretti (prima dell’abolizione ne contava cinque) occidentali dell’Uganda, al confine con il Congo, sui contrafforti delle Montagne della Luna, la catena del Ruwenzori, che raggiunge i 5.000 metri.
petrolifere e una notevole stabilità economica e politica.
fonte www.ansa.it

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DAI BAMBINI SOLDATO AI MIGRANTI, DRAMMI AFRICANI CHE CI RIGUARDANO TUTTI
20 aprile 2010

Il grido di questi bambini soldato è anche quello di tutti i bambini in fuga da situazioni difficili, magari cercando rifugio a casa nostra. Noi dobbiamo saperli accogliere, non a colpi di respingimenti e ‘pacchetti sicurezza’ ma con rispetto e umanità”: lo ha detto padre Alex Zanotelli, ospite oggi a Roma alla presentazione di due volumi pubblicati dalla Edizioni Paoline, sul tema dei bambini soldato in Africa.
Una problematica ancora molto attuale anche se poco rilanciata dai grandi media italiani, ha sottolineato il missionario comboniano, denunciando la “società di sordi e ciechi” che rischia di prevalere nel nostro paese.
‘Uccidi o sarai ucciso’, del sacerdote statunitense con esperienza missionaria in Uganda Donald Dunson, raccoglie testimonianze di minorenni arruolati dall’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), la ribellione fondata nel 1986 da Joseph Kony che, dopo oltre un ventennio di violenze e sequestri commessi nei distretti della comunità Acholi del Nord Uganda, continua a terrorizzare popolazioni nel nord della Repubblica Democratica del Congo, nel sud del Centrafrica e nel Sud Sudan.
Vittime, società civili, reti missionarie, tutti si chiedono il ‘perché’ di un conflitto persistente per così tanti anni, che solidi eserciti non sono tuttora in grado di fermare” ha detto il giornalista Giampiero Forcesi, conoscitore dell’area e in particolare della regione nordorientale congolese del Kivu. Individuare le responsabilità è compito arduo, hanno ammesso gli stessi relatori, ma si possono delineare piste ben chiare. A partire dalle responsabilità delle ex potenze coloniali (Inghilterra in Uganda, Belgio in Rwanda) nel privilegiare alcune etnie a discapito di altre, fomentando conflittualità tra gruppi che coesistevano senza problemi, ma soprattutto interessi economici per multinazionali, grandi potenze e gli stessi governi locali.
In ‘Corri, Lidja, Corri’, il secondo libro presentato dalla casa editrice delle Paoline, l’autore, il congolese Paul Bakolo Ngoi, si rivolge a lettori in tenera età, raccontando il dramma dei bambini soldato attraverso gli occhi una bambina sequestrata.“Sotto i nostri occhi si consumano tragedie che non dobbiamo lasciar passare: quello che viene fatto ai bambini soldato è il massimo della disumanizzazione. Nell’era della globalizzazione, non lasciamo questi problemi soltanto all’Africa, sono problemi di tutti noi. E per cominciare a risolverli, dobbiamo aiutare l’Africa a rimettersi in piedi” ha concluso padre Zanotelli.
fonte www.misna.org

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DALLE FERROVIE ALL’ENERGIA: UN NUOVO PIANO DI SVILUPPO
20 aprile 2010

Infrastrutture e risorse umane, strade e scuole, energia e sanità: sono i settori chiave sui quali promette di intervenire il ‘Piano di sviluppo nazionale’, un progetto governativo di durata quinquennale e del valore di 54.000 miliardi di scellini, circa 18 miliardi e mezzo di euro.
Il Piano è stato presentato ieri a Kampala dal presidente Yoweri Museveni, secondo il quale “bisogna lasciare ai privati la guida della crescita mentre il governo dovrebbe creare l’atmosfera adatta”. Il progetto prevede che entro il 2015 il Prodotto interno lordo (Pil) annuo pro capite aumenti da un milione a un milione e 800.000 scellini (da 375 a 668 euro), facendo dell’Uganda un paese industrializzato e a reddito medio. Secondo i quotidiani ‘New Vision’ e ‘Monitor’ ,i più diffusi a Kampala, nella strategia del governo gli investimenti nelle infrastrutture hanno un ruolo centrale. Ieri, Museveni ha sottolineato che in ogni distretto sarà creato organismo responsabile dell’ampliamento delle reti viarie.
Tra gli impegni menzionati nel Piano ci sono la creazione di un servizio di autobus veloci a Kampala, lo sviluppo delle ferrovie e del trasporto su acqua nel Lago Vittoria, nonché la costruzione di una raffineria e di un oleodotto che colleghi alla capitale i giacimenti della regione orientale di Eldoret. Nelle intenzioni del governo la copertura dei costi dovrà essere garantita in parte dalle entrate derivanti dall’esportazione di petrolio; di recente, ha ricordato Museveni, nell’ovest dell’Uganda sono state scoperte riserve di greggio per due miliardi di barili.
Le linee guida del Piano sono state giudicate con favore da alcuni organismi e gruppi di lavoro panafricani. Adebayo Adedeji, presidente dell’Africa Peer Review Mechanism, ha messo in guardia da promesse azzardate e operazioni propagandistiche ma ha anche detto che “un paese senza un progetto è destinato a morire”.
fonte www.misna.org

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MSF CONTRO IL SISTEMA DEI TG: PIÙ TEMPO PER I SALDI CHE PER LA FAME
20 aprile 2010

Tre anni fa, era il 26 giugno, Mirka Brzezinski, stava conducendo ‘Morning Joe’, un programma della Msnbc, celebre rete statunitense. Ad un certo punto, tutti si accorsero che la bella e famosa anchorwomen non stava più leggendo sul ‘gobbo’. Cominciò infatti a protestare dicendo che la notizia sulla scarcerazione di Paris Hilton non l’avrebbe letta. Urlò che era inaccettabile che la scaletta del Tg la prevedesse d’apertura, addirittura prima di quella sulla rottura clamorosa dei rapporti fra un senatore repubblicano e Gorge W. Bush, a proposito della guerra in Iraq. Finì sui giornali e le tv di tutto il mondo, anche se in molti pensarono, forse non a torto, che si trattò solo di una furba messa in scena.
L’episodio, tuttavia, mise comunque in evidenza un problema: che il sistema globale dell’informazione sembra sempre più narcotizzato e vittima di meccanismi che cancellano palesi priorità e sconvolgono gerarchie di valori. Tutto in ossequio ad un’audience, tenuta sotto controllo dai potenti ’sensori’ della pubblicità. Medici Senza Frontiere (MSF) presenta oggi il nuovo rapporto annuale ‘Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2009′ e, per la prima volta, assume la forma di un libro costruito con diverse testimonianze del mondo accademico-scientifico e di giornalisti.
Un patriottismo angusto
C’è un dato, prima di tutto, che emerge e svela gli angusti orizzonti nei quali si muove l’informazione in Italia e cioè che è solo la riconducibilità a persone residenti nel nostro Paese o, al massimo a cittadini occidentali, che rende pubblicabile una notizia. L’analisi evidenzia infatti un dato stabile: le notizie sulle crisi umanitarie nel 2009 sono state il 6% del totale, percentuale identica a quello del 2008 (6%), ma sempre in linea con il calo di attenzione prestato alle aree di crisi in questi anni (il 10% nel 2006 e l’8% nel 2007).
Il livello di attenzione nei TG, strumenti di formazione delle opinioni per circa il 70% dei residenti in Italia, con meno di un decimo di notizie dedicate alle crisi, non dà segni di miglioramento nemmeno nel 2009.
Aviaria contro tubercolosi
Il 2006 fu l’anno in cui il sistema mediatico mondiale fu egemonizzato dal rischio, riconosciuto come solo potenziale, della pandemia legata all’influenza aviaria, alla quale furono dedicati 410 servizi televisivi: più di uno al giorno. Contemporaneamente, diverse Ong internazionali, MSF fra queste, segnalava che la tubercolosi aveva colpito, solo in quell’anno, 9 milioni di persone e aveva mietuto oltre due milioni di vittime. Ma, nel corso del 2006, se ne parlò solo in tre occasioni.
Paris Hilton contro l’Africa
Nel 2007, il confronto venne fatto fra l’attenzione riservata dalle televisioni italiane alle gesta di Paris Hilton, che meritò 63 servizi in tre mesi, rispetto alle crisi umanitarie in 5 paesi africani: Darfur, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana e Ciad – rappresentati sempre come se appartenessero ad un’unica realtà sociale e politica indistinta, alle quali furono dedicati 41 servizi nell’intero anno.
Carla Bruni contro lo Zimbawe
Nel 2008 ci si accorse che la love story fra Carla Bruni e Nicolas Sarkozy, in soli tre mesi, dette vita a ben 208 servizi televisivi, mentre l’epidemia di colera nello Zimbawe, che sterminò decine di migliaia di persone, in un anno suscitò interesse per i Tg di Rai e Mediaset solo 33 volte.
I saldi di fine stagione contro la fame
Nell’ultimo rapporto di MSF, relativo all’anno passato, l’analisi svela invece che le notizie sui saldi di fine stagione e quelle che ci ricordano quanto fa caldo d’estate, valgono molto di più di quelle che parlano di crisi umanitarie che riguardano gli 800 milioni di persone che muoiono di fame o malnutrizione. Il rapporto è di 368 a 116.
La Top Ten dell’oblio
MSF stila la sua “Top Ten”, identificando le crisi umanitarie più gravi, alcune delle quali del tutto ignorate dai media.
Ecco la classifica: Afghanistan (1623 notizie); Medioriente (1270); Somalia (293); Iraq (286); Filippine (243); Pakistan (226); Africa (128); Sudan/Darfur (112); Myanmar (87); altre crisi (783). Quella del 2009 comprende: le malattie tropicali dimenticate; la guerra nella Repubblica Democratica del Congo (RDC); il conflitto nello Sri Lanka e in Yemen; gli scarsi finanziamenti per la lotta all’AIDS; le condizioni drammatiche per le popolazioni del Sudan; i fondi inadeguati per la malnutrizione; i civili intrappolati nella violenza in Pakistan; l’estrema violenza in Somalia e Afghanistan, che blocca l’accesso alle cure per i civili.
L’Afghanistan prima di tutto
La crisi più visibile della Top Ten è l’Afghanistan, il contesto di guerra più rappresentato in assoluto nei TG (1.632 notizie), con due focus principali: le missioni militari italiana e statunitense. In Afghanistan la violenza colpisce il sistema sanitario già precario: solo pochi ospedali e centri di salute nei capoluoghi di provincia funzionano, ma a servizio ridotto. La richiesta di assistenza medica è sempre più presente nel paese.
Le epidemie dimenticate
Le cosiddette “malattie tropicali dimenticate” (leishmaniosi viscerale, malattia del sonno, Chagas e ulcera di Buruli) si trovano in un totale cono d’ombra informativo. Le notizie ad esse dedicate sono state pari a zero. Ma l’influenza suina invece no: in soli 9 mesi, si è parlato in ben 1.337 notizie. Eppure più di 400 milioni di persone al mondo sono a rischio a causa delle malattie tropicali. La ricerca e lo sviluppo di nuovi medicinali e presidi diagnostici sono senza fondi sufficienti e questo ha gravi conseguenze sui pazienti.
Aids e malnutrizione
Si parla di AIDS e di malnutrizione solo in caso di vertici internazionali o di visite del Pontefice in Africa. Tuttavia ogni anno da 3,5 a 5 milioni circa di bambini muoiono per cause legate alla malnutrizione, un decesso ogni sei secondi. E 178 milioni di bambini, di cui 20 milioni in forma grave, soffrono di questa malattia.
fonte www.repubblica.it

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CONTRATTI E POLITICA, PRESIDENTE IRANIANO IN ZIMBABWE E UGANDA
22 aprile 2010

Accordi commerciali e di cooperazione economica sono il tema di fondo di una visita di due giorni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nello Zimbabwe e in Uganda.
L’arrivo nel continente africano è previsto questa sera ad Harare. Dopo un incontro con il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, l’ospite iraniano sarà domani nella città di Bulawayo per inaugurare una fiera commerciale. Alcune componenti del governo di unità nazionale al potere ad Harare dall’anno scorso hanno espresso malumore per la visita, ricordando gli ostacoli posti da Teheran a una verifica degli ispettori dell’Onu sulla natura del suo programma nucleare. Questi dubbi sono stati respinti però dal ministro degli Esteri Simbarashe Mumbengegwi, un dirigente del partito di Mugabe, secondo il quale oggi e domani saranno firmati accordi e contratti di valore.
Il potenziale della cooperazione con l’Iran è riconosciuto anche a Kampala. L’Uganda è membro di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu e, per questo, potrebbe far blocco contro nuove sanzioni nei confronti di Teheran. Secondo il quotidiano di Kampala ‘The Monitor’, al centro dei colloqui tra Ahmadinejad e il suo omologo Yoweri Museveni ci sarà anche il petrolio. In primo piano, scrive il giornale, la costruzione di una raffineria in una regione dove sono stati di recente scoperti ricchi giacimenti di greggio.
fonte www.misna.org

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EMPRETEC WOMEN IN BUSINESS AWARDS 2010
29 april 2010

Beatrice Ayuru Bvaruhanga of Uganda, who founded Lira Integrated School in northern Uganda in 2000, has won UNCTAD´s 2010 Empretec Women in Business Award.
The school, which includes nursery, primary, and secondary education, now has 1,500 students. Lira Integrated School is located in northern Uganda and provides nursery, primary, and secondary educations to over 1,500 students. Having the three levels at one location is one of the school´s competitive advantages, together with its investment in the quality of its staff, its facilities, and the extra-curricular activities it offers students.
There is a focus at the school on information technology and computer training. It hopes to be able to attract students from different districts and there are plans to expand the school into a university in two years.
Second among the 10 finalists was Maria de la Luz Osses Klein of Chile, an entrepreneur who established Biotecnologias Antofagasta SA, which creates biotechnology products for the mining industry. Joy Simakane of Botswana won the third-place award. Her company, Extramile Express PTY Limited, provides customs-clearing and messenger-delivery services.
All 10 finalists for the awards are graduates of the UNCTAD Supported Empretec Programme, which trains entrepreneurs in developing countries.
petrolifere e una notevole stabilità economica e politica.
fonte www.unctad.org

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PER LO SVILUPPO ELETTRICITÀ E FERROVIE: UN INCONTRO A KAMPALA
29 aprile 2010

Energia e binari costituiscono la ricetta per l’integrazione e la crescita economico-sociale del continente: è il messaggio che arriva da Kampala, dove la ‘Comunità dell’Africa orientale’ (EAC) ha organizzato un convegno dedicato a investimenti e sviluppo.
La prima giornata dei lavori, ieri, è stata caratterizzata anche da un discorso del presidente ugandese Yoweri Museveni. “Negli ultimi 40 anni – ha detto il capo di stato – l’unica linea ferroviaria costruita in Africa è stata quella di Tazara, in Tanzania: la consapevolezza del ruolo cruciale giocato dall’elettricità e dalle ferrovie è decisiva per la rinascita africana”.
Istituita nel 1999, l’EAC riunisce cinque paesi: Uganda, Kenya, Burundi, Rwanda e Tanzania. Se come previsto arriverà anche la ratifica di Bujumbura, dal 1° luglio entrerà in vigore un trattato che trasforma la regione in un mercato comune di notevoli dimensioni, alimentato da una popolazione di oltre 125 milioni di abitanti. Secondo il quotidiano ugandese ‘New Vision’, che oggi cita dati presentati al convegno di Kampala, per ammodernare e ampliare reti stradali, ferrovie e sistemi di raccolta e distribuzione dell’acqua servono 74 miliardi di dollari, circa 55 miliardi di euro. Museveni ha sostenuto che investimenti massici in questi settori permetterebbero alle economie dei paesi dell’EAC di crescere in media del 13% a fronte di un tasso attuale di poco superiore al 7%.
fonte
www.misna.org

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Cambio valuta: in data 30/04/2010 1 dollaro USA è pari a 2110 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2804,8067 scellini ugandesi


UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli


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