Ugandabout – maggio 2010
Last Updated on mercoledì, 30 giugno 2010 11:05 Written by Simona Meneghelli martedì, 29 giugno 2010 10:51
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel maggio 2010.
LA BATTAGLIA DEL NILO
3 maggio 2010
OPERATIVO PRIMO IMPIANTO PER TRASFORMAZIONE DELL’ORO NEI GRANDI LAGHI
5 maggio 2010
“USIAMO L’ENERGIA SOLARE PER FORNIRE INTERNET AI VILLAGGI DELL’ARCIDIOCESI” DICE L’ARCIVESCOVO DI GULU
11 maggio 2010
PASSA PER L’UGANDA LA TRINCEA DELLA LOTTA ALL’AIDS
31 maggio 2010
LA BATTAGLIA DEL NILO
3 maggio 2010
È evidente a tutti e ormai dimostrato dai fatti che la corsa per l’accaparramento e la gestione delle risorse idriche condiziona già ora i rapporti internazionali, fomentando sovente scontri e divisioni. Questi problemi sono acuiti da un fattore intrinseco e determinante: l’acqua non rispetta i confini nazionali. Quasi sempre le sorgenti di un grande fiume si trovano in un paese diverso rispetto alla foce, gli affluenti si diramano in altri stati ancora mentre lo sfruttamento idrico a monte condiziona pesantemente la portata d’acqua a valle. Perciò la gestione di un bacino di un fiume rappresenta una cartina di tornasole decisiva per comprendere la capacità di cooperazione internazionale tra vari paesi di una regione del mondo o, viceversa, per misurare la temperatura di una crisi politica.
Se parliamo poi dei fiumi africani e in particolare del Nilo, il fiume più lungo del mondo con i suoi 6671 km e con un bacino di più di tre milioni di km2 che interessa ben dieci paesi (Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Egitto, Kenya, Rwanda, Sudan, Tanzania e Uganda) e varie etnie, capiamo come la situazione si complica.
In queste ultime settimane la situazione si è molto ingarbugliata a causa del tentativo degli stati del sud del Nilo di rivedere a loro favore gli accordi di ripartizione delle acque del fiume. Per capire l’importanza della posta in gioco dobbiamo fare un po’ di storia.
Nel 1929 un’intesa tra la Gran Bretagna coloniale e l’Egitto prevedeva che quest’ultimo potesse utilizzare 84 dei 100 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno che è la portata media del fiume. Questa intesa è stata poi integrata da un protocollo siglato da Egitto e Sudan nel 1959 (insieme all’Etiopia gli unici paesi del bacino del Nilo allora indipendenti), che stabilisce una quota per l’Egitto di 55,5 miliardi di metri cubi ed un’altra per Khartoum di 18,5 miliardi di metri cubi.
Si capisce come gli altri stati, in primis l’Etiopia che era stata tagliata fuori dall’accordo del 59, siano da decenni insoddisfatti di questa situazione e decisi a uno sfruttamento più intensivo del Nilo. Per far fronte a questa situazione nasce nel 1999 la Nile Basin Initiative che si propone di attenuare la povertà nel bacino del Nilo tramite efficaci interventi nella gestione delle acque, la promozione commerciale e la generazione di energia elettrica.
L’ultimo incontro dei dieci ministri degli esteri dell’Iniziativa, svoltosi il 14 Aprile a Sharm el Sheik, si è concluso con un nulla di fatto, a testimonianza della difficoltà di un rapporto di cooperazione tra paesi così diversi. Sudan e Egitto mettono il veto a qualsiasi nuovo accordo tanto che gli altri otto paesi minacciano di siglare un’intesa senza di loro nel prossimo incontro che si terrà il 14 maggio in Uganda. L’Egitto invece é disposto a tutto per mantenere i diritti acquisiti. Soprattutto l’antica e mai sopita contrapposizione tra arabi e nilotici, con i primi in un ruolo egemonico. I cambiamenti climatici, il desiderio di sfruttare con più intensità le risorse idriche, il crescente fabbisogno di energia e i progetti di nuove dighe hanno ancora di più reso urgente ma anche difficile raggiungere un accordo.
In particolare la situazione è delicata in Sudan dove si susseguono conflitti sia per questioni politiche sia per lo sfruttamento delle risorse. Aumenta la tensione il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan che si dovrebbe tenere l’anno prossimo e che condizionerà anche la disputa sul Nilo. Inoltre la costruzione della diga di Merowe, finanziata per tre quarti da capitali cinesi e che ha già causato danni all’ambiente e alle popolazioni vicine.
Ma anche l’Etiopia non scherza con la costruzione delle dighe di Tekeze e di Gibe finanziata dalla cooperazione italiana e al centro di uno scandalo. Insomma davvero questa partita si gioca sull’acqua ma investe la sopravvivenza e il futuro di interi popoli.
fonte www.unimondo.org – Piergiorgio Cattani
OPERATIVO PRIMO IMPIANTO PER TRASFORMAZIONE DELL’ORO NEI GRANDI LAGHI
5 maggio 2010
È entrata in funzione nel distretto industriale di Kampala la prima raffineria d’oro nella regione dei Grandi Laghi. A darne notizia sono i quotidiani ugandesi, secondo i quali l’impianto è in grado di trasformare ogni giorno fino a 60 chilogrammi di metallo prezioso proveniente dalle miniere della vicina Repubblica democratica del Congo e della regione ugandese di Karamoja in lingotti e prodotti semi-finiti per la gioielleria e l’orologeria da esportare sui mercati internazionali.
Di proprietà della società mineraria russa ‘Victoria Gold Star’, l’impianto di raffinazione dell’oro garantisce lavoro a circa un centinaio di operai ugandesi. Per anni, il mercato dell’oro in Uganda è stato ritenuto prevalentemente legato al contrabbando dei minerali preziosi provenienti soprattutto dalle aree teatro di conflitto nel vicino est del Congo.
“Obiettivo della raffineria – ha detto durante la cerimonia d’apertura dell’impianto il ministro delle Risorse minerarie dell’Uganda, Peter Lokeris – è ridurre il contrabbando e contribuire alla creazione di una filiera per la trasformazione dei minerali preziosi in collaborazione con tutti i paesi della regione”.
fonte www.misna.org
“USIAMO L’ENERGIA SOLARE PER FORNIRE INTERNET AI VILLAGGI DELL’ARCIDIOCESI” DICE L’ARCIVESCOVO DI GULU
11 maggio 2010
“Vogliamo promuovere l’uso delle nuove tecnologie per aiutare lo sviluppo della nostra diocesi” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. John Baptist Odama, Arcivescovo di Gulu, nel nord Uganda, che ha promosso l’organizzazione ‘Catholic Information Communication and Technology’, un’iniziativa volta a creare una rete di comunicazione telefonica e Internet nell’area.
La Catholic Information Communication and Technology è stata di recente premiata dal Breaking Borders Award, un premio dedicato a gruppi e individui che dimostrano coraggio, energia e ingegnosità nell’uso di Internet per promuovere la libertà di espressione. Il premio dal valore di 10mila dollari riconosce l’eccellente lavoro del ‘Battery Operated Systems for Community Outreach’ (BOSCO Uganda) nella promozione della libertà di espressione nelle comunità più svantaggiate del nord Uganda.
Mons. Odama ha personalmente ritirato il premio a Santiago del Cile. “Abbiamo avviato questo progetto nel 2005 e nel 2007 eravamo pronti a fornire questo servizio alle nostre comunità” dice Mons. Odama. “Il vero problema non è tanto la mancanza di Internet o del telefono che, con le nuove tecnologie wireless, si può risolvere. Il problema principale da risolvere è come fornire l’energia per alimentare questi sistemi. BOSCO Uganda ha l’obiettivo di fornire ai villaggi l’energia per far funzionare le reti di comunicazione, delle quali beneficiano in primo luogo scuole, centri sanitari ed ospedali. Il nostro desiderio è quello di estendere l’iniziativa ad altri distretti dell’arcidiocesi e potenzialmente a tutto il nord Uganda ”.
BOSCO Uganda fornisce Internet ad alta velocità senza fili a 22 siti nei distretti di Amuru e di Gulu. I siti comprendono scuole, organizzazioni non governative, uffici governativi e centri rurali di tecnologia dell’informazione e di comunicazione. Il direttore esecutivo di BOSCO Uganda, p. Joseph Okumu, afferma che l’uso di una combinazione innovativa di sistemi di produzione di energia solare e di computer a bassa potenza sta aiutando a rompere il silenzio in una regione che ha sofferto più di due decenni di guerra.
Secondo p. Okumu il programma verrà presto esteso ad alcune aree del sud Sudan. Fino a poco tempo fa Gulu era conosciuto per la guerra condotta dal Lord’s Resistance Army (LRA), i cui membri si sono in seguito diretti verso i Paesi limitrofi (Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e persino Centrafrica) dove seminano morte e distruzione. “Ora a Gulu è tornata la pace ed è per questo che siamo riusciti ad avviare questi progetti di sviluppo” dice Mons. Odama. “Siamo però preoccupati per le popolazione che sono vittime dell’LRA. Non è giusto che esse paghino per i nostri errori. Rivolgo un appello a tutti perché si trovi una soluzione al problema” conclude l’Arcivescovo di Gulu.
fonte www.fides.org
PASSA PER L’UGANDA LA TRINCEA DELLA LOTTA ALL’AIDS
31 maggio 2010
L’Uganda è l’emblema di come molti dei Paesi africani dipendono da aiuti esterni per sostenere e incrementare i programmi di cura per i malati di Aids, e di come in presenza di un ridimensionamento di questi aiuti alcune cliniche devono sperimentare il razionamento dei farmaci e persino respingere i pazienti.
A Kampala c’è una delle maggiori cliniche per la cura e il trattamento dei malati di Aids dell’Uganda, Paese in cui una decina di anni fa meno di 10mila persone erano entrate a far parte di programmi di cura, e ora, grazie agli aiuti Usa, il loro numero è salito a circa 200mila. È una situazione particolarmente fortunata per l’Africa, sebbene a fronte dei 200mila malati che ricevono cure, sono 500mila quelli che ne avrebbero bisogno, e ogni anno altri 110mila vengono contagiati.
Ora però anche a Kampala hanno cominciato a respingere i pazienti, perché mancano i finanziamenti per i farmaci, e se l’Uganda è il primo Paese dove le principali cliniche mandano indietro i malati, non sarà certo l’ultimo: presto il Kenya seguirà e uno dei programmi americani operanti in Mozambico ha annunciato che smetterà di aprire nuove cliniche. Ci sono stati tagli ai farmaci in Nigeria e Swaziland, così come in Tanzania e Botswana. A Kampala i nuovi pazienti vanno su una lista d’attesa: un posto si libera quando un vecchio paziente muore.
Alcune battaglie potranno ancora essere vinte, i Paesi a reddito medio e con un’epidemia limitata, come India, Brasile e Russia, ce la faranno a trattare i propri pazienti da soli. Così come la Cina e probabilmente il Sud Africa, che ha un’epidemia in rapida crescita ma è ricco per gli standard africani. Il problema è per molti degli altri Paesi poveri in Africa e non, come la Cambogia, Haiti, la Guyana: in questi casi, se le cose proseguiranno lungo la strada che sembra delineata, si tornerà agli scenari degli anni novanta, con mucchi di corpi nelle camere mortuarie, scheletri che camminano nei villaggi e montagne di terra smossa nei cimiteri.
Costi e contraddizioni
La Commissione ugandese per l’Aids ha calcolato che il costo per le cure di un paziente, nel corso della sua vita, comprendente farmaci, analisi cliniche e personale medico, ammonta a 11mila e 500 dollari l’anno, e i contribuenti americani fino ad oggi sono stati più che generosi con l’Uganda, pagando per l’88 per cento dei farmaci. Gli ugandesi lo sanno e ne sono grati all’America.
Ma il professor Peter Mugyenyi, uno dei massimi esperti mondiali di Hiv/Aids, teme una serie di effetti negativi che deriveranno dalla sospensione delle cure, tra cui quello che le persone facciano come in passato: torneranno a rivolgersi agli stregoni e compreranno falsi rimedi. Nei suoi scambi di corrispondenza con l’amministrazione Usa il Dr. Mugyenyi è stato redarguito e gli è stato raccomandato di non ricoverare più altri pazienti. Gli è stata chiesta anche spiegazione del fatto che risultano in cura 37mila pazienti contro i 32mila autorizzati dalle risorse disponibili. Inoltre gli si chiede di non annunciare pubblicamente il congelamento dei finanziamenti.
Lui ammette ai programmi donne incinta e giovani madri contrariamente alle istruzioni, ma c’è una ragione per questo: spesso i famigliari, se uno di loro è ammesso a un programma e l’altro no, finiscono per dividere i farmaci, cosa che li conduce al disastro, probabilmente alla morte, ma non solo, anche a sviluppare un ceppo del virus resistente ai farmaci e a trasmetterlo.
Dietro le quinte
La decisione di congelare l’Uganda a 280 milioni di dollari di finanziamento risale alla fine dell’era Bush, poi è stata dibattuta la possibilità di fornire ulteriori 38 milioni, ma è sorto un problema: alcuni ministri ugandesi sono stati sorpresi a rubare dai fondi e sebbene costretti a risarcire il denaro sottratto, non sono stati imprigionati. Questo mette il governo in una cattiva luce agli occhi degli Stati Uniti, come incapace di garantire la necessaria trasparenza per meritare ulteriori finanziamenti.
Inoltre l’Uganda, in prima persona, contribuisce troppo poco, anche quando potrebbe, alla spesa sanitaria. Sono appena stati trovati dei giacimenti di petrolio, vicino al Lago Alberto, che il Paese si appresta a sfruttare, ma tra le dichiarazioni su quello che sarà l’impiego delle royalties da parte del governo figurano infrastrutture ed elettricità, e non la sanità.
Inoltre, stando a quanto è trapelato dalla stampa locale, sembra che il governo ugandese stia trattando per l’acquisto di uno squadrone di caccia da combattimento russi, jet Sukhoi, per 300 milioni di dollari.
fonte http://it.peacereporter.net – Alessandro Micci
Cambio valuta: in data 28/05/2010 1 dollaro USA è pari a 2225 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2759,7997 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
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