martedì 07 febbraio 2012

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Ugandabout – marzo 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel marzo 2010.

FRANA SU VILLAGGI: SI SCAVA ALLA RICERCA DI SOPRAVVISSUTI
3 marzo 2010

RIBELLI UGANDESI IN VILLAGGIO CENTRAFRICA, RAPITI CIVILI
4 marzo 2010

LE VIOLENZE DEI GUERRIGLIERI UGANDESI DELL’LRA: LA TESTIMONIANZA DEL VESCOVO DI BANGASSOU
4 marzo 2010

UGANDA, CIRCA 500MILA PERSONE TRASFERITE PER RISCHIO FRANE
8 marzo 2010

IT’S TIME TO TACKLE MATERNAL MORTALITY
10 march 2010

IN AFRICA ORIENTALE, L’INTEGRAZIONE REGIONALE PASSA PER LA FERROVIA
11 marzo 2010

A NAIROBI, DA TUTTO IL MONDO PER DISCUTERE UNA NUOVA FASE DI INTERNET
11 marzo 2010

ONE DOCTOR FOR 16,200 REFUGEES
11 march 2010

CONSIGLIO DIRITTI UMANI: TROPPI I BAMBINI VITTIME DELLA VIOLENZA
12 marzo 2010

L’ODISSEA DI MARLENE, 13 ANNI: 540 GIORNI DI SCHIAVITÙ NELLA MANI DEI GUERRIGLIERI DELL’LRA
15 marzo 2010

EUROPEAN UNION FUNDS LAW THREATENING ACCESS TO MEDICINES
15 march 2010

TALES OF TORTURE AND DEATH IN UGANDA’S TORTURE CENTRES
16 march 2010

DIRITTO ALL’ACQUA: SECONDO ONU, AUMENTA USO DI QUELLA POTABILE
16 marzo 2010

SONO 5 LE AZIENDE ITALIANE COIVOLTE NEL COMMERCIO DEGLI STRUMENTI DI TORTURA
17 marzo 2010

UN MISTERIOSO INCENDIO DISTRUGGE IL MAUSOLEO DEI RE DELL’ANTICO REGNO DEL BUGANDA, SI TEMONO TENSIONI E SCONTRI
17 marzo 2010

A KAMPALA UN ISTITUTO REGIONALE PER L’ACQUA
18 marzo 2010

KENYA-UGANDA: PIANO COMUNE PER DISARMO DELLA FRONTIERA
24 marzo 2010

CENSURA PRE-ELETTORALE
24 marzo 2010

MIGRAZIONE QUALIFICATA VERSO NORD, UN FENOMENO IN CRESCITA
26 marzo 2010

WORLD URBAN FORUM: L’80% DELLA POPOLAZIONE URBANA VIVE IN BARACCOPOLI
26 marzo 2010

RAPPORTO ALLARMANTE SULLA SCOMPARSA DEI GORILLA DI MONTAGNA
26 marzo 2010

MASSACRO NEL NORD EST DEL CONGO, 300 UCCISI A COLPI DI MACHETE
28 marzo 2010

KARAMOJA: CARESTIA E ALLUVIONI, UN MILIONE A RISCHIO FAME
29 marzo 2010


FRANA SU VILLAGGI: SI SCAVA ALLA RICERCA DI SOPRAVVISSUTI
3 marzo 2010

Proseguono senza sosta le operazioni di soccorso nella regione montuosa del distretto orientale di Bududa, colpita lunedì da una gigantesca frana che ieri ha ricoperto con uno strato di fango e detriti alto almeno cinque metri tre villaggi (Kubehwo, Namakansa e Nametsi) e causato, secondo l’ultimo bilancio della Croce Rossa, 85 vittime ma almeno 350 persone risultano ancora disperse.
La situazione – ha detto oggi pomeriggio Kevin Nabutuwa, responsabile dell’unità di soccorso inviata nella zona – è terribile: le piogge hanno ripreso con forza e questo sta influenzando in modo negativo le nostre operazioni”. A complicare l’intervento dei soccorritori che scavano con badili, zappe e vanghe alla ricerca di eventuali sopravvissuti, ci sono ulteriori frane che hanno reso impraticabili le strade e isolato almeno 3000 persone.
Il presidente Yoweri Museveni si è recato oggi in elicottero nella regione per verificare di persone l’evoluzione della situazione, mentre in un’intervista alla televisione pubblica il ministro per i Disastri naturali, Tarsis Kabwegyere ha espresso la sua preoccupazione per la possibilità che, qualora le piogge non cessino, eventi del genere possano riproporsi. Secondo le prime ricostruzioni, le piogge avrebbero portato al distacco di una parete lunga circa 200 metri e situata 800 metri al di sopra dei villaggi.
La regione orientale di Bududa, circa 300 chilometri a est di Kampala, è stata di recente teatro di frequenti frane e smottamenti, a causa del disboscamento lungo le pareti del monte Elgon.
fonte
www.misna.org

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RIBELLI UGANDESI IN VILLAGGIO CENTRAFRICA, RAPITI CIVILI
4 marzo 2010

È stato attaccato da ribelli del gruppo ugandese ‘Esercito di Resistenza del Signore’ (Lord’s Resistance Army, LRA) il villaggio di Yalinga, nel sudest della Repubblica centrafricana. Lo riferiscono fonti della stampa internazionale, precisando che gli assalitori hanno rapito almeno 23 persone, per la maggior parte uomini, e saccheggiato un ospedale, un posto di polizia e un negozio. I fatti sono avvenuti nel fine-settimana ma sono stati resi noti soltanto oggi.
Si è trattato dell’ennesima incursione dei ribelli ugandesi nella Repubblica centrafricana, dove solo tre settimane fa erano state sequestrate decine di persone, come sempre anche con lo scopo di reclutare nuovi combattenti. Nel 2005 i ribelli si erano insediati nelle foreste della Provincia orientale, nel nordest della Repubblica democratica del Congo. Dopo l’inizio nel Dicembre 2008 di un’offensiva militare guidata dal governo di Kampala, si sono in parte spostati in Sud Sudan e nella Repubblica centrafricana, in parte sono rimasti in Congo, divisi in piccoli gruppi in contatto tra loro attraverso telefoni satellitari.
fonte www.misna.org

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LE VIOLENZE DEI GUERRIGLIERI UGANDESI DELL’LRA: LA TESTIMONIANZA DEL VESCOVO DI BANGASSOU
4 marzo 2010

I guerriglieri dell’LRA hanno causato gravi danni materiali ma sono soprattutto quelli psicologici ed umani che mi rattristano” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. Juan José Aguirre Muños, Vescovo di Bangassou, nella cui diocesi rientra la missione di Rafai nel sud-est della Repubblica Centrafricana, attaccata recentemente dai guerriglieri ugandesi dell’Esercito di Liberazione del Signore.
I ribelli hanno razziato completamente la missione cattolica e solo l’intervento di un reparto dell’esercito ha evitato che due cooperanti francesi venissero rapiti” dice Mons. Aguirre Muños. I due cooperanti, un uomo ed una donna, insegnavano nel liceo gestito dalla Suore Francescane di Montpellier, rispettivamente matematica e francese. In questa zone la Chiesa gestisce scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari fino ai licei. “A Bangassou abbiamo anche un istituto tecnico per i ragazzi di strada e le ragazze madri” dice Mons. Aguirre Muños. La presenza dei guerriglieri dell’LRA costituisce una serie minaccia per le popolazioni locali e la vita della missione nella diocesi.
Mons. Aguirre Muños spiega come è stato possibile che un gruppo di guerriglia da anni attivo nel nord Uganda, sia giunto a minacciare il sud-est della Repubblica Centrafricana, che non ha un confine comune con l’Uganda. “Da qualche anno l’LRA si è spostato dal nord Uganda per stabilirsi prima a Juba, nel sud Sudan, poi nei pressi di Isiro, nella foresta di Garamba, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo” dice il Vescovo di Bangassou. “Qui i ribelli ugandesi avevano stabilito il loro quartiere generale, dotato pure di alcune piste dove atterravano dei piccoli aerei che trasportavano i rifornimenti. Di chi siano questi aerei e da dove giungessero non si sa. Nel dicembre 2008 gli eserciti di Uganda, sud Sudan e RD Congo, attaccarono il quartiere generale dell’LRA nella foresta di Garamba. Il leader dell’LRA, Joseph Kony riuscì però a fuggire alla cattura, così come buona parte dei guerriglieri”.
L’operazione militare del 2008 ha avuto due conseguenze – spiega Mons. Aguirre Muños - In primo luogo i guerriglieri si sono vendicati sulla popolazione civile congolese, compiendo atrocità inenarrabili. Ho raccolto testimonianze dei sopravvissuti e ho visto delle fotografie sulle violenze dei guerriglieri che sono impressionanti”. “In secondo luogo - continua il Vescovo - i guerriglieri si sono divisi in un centinaio di piccoli gruppi. Alcuni di questi sono entrati in Centrafrica. La prima località che è stata attaccata è stata Obo, che si trova al confine centrafricano con il Sudan e l’estremo nord-est della RDC. Hanno saccheggiato il villaggio ed hanno rapito 74 persone. Buona parte di queste sono state in seguito rilasciate, alcune dopo un anno e mezzo di prigionia. Prima di Rafai, i guerriglieri avevano attaccato la cittadina di Zacko, dove avevano ucciso due persone e rapito 55 giovani, la maggior parte dei quali sono stati liberati. Nella mani dell’LRA rimangono però una quindicine di ragazze” dice Mons. Aguirre Muños.
Ormai i guerriglieri dell’LRA si sono radicati in Centrafrica. Lo stesso Kony si ritiene che sia nascosto in territorio centrafricano. Non si comprende come sia ancora in grado di sfuggire alla cattura perché si dice che sia malato e si muova con una ventina di donne e numerosi bambini”. L’esercito ugandese ha inviato un contingente militare in Centrafrica, con il consenso delle autorità locali, per cercare di fermare i guerriglieri. “Sono stati mobilitati mezzi importanti. È stata costruita una pista di 4mila metri per gli aerei da trasporto ugandesi, con i quali sono giunti mezzi fuori strada ed elicotteri. L’LRA è una setta, quando verrà catturato Kony penso che il gruppo finirà” conclude Mons. Aguirre Muños.
fonte www.fides.org

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UGANDA, CIRCA 500MILA PERSONE TRASFERITE PER RISCHIO FRANE
8 marzo 2010

Secondo quanto riportano fonti ufficiali, l’Uganda avrebbe previsto il trasferimento di circa mezzo milione di persone che vivono in zone montuose a grave rischio frane. In base alle dichiarazioni rilasciate da Musa Ecweru, il segretario di Stato incaricato della gestione delle catastrofi naturali, il numero complessivo di abitanti minacciati dalle frane è di circa 500mila; il funzionario ha inoltre aggiunto che una volta terminate le operazioni di soccorso sarà previsto un piano di ricollocazione della popolazione coinvolta, in quanto le zone attualmente abitate sono considerate troppo pericolose.
La decisione è stata presa in seguito al grave smottamento che lo scorso primo marzo ha causato più di 300 dispersi; a causa di violente piogge torrenziali, tre villaggi delle zone montuose dell’Elgon, alla frontiera con il Kenya, in cui abitano 300mila persone, sono stati colpiti dalle frane, mentre altre 200mila risiedono nell’ovest del paese, in una regione anch’essa montuosa e soggetta a smottamenti. Un portavoce dell’Alleanza per la terra in Uganda, un’organizzazione che si occupa di distribuzione e ripartizione delle terre, si è dimostrato perplesso riguardo alla possibilità di ricollocare la popolazione, dichiarando che è impossibile, nel paese, trovare aree che non siano di proprietà di qualcuno.
fonte http://it.peacereporter.net

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IT’S TIME TO TACKLE MATERNAL MORTALITY
10 march 2010

As the government held official celebrations to mark International Women’s Day in Bushenyi on Monday, some women belonging to the Inter-Party Cooperation decided to highlight the plight of women in the area of reproductive health by marching to Mulago Hospital.
Despite the wide political differences, both President Museveni who presided over the function in Bushenyi, and the IPC women at Mulago, at least agreed on one thing: the level of maternal mortality in the country is unacceptable. President Museveni was quoted as saying: “There is still a problem of maternal mortality. I am aware of it but I have not studied it thoroughly. I will take time during my country tour to study it… I may attribute the problem to doctors who are stealing drugs, but it could be corruption in hospitals.
One of the women said: “Mothers continue to die in hospitals because there are no gloves and razorblades.” Others pointed out that women continue to deliver babies on the floor of hospital wards while hospitals continue to lack basics such as soap and gloves. Indeed, the situation is alarming.
President Museveni may not have studied the problem thoroughly, but according to the 2006 Uganda Demographic and Health Survey conducted by his government, the maternal mortality rate stood at 435 deaths per 100,000 live births! Although this is said to be an improvement from 527 deaths in 2001, it remains higher than the Millennium Development Goal of at least 131. The IPC women might have been driven by a political agenda, but their concerns are legitimate and cannot be merely brushed aside.
The state of our healthcare is sad, especially in the rural areas. Where hospitals or dispensaries exist, either they lack adequate medicines, equipment and facilities, or they don’t have adequate well trained and motivated professionals. Corruption may be partly to blame, but it is also true that the government has all these years not invested enough in health. Hospitals are not properly maintained and medical workers are poorly remunerated. But even where minimum services exist, the cost is too high for the very poor.
This government needs to tackle this problem head-on. No woman should die trying to give life.
fonte http://allafrica.com

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IN AFRICA ORIENTALE, L’INTEGRAZIONE REGIONALE PASSA PER LA FERROVIA
11 marzo 2010

Per contribuire allo sviluppo delle economie e del commercio dei paesi dell’Africa orientale comincia oggi a Kampala una conferenza di due giorni volta a promuovere la riorganizzazione della rete ferroviaria tra Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda.
Intitolato ‘Rivitalizzare le ferrovie per rafforzare l’integrazione regionale e la crescita economica’, l’incontro è organizzato dai paesi membri della Comunità dell’Africa orientale (EAC) allo scopo di realizzare un progetto, del valore pari a circa 30 miliardi di euro, che prevede la completa sostituzione dei binari, la costruzione di nuove linee, l’ammodernamento della rete ferroviaria esistente e la sua interconnessione a livello regionale.
La realizzazione di una rete ferroviaria dell’Africa orientale – ha detto Owora Richard, portavoce dell’EAC – riveste un’importanza strategica per lo sviluppo dei nostri paesi, sia per il trasporto di passeggeri sia per quello di merci, a livello nazionale e internazionale”. Considerato a lungo poco rilevante e insufficientemente redditizio, il settore ferroviario rappresenta, secondo i rappresentanti dell’EAC, un elemento fondamentale per garantire il successo del progetto di integrazione economica e politica in atto tra i paesi dell’Africa orientale.
fonte www.misna.org

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A NAIROBI, DA TUTTO IL MONDO PER DISCUTERE UNA NUOVA FASE DI INTERNET
11 marzo 2010

L’introduzione di una serie di nuove estensioni (cioè la parte finale di un indirizzo internet), tra le quali risalta .afri per indicare i siti con argomento pan-africano e garantire loro maggiore visibilità, è il principale argomento in discussione oggi alla conferenza annuale dell’Organizzazione per l’assegnazione di nomi e numeri Internet (ICANN), in corso a Nairobi. Giunta alla sua 37° edizione, l’incontro si tiene per la prima volta in Africa, indicato come il continente con la maggiore possibilità di crescita per numero di utenti.
I problemi di sicurezza – ha detto il responsabile dell’organizzazione dell’ICANN – sembrano essere stati gonfiati da coloro che non volevano che l’incontro si tenesse in Kenya: il futuro di internet è già qui, in Africa, come dimostra la crescita esponenziale di utenti nei primi mesi del 2010”.
A favorire l’aumento degli accessi alla rete è stata in particolare la messa in opera di cavi sottomarini che garantiscono ai paesi del continente una maggiore velocità di connessione. La disponibilità di maggiore larghezza di banda e la conseguente riduzione del suo costo, secondo gli esperti del settore, si rifletterà in primo luogo su istituzioni e aziende, che già dispongono di accesso alla rete, consentendo un più rapido sviluppo delle economie nazionali.
fonte www.misna.org

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ONE DOCTOR FOR 16,200 REFUGEES
11 march 2010

Inadequate healthcare is just one of many challenges facing the 16,200 refugees in this sprawling camp in western Uganda, which is served by a single doctor. Among those waiting in one of the camp’s two health centres when IRIN visited was Mirian, 30, whose child was shivering with fever, most likely caused by malaria. “I walked two hours to reach the clinic this morning and have been sitting here for three. I hope the doctor can help my child – he is getting worse and worse every minute” she said. “We are very stretched in terms of resources to meet all our needs” Juliet Muhumunza, project manager with the German development agency (GTZ), the UN Refugee Agency’s (UNHCR) implementing health partner, told IRIN.
Lack of medical staff is only the tip of the iceberg of our humanitarian assistance gaps.” Kevin Tsatsiyo, UNHCR’s public health officer, told IRIN that conditions in the camp deterred many health professionals from working there. Only basic services are available at the two health centres inside the camp. For emergency services such as caesarean sections, minor surgery and blood transfusions, patients must go to Kyegegwa Health Centre 15km away. Patients requiring major surgery are referred to Fort Portal, a government hospital about 140km from the settlement.
Because Kyaka II sprawls over 209sqkm, some residents end up walking for hours to reach the facilities. Moreover, there is only one ambulance serving the whole settlement, complicating and delaying emergency services. “By the end of 2010, we may have some bicycle ambulances and some stretchers but, so far, all the referral services are limited to the use of the one ambulance” Tsatsiyo said.
Medical gaps

At the nine-bed paediatric ward in Kyaka II, senior nursing officer Prisca Asiimwe told IRIN that on 6 March, 27 children had been admitted – three patients to a bed. “The facility also lacks an isolation ward, and in case of epidemics or infectious diseases like TB, patients are accommodated in beds in the corners of the ward” Asiimwe added. “This is not an ideal solution but though a proper isolation ward is among our priorities, we do not have funds yet to build one.”
Asiimwe said the needs to be addressed included a proper storage room for drugs, another generator for a third refrigerator storing medicines, vaccines and another laboratory. Tsatsiyo said: “There is a new, bigger laboratory being constructed at the HIV clinic, where there will be two laboratory staff. It will not only be used for HIV/AIDS, but many kinds of blood tests.” According to GTZ officials, available medication was sufficient, although procurement was, at times, slower than expected.
Food shortages
Asiimwe said: “Though we have enough anti-retroviral [drugs] in stock to supply the demand, we often receive complaints from our patients who say they find the medicine hard to swallow without having eaten anything.” Food security inside the refugee settlements is very fragile, especially among Rwandan refugees, and this is likely to affect their health, Asiimwe said. According to an agreement between the Ugandan and Rwandan governments, after July 2009 Rwandans were prohibited from farming in a bid to ensure their voluntary repatriation. The situation is dire, especially for those Rwandans who have been in Uganda longer than two years, as they no longer receive food rations from the UN World Food Programme (WFP).
Other challenges
Asiimwe said about 50 percent of the diseases common among patients in Kyaka II were malaria and waterborne diseases such as dysentery. Another issue of concern is the prevalence of sexual gender-based violence (SGBV), especially among the Congolese refugees. Muhumunza said one or two cases of SGBV were reported every month in the settlements. However, she expressed concern that many more cases may be going unreported for fear of shame and stigmatization.
Last week, a 14-year-old Congolese girl was raped in one of the villages,” she said. “Her neighbours informed the community workers and we went to her family to investigate. However, we couldn’t find the girl and her parents denied that the incident took place. We were later told by the family’s neighbours that the case was solved between the two families with an exchange of money.” Since 2009, GTZ has increased sensitization of the refugee communities towards reporting of rape and SGBV.
Muhumunza said: “We recorded an increase in reported cases in 2009, but we cannot tell whether it is the number of crimes committed that has increased or the number of reported cases.” According to a sentinel surveillance conducted by the Uganda Virus Research Institute in 2008, the HIV incidence in Kyaka II was 7.6 percent – compared with a nationwide average of 5.4 percent in 2009. Muhumunza told IRIN that among the refugees, who comprise nine nationalities, most HIV cases had been recorded among Congolese. More than 45,000 Congolese refugees live in Nakivale and Kyaka II settlements.
Counselling needs
Both health facilities at Kyaka II offer counselling services for patients with HIV/AIDS, post-traumatic stress disorder and psycho-trauma. According to GTZ, there is one counsellor for the whole settlement, but another was to be employed by the end of 2010.
The problem is the lack of staff; we have only one counsellor in the camp, and the demand for psycho-social support is very high” a Congolese refugee, who requested anonymity, told IRIN. “Our traumatic experiences [in DRC] are not taken into due consideration. We need more doctors, not more Panadol [pain killer].” UNHCR’s Tsatsiyo said the lack of staff with skills in mental health and psycho-social support was among the gaps identified during the agency’s public health annual workshop. “We are trying to respond to our challenges with the means we have” she said. “But again, because of funding issues, we can only afford visiting specialists who come to Kyaka II once a month and refer people to facilities where they would provide follow-up and the appropriate treatment and support.”
fonte http://allafrica.com

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CONSIGLIO DIRITTI UMANI: TROPPI I BAMBINI VITTIME DELLA VIOLENZA
12 marzo 2010

Ogni anno 150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini sono vittime di violenza sessuale mentre altri 400 milioni sono testimoni di violenza domestica: sono dati che emergono da uno studio delle Nazioni Unite e rispecchiano in tutta la sua gravità un fenomeno planetario al centro di una speciale sessione di lavoro del Consiglio dei Diritti Umani, riunito in assemblea plenaria a Ginevra.
Nei paesi in guerra, i più piccoli sono spesso i più vulnerabili – stuprati, arruolati di forza come miliziani o utilizzati come domestici – presi di mira per terrorizzare le popolazioni civili, si trasformano in vere e proprie ‘armi da guerra’ ha sottolineato Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale di Ban Ki-moon per i bambini in guerra. Il rapporto sollecita poi maggiore protezione per i bambini quando sono costretti a migrare o a stabilirsi in campi profughi e chiede ai singoli paesi fine dell’impunità e sanzioni più gravi per gli autori delle violazioni ai danni di minori. Altro fronte delicato, quello delle carceri e dei centri di detenzione segreti dove più di un milione di bambini sono trattenuti, rischiando ogni giorno di subire torture e sevizie.
Purtroppo, secondo gli esperti dell’Onu, i più piccoli non sono al riparo da violenze nemmeno a casa, a scuola o nei centri sanitari, dove rischiano di essere sfruttati, venduti e abusati, a volte obbligati a contrarre matrimonio forzato e in giovane età. Depressione, abbandono del percorso scolastico e uso di droga sono i traumi più diffusi tra i bambini vittime di violenze fisiche e sessuali, ovunque si trovino nel mondo.

Da Ginevra, il Consiglio sottolinea l’importanza di un loro coinvolgimento nelle iniziative di sensibilizzazione e recupero promosse dall’Onu e dalle organizzazioni umanitarie per prevenire il fenomeno, favorire una presa di coscienza e aiutarli a denunciare le violazioni subite. Agli stati viene chiesto maggiore protezione dei piccoli cittadini mentre i media vengono interpellati per ‘dare voce’ ai bambini e informare il grande pubblico.
fonte www.misna.org

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L’ODISSEA DI MARLENE, 13 ANNI: 540 GIORNI DI SCHIAVITÙ NELLA MANI DEI GUERRIGLIERI DELL’LRA
15 marzo 2010

Si parla spesso di bambini e bambine soldato, rapiti e resi schiavi dai guerriglieri ugandesi dell’LRA (Esercito di Resistenza del Signore), una formazione che imperversa tra il nord-est della Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e l’estremo sud-est della Repubblica Centrafricana. Poche però sono le testimonianze di chi è riuscito a scappare dalle grinfie dei guerriglieri. Sua Eccellenza Monsingnor Juan José Aguirre Muños, Vescovo di Bangassou, ha inviato a Fides la sua testimonianza su Marlene, una ragazzina di 13 anni che ha trascorso 540 giorni nella mani dell’LRA.
Nel marzo 2008, centinaia di soldati sono entrati ad Obo, nell’est della Repubblica centrafricana, che è stata la mia prima missione, dove ho operato per 7 anni. In quella notte orribile, i ribelli hanno saccheggiando i granai, hanno violentato le donne nei loro letti in tre o quattro soldati alla volta, e seminato la disperazione, lasciando decine di famiglie in lutto. Quella notte hanno preso Marlene. Le hanno legato una corda in vita, insieme a molti altri giovani di Obo, le hanno messo un sacchetto con 25 chili di manioca nella testa ed è iniziato il suo calvario con l’LRA. È stata costretta a 15 giorni di marcia forzata, assistendo alla morte di alcuni rapiti che non sono riusciti a tenere il ritmo degli altri e sono stati finiti a colpi di machete.
Un anno e mezzo di orrore, 18 mesi attraverso la foresta, sognando il cibo di sua madre. Marlene è stata costretta, insieme agli altri ostaggi, a formare un muro umano quando gli elicotteri ugandesi hanno sparato missili contro il campo Kony, nella foresta congolese di Garamba. Per tutto il tempo ha dormito sdraiata sul terreno, legata un albero, fingendo di dormire mentre qualcuno abusava di un’altra ragazza legata allo stesso tronco. Marlene è stata impiegata come sguattera, costretta a servire i soldati, lavando i loro panni nel fiume, mentre assisteva all’indottrinamento dei suoi compagni di scuola, rapiti come lei, che imbracciando un AK-47 , venivano formati alla guerra.
Dopo il terzo tentativo di fuga, nel luglio scorso, Marlene è riuscita a tornare a Obo dopo aver camminato attraverso la giungla per 10 giorni. È giunta con i piedi distrutti, in stato di shock, con una ferita aperta sulla guancia. Sua madre si è fatta in quattro per nutrirla, abbracciandola di notte, quando gridava, e confortandola durante i suoi lunghi silenzi. Un mese dopo l’LRA ha razziato di nuovo Obo: saccheggi, violenze, furti e brutalità. Pochi giorni fa hanno bruciato un’automobile di una Ong italiana, uccidendo l’autista e il suo assistente africani. Così il nome di Obo è comparso su Internet, perché vi era un collegamento con l’Italia. Ma ad Obo e dintorni vivono 15.000 persone, schiacciate dalla fame e dalla paura. Sono stato costretto a ritirare le suore da quell’inferno, ma i sacerdoti centrafricani sono rimasti per dare coraggio e forza al popolo; non sono fuggiti nel marzo 2008 e sono ancora lì, come le colonne di bronzo, nel mese di ottobre 2009.
Marlene è ora a Bangassou, presso un centro per studentesse nei pressi della Cattedrale. Un mese più tardi, Marlene è tornata a sorridere, a raccontare timidamente le sue sventure e ad essere una persona come tutte le altre
”.
fonte www.fides.org

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EUROPEAN UNION FUNDS LAW THREATENING ACCESS TO MEDICINES
15 march 2010

The European Union is funding the drafting of Uganda’s controversial Counterfeit Goods Bill, a proposed law that has caused an outcry as it threatens access to life-saving generic medicines in this low income East African country.
Some 90 percent of medicines used in Uganda’s health-care system are imported, of which about 93 percent are generics. IPS received information that part of the five million euros that Uganda’s ministry on tourism, trade and industry received from the EU in a financing agreement signed in July 2009 was to finance the drafting of this contentious bill that has consistently been criticised as a threat to treatment. The financing agreement is aimed at supporting Uganda’s implementation of the Economic Partnership Agreement (EPA) between the EU and East African countries.
Simon Lokodo, Uganda’s state minister for industry, admitted in an interview with IPS that the process of formulating the bill has been funded by the EU. “We get support from the European Union. With the support we get from them we have managed to employ someone who has helped us to dig into the matter and work with other partners to develop the bill which is before cabinet now” he said. Lokodo told IPS that there was nothing peculiar with the EU funding anti-counterfeit policies as part of other support to the trade sector. “You have seen our markets flooded with counterfeit goods. Those goods are not only impacting our lives but they are killing our industries. I think it is better to work with the EU and other partners to fight those goods” he said.
But activists have been puzzled by the Ugandan government’s willingness to adopt a law that defines counterfeiting so broadly as to criminalise the production and importation of generic medicines, thereby placing affordable and legitimate medicines outside the reach of millions of people in a country struggling with HIV and AIDS and malaria. This step has been all the more perplexing since Uganda, as a least developed country, has until 2016 before it is obliged to provide patent protection for pharmaceutical products as per the Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS) regime of the World Trade Organisation.
Harvey Rouse, head of the political and trade section of the EU delegation to Uganda, confirmed to IPS that part of the five million euro financing agreement entered into with Uganda in July 2009 involves developing an anti-counterfeits law. He said: “We are supporting the ministry of trade (…) to reform its policy and legal/regulatory regimes, including on counterfeits. This support is under the EPA – Economic Partnership Agreement – related trade and private sector development programme (…) to be implemented over the next four years.”
In response to further questions about whether the EU delegation was aware of the obstacles to public healthcare that the bill poses, Alex Nakajjo, trade operations officer at the EU delegation in Kampala, pointed out that the bill “targets only people who infringe on protected intellectual property rights (…). The EU does not support counterfeits trade and counterfeits should not be confused with generic drugs”. Moreover, he said, the EU had previously “pushed for a provision to ease access to generic drugs for developing countries under the TRIPS Agreement. The EU, as one of the largest donors in the world, believes in and promotes access to generic drugs for developing countries”.
However, the Ugandan law, like the recently adopted Kenyan law and the pending East African Community law, makes no distinction between legal generic medication and counterfeits, according to the Program on Information Justice and Intellectual Property (PIJIP) at the Washington College of Law in Washington, DC. PIJIP runs a training programme on the use of intellectual property (IP) flexibilities to ensure access to generic medication.
Activists also point out that, while substandard and fake medicines should not be tolerated, the proposed law will not address the problem of bad quality as it confuses IP rights with quality standards. Intellectual property rights expert Sisule Musungu pointed to the following that indicate that the draft law is about trade interests and not about safety standards: the channelling of such legislation through trade ministries rather than health ministries which have been working on safety standards for drugs for many years; and the involvement of customs and police rather than health authorities.
Another indication is that the funding of the law comes from money allocated to trade rather than health policy. Musungu explained the push behind the law as follows: if liberalisation of trade in agricultural and manufactured goods continues, it will eventually mean that the EU and the U.S. will be unable to compete in agriculture with Brazil and in manufactures with China and India.
All that remains for the EU and U.S. in terms of comparative advantage is services and intellectual property rights. “Intellectual property has become a very important part of the EU’s foreign policy… The big players in the West won’t get very far if they use the standard IP entry point because of the awareness that exists in many developing countries about the effect of IP on access to medicines and other things. And so, using the language of counterfeits strategically is basically a strategy to get via another way what you would normally get through IP laws” he concluded.
IPS has traced the evolution of the law and found that the EU’s association with the drive for anti-counterfeit legislation goes further back. The EU funded the Ugandan trade ministry’s trade sector review conference on Oct 30, 2008 through a programme for the “technical support for the economic partnership agreement finalisation”. At this conference the first version of the Counterfeit Goods Bill was discussed in a presentation by Private Sector Foundation Uganda (PSFU) chairperson and former Ugandan finance minister Gerald Ssendaula. The PSFU, which represents 81 business associations and public sector agencies, has been among the primary organisations in Uganda working with other groups in East Africa to push for national and regional anti-counterfeit policies.
At the time Ssendaula identified counterfeits as one of the main challenges in the business environment in Uganda. He said that “the private sector notes with concern that the penalty in the draft counterfeits bill is not punitive enough to deter counterfeiting and trademark malpractices. We call upon the government to review the relevant clauses with a view of making them more punitive.” Ssenduala suggested five-year jail terms for counterfeiters and the establishment of a regional and international link with other bodies to curb importation of fake goods. The EU delegation’s Rouse told IPS that Uganda lacks adequate legislation and enforcement of IP rights and has weak punitive measures that encourage trade in counterfeits.
Uganda also needs a specific institution charged with fighting counterfeits. This position is reflected in the Counterfeit Goods Bill. Most other countries requires “wilful deception” or piracy “on a commercial scale” for IP infringement to be regarded as counterfeiting. The World Health Organisation also sets the minimum measure of counterfeit to be “deliberate and fraudulent mislabelling” and “misrepresentation of identity or source“. But in the East African cases, unknowing infringement is made a criminal offence. In the Ugandan case the bill prescribes hefty fines and even prison sentences of up to 20 years. This is in stark contrast to the use of civil remedies that are the internationally accepted legal practice in cases of IP infringement, said Musungu.
Legal experts have argued that Uganda has the necessary laws in place to address the problem of counterfeiting, for example the Copyright Act, Trademarks Act, Patents Act, Trade Secrets Act and sections in the Penal Code which criminalise the sale of counterfeits.
fonte www.afronline.org

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TALES OF TORTURE AND DEATH IN UGANDA’S TORTURE CENTRES
16 march 2010

The March 11 Country Human Rights Report released by the American government faults the Ugandan government in at least 18 areas of serious human rights abuse, which among others include arbitrary and politically motivated killings, abductions; electoral irregularities; official corruption; mob and ethnic violence and official impunity.
It highlights other “serious human rights problems” as vigilante killings; politically motivated abductions; torture and abuse of suspects and detainees and harsh prison conditions; arbitrary and politically motivated arrest and detention; the holding of suspects incommunicado and lengthy pretrial detention; restrictions on the right to a fair trial and on freedoms of speech, press, assembly, association, and religion; restrictions on opposition parties.
Other problem areas are violence and discrimination against women and children, including female genital mutilation (FGM), sexual abuse of children, and the ritual killing of children; trafficking in persons; violence and discrimination against persons with disabilities and homosexuals; restrictions on labour rights; and forced labour, including child labour.

Government reaction?

So far, there is no significant official reaction to the report, as most of the government officials Sunday Monitor contacted said they had not seen the report posted on the US government’s official website and so needed time to carefully examine the report. Foreign Affairs Permanent Secretary, Amb. James Mugume, the Chairperson of the Uganda Human Rights Commission, Mr Medi Kaggwa and the Police Spokesperson, Ms Judith Nabakooba, all told this newspaper they needed to time to study the context in which the Americans wrote last year’s report before they can comment on it.
But I think we’ve been working with all the stakeholders while addressing all these issues as they’ve been raised from time to time” said Amb. Mugume. “Many reports keep coming, some of them not genuine, so we need time to study this one before addressing the new issues with various institutions.” The American report opens with a description of Uganda as a country of 32 million people led by President Museveni of the dominant NRM party elected in the “2006 presidential and parliamentary elections [that] were marred by serious irregularities”.
Prominent feature

Featuring prominently in the report is the September 2009 violence in Kampala, where security forces used live ammunition and tear gas to disperse demonstrators, which according to official statistics resulted in 27 deaths and numerous injuries. Other observers suggest the death toll from the September riots were as high as 50. The violence erupted following the travel restrictions the government imposed on the Kabaka (king) of Buganda Kingdom.
More than 1,000 persons were detained, of whom more than 400 were in prison awaiting trial at year’s end. Following the riots the government closed and suspended the licenses of four radio stations, closed a radio talk show, and suspended or dismissed journalists to control coverage of the event” reads the report in part. “While civilian authorities generally maintained effective control of the security forces, elements of the security forces occasionally acted independently of government authority” says the report, which concentrates on listing problems without giving specific recommendations as to what remedial action needs to be taken.
On the issue of arbitrary or unlawful deprivation of life, the report says the Ugandan government or its agents apparently committed politically motivated killings and were responsible for arbitrarily killing opposition members, detainees, demonstrators, and other citizens.
Some deaths occurred as a result of torture, which though illegal under Uganda’s penal system, is said to be routinely used as an interrogation tool by the recognised and clandestine security organisations. It mentions the January 17 incident in Bukedea District where, security agents reportedly tortured to death David Okwi, a member of the opposition Forum for Democratic Change party for allegedly possessing a gun.
The Uganda Police, the Prisons and the UPDF are also accused of using excessive force while dealing with civilians, which resulted into death and injuries. “Police use of excessive force, including live ammunition, to disperse demonstrators, resulted in deaths and injuries. For example, on February 16, in Nakaseke District, SPC Paul Baita allegedly shot and killed William Byamugisha and Daniel Tumwine, students at Kaloke Christian High School, who were demonstrating against the quality of meals provided at the school. Four other students were injured and required medical treatment.”
The report also mentions a number of incidents in 2008, 2007, and 2006 where Ugandan security forces were involved in killings. Among the incidents highlighted is the 2006 random shooting at a crowd of opposition members in Mengo by Lt. Ramadhan Magara, killing two and injuring others. Magara has since been convicted of manslaughter and sentenced to 14 years in jail. Defence and Army Spokesman, Lt. Col. Felix Kulayigye, said much as he had not read the report to comment on the specific issues it raises, the Uganda People’s Defence Forces had made serious strides towards observance and respect of human rights.
We do exist as an institution because of the people and we do respect people’s rights. It is the reason we put in place a full directorate in charge of human rights and it is manned by senior lawyers who teach human rights to our soldiers – actually, human rights is taught at all levels of our training” he said. “Some of the individual incidents have been happening because we are not made out of angels. We are human beings. But we have zero tolerance to human rights abuse as an institution and we do not condone those acts.”
Other problem areas in the US report are the rampant ritual murders and mob violence cases. “Mob attacks against criminal suspects resulted in deaths. Witnesses rarely cooperated with police, making investigation of such incidents difficult” it adds.
Abduction implications
On disappearances, the report implicates the government in politically motivated abductions, giving the example of two FDC members Ismail Wagaba and Robert Mugyenyi who were taken from their homes by suspected state agents in 2008 and 2006, respectively. On torture cases, the American report says “there were credible reports that security forces tortured and beat suspects, some of whom died as a result”. Quoting the recent UHRC findings, the report says torture generally occurred in unregistered detention facilities and was intended to force confessions. There were numerous reports of torture and abuse in the unregistered detention facilities operated by the JATT and CMI.
In its April 8 report, HRW noted that detainees held in JATT headquarters in Kololo and at CMI headquarters in Kitante described being “hit repeatedly with the butt of a gun, slapped in the head and ears, or beaten with fists, whips, canes, chairs, and shoes.” JATT and CMI personnel “put detainees into painful stress positions and forced red chili pepper into eyes, nose, and ears causing excruciating pain. Some detainees described being shocked with electricity, and many reported seeing detainees struggling to walk or having to be carried by fellow detainees to vehicles. One detainee lost his leg due to infection in a wound caused by a severe beating” says the US report.
The UHRC, the Foundation for Human Rights Initiative (FHRI), and other human rights organisations have previously reported incidents of torture by security forces, including caning, severe beating, stabbing, kicking, tying of limbs in contorted positions, forced marching, and rape.
Torture victims included political activists and detainees” says the US report, “For example, Francis Atugonza, the mayor of Hoima and the FDC’s trade and industry secretary, filed charges during the year against the CMI for alleged illegal detention and torture in a CMI “safe house” after he was arrested in April.” “During the September 10-12 riots in Kampala, security forces beat suspects, including women, and went door to door in some neighborhoods, pulling residents out of their homes to be beaten and arrested, according to HRW.
Victims petitioned

The UHRC received complaints from individuals who sustained injuries during the riots. For example, a petition filed by Ssemukala Ismail alleged that security force members shot him while he was closing his shop in Nateete, impairing his left arm.” The Uganda police further features in the US report for its excessive use of force during arrests, evictions and land disputes resulted in injuries. It also highlights the issue of an influx of arms in the country, fuelling violence in the Karamoja region, resulting in deaths and injuries.
It also condemns the continued holding onto children forcibly abducted from Uganda by the Lord’s Resistance Army (LRA), a rebel force currently hiding in the DR Congo, “responsible for killing, raping, and kidnapping hundreds of persons in the DRC, CAR, and Sudan”.
fonte www.monitor.co.ug Solomon Muyita

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DIRITTO ALL’ACQUA: SECONDO ONU, AUMENTA USO DI QUELLA POTABILE
16 marzo 2010

Potrà essere raggiunto entro il 2015, e addirittura superato, l’obiettivo del Millennio relativo alla popolazione planetaria che utilizza acqua potabile e sicura: lo sostiene l’ultimo rapporto su acqua e sistemi sanitari diffuso oggi dagli uffici delle Nazioni Unite incaricati di verificare i progressi in materia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) e il Fondo per l’Infanzia (Unicef).
Nella nota che accompagna la diffusione del rapporto si precisa che secondo le ultime rilevazioni “l’87% della popolazione mondiale, ossia approssimativamente 5,9 miliardi di persone, utilizza fonti di acqua potabile per dissetarsi”. Il rapporto, che prende in esame status attuale e tendenze rilevate in 209 paesi del mondo, evidenzia comunque alcune disparità nell’utilizzo di acqua potabile. Secondo i dati, infatti, gli abitanti delle zone rurali e gli strati economicamente più deboli della popolazione sono quelli che maggiormente vengono esclusi dall’uso di acqua potabile. Otto delle dieci persone che non hanno accesso a fonti d’acqua pulite vivono nelle zone rurali (…) la stessa disparità si ritrova anche in base al reddito. In Africa sub-sahariana, ad esempio, le persone con un reddito più alto hanno il doppio delle probabilità degli strati più poveri della popolazione di utilizzare fonti d’acqua pulite” si legge nella sintesi del rapporto.
Il documento sottolinea, infine, come maggiori progressi debbano ancora essere ottenuti in materia di sistemi sanitari. Secondo il rapporto, il 39% della popolazione mondiale (circa 2,6 miliardi di persone) vive senza poter disporre di sistemi sanitari e fognari adeguati.
fonte
www.misna.org

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SONO 5 LE AZIENDE ITALIANE COIVOLTE NEL COMMERCIO DEGLI STRUMENTI DI TORTURA
17 marzo 2010

Sono cinque le aziende italiane che secondo un rapporto di Amnesty international sarebbero implicate in un commercio internazionale di strumenti di tortura che coinvolge diverse società dell’Unione Europea.
Nel rapporto di Amnesty, curato dalla fondazione di ricerca Omega Research Foundation e intitolato ‘Dalle parole alle azioni’, di cui l’Ansa è in possesso, è pubblicata una tabella nella quale vengono menzionate 5 compagnie italiane (Defence System Srl, Access Group srl,Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) coinvolte in un commercio internazionale di arnesi finalizzati alla tortura tra il 2006 ed il 2010.
Assieme alle aziende italiane la tabella menziona tre compagnie belghe e due finlandesi.
Gli strumenti del dolore

Nel rapporto si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. Il rapporto sottolinea che queste attività sono proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca. Il rapporto sarà formalmente preso in esame domani a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo.
Le falle legislative
Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione Europea e agli Stati membri dell’Unione Europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente. “L’introduzione di controlli sul commercio di ’strumenti di tortura’ dopo un decennio di campagne di organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi Stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli” ha detto Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso l’Unione Europea.
Si fa ma non si dice
Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia, ha aggiunto: “Le nostre ricerche rivelano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi Stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove Paesi dove Amnesty International ha potuto documentare l’uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette Stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio“.
Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, ma Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende in Belgio, Finlandia e Italia, i cui prodotti sono apertamente commercializzati su Internet.
Le scappatoie legali

Quelle esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti. “Nell’ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli Stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore” ha affermato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.
Alcune conclusioni

Di seguito, ecco alcune delle principali conclusioni del rapporto: tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici; la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove Paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture; aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici per detenuti (una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle ‘cinture elettriche’, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione Europea; nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle cinture elettriche nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura; solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo; gli stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno.
fonte
www.repubblica.it

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UN MISTERIOSO INCENDIO DISTRUGGE IL MAUSOLEO DEI RE DELL’ANTICO REGNO DEL BUGANDA, SI TEMONO TENSIONI E SCONTRI
17 marzo 2010

Il 16 marzo un incendio ha distrutto le Kasubi Tombs, il mausoleo, nei pressi della capitale Kampala, dei re del Buganda, il regno tradizionale nel sud dell’Uganda.
Le cause dell’incendio sono in via di accertamento, ma la distruzione del mausoleo, definito patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ha provocato tensioni e incidenti tra la popolazione e le forze dell’ordine. Secondo fonti di agenzia almeno due persone sono morte negli scontri tra la polizia e un gruppo di dimostranti che voleva impedire al Presidente, Yoweri Museveni, di visitare il mausoleo distrutto. Esercito e polizia presidiano l’area anche se fonti di Fides affermano che nel centro della capitale, Kampala, la situazione è calma.
A settembre erano scoppiati alcuni disordini dopo che ad un esponente del regno di Baganda era stato impediti di recarsi nel villaggio di Kayunga, in un distretto a nord-est di Kampala, per avviare i preparativi in vista di una visita del sovrano del Buganda. Secondo le fonti di Fides “esistono ancora differenziazioni di carattere tribale e in base ai 4 regni tradizionali, ma la situazione sta evolvendo. La stessa Chiesa è fortemente impegnata per superare la mentalità tribale. I seminari sono misti nel senso che le diocesi accolgono nei propri seminari studenti provenienti da altre diocesi ugandesi. È questo un modo per far capire che la diversità è un arricchimento reciproco e non un fattore di divisione. La presenza inoltre di congregazioni missionarie dà un respiro internazionale alla Chiesa locale, così come le congregazioni diocesane, specie quelle femminili, che praticano la regola del mescolare persone provenienti da diverse parti del Paese”.
Per quanto riguarda l’incendio del mausoleo, le fonti di Fides affermano: “è troppo presto per prevedere quali conseguenze questo episodio, ancora da chiarire, avrà sulla convivenza tra le diverse parti del Paese. Sicuramente in un anno pre-elettorale (si vota per eleggere il Presidente nel 2011), vi saranno speculazioni tendenziose, volte ad alimentare la tensione. Speriamo che prevalga il buon senso e vengano isolate le voci diffuse da chi vuole seminare odio e confusione”.
fonte
www.fides.org

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A KAMPALA UN ISTITUTO REGIONALE PER L’ACQUA
18 marzo 2010

Avrà sede a Kampala un istituto regionale dell’acqua e dei servizi sanitari: lo hanno deciso i delegati dell’Associazione africana dell’acqua che nella capitale ugandese stanno concludendo il XV congresso dell’organizzazione.
L’istituto avrà il compito di raccogliere e diffondere informazioni su qualità di acqua e servizi idrici, di fornire consulenze e corsi di formazioni, con l’obiettivo finale di migliorare i servizi a disposizione delle popolazioni africane. Parlando ai delegati, il premio Nobel per la pace 2004, la kenyana Wangari Maathai, ha sottolineato che la “più efficace strategia per garantire le forniture di acqua è difendere gli ecosistemi naturali, in particolare le foreste e le paludi”. In questo modo, ha aggiunto, “l’acqua diventerebbe una risorsa di valore da poter gestire in maniera più efficace e responsabile”. Ma anche garantendo un migliore e più diffuso accesso all’acqua potabile, ha concluso il premio Nobel, “l’accesso all’acqua deve essere considerato un diritto umano. Negare acqua potabile significa condannare a morte intere popolazioni”.
L’appuntamento di Kampala, che precede di qualche giorno le celebrazioni della Giornata mondiale dell’acqua promossa dall’Onu, è servito anche a fare il punto sugli sforzi per raggiungere gli obiettivi del millennio fissati dalle Nazioni Unite nella lotta alla povertà. “Obiettivi - ha ricordato Mamadou Dia, presidente dell’Associazione africana dell’acqua – che includono la questione dell’acqua in Africa”.
fonte www.misna.org

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KENYA-UGANDA: PIANO COMUNE PER DISARMO DELLA FRONTIERA
24 marzo 2010

Un accordo su un programma comune e coordinato di disarmo da avviare lungo le rispettive frontiere è stato firmato da Kenya e Uganda. Lo riferiscono i media locali e internazionali, precisando che due delegazioni di Nairobi e Kampala si sono incontrate a Kitale (a nord di Nairobi) per mettere a punto i dettagli dell’intesa, che intende limitare la disponibilità di armi da fuoco soprattutto tra le comunità di pastori nomadi e contenere le violenze transfrontaliere che ciclicamente coinvolgono gruppi di giovani di queste comunità.
L’intesa prevede la formazione di un comitato tecnico congiunto, incaricato di seguire il programma di disarmo che coinvolge esponenti delle forze di sicurezza, amministratori provinciali e funzionari doganali. La collaborazione tra i due paesi segna un’importante novità nella gestione della diffusione di armi tra le comunità nomadi; finora, infatti, i vari governi si erano sempre impegnati singolarmente nella gestione del fenomeno.
L’Uganda soprattutto da alcuni anni ha lanciato una serie di programmi di disarmo (prima volontari poi forzati) tra i Karimojong, annunciando la raccolta di ben 27.000 armi da fuoco. La presenza di armi tra le comunità nomadi ha alimentato le ostilità (fatte di furti di bestiame, razzie, attacchi e rappresaglie) tra le comunità Turkana, Pokot, Marakwet, Samburu, Karimojong.
In un’iniziativa analoga, il Kenya è riuscito a recuperare 3000 armi, anche se, secondo la Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale keniana, nel nord-ovest del paese sarebbero in circolazione ancora oltre 50.000 armi di piccolo calibro.
fonte www.misna.org

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CENSURA PRE-ELETTORALE
24 marzo 2010

In vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno il governo di Kampala sta discutendo un progetto di legge che, se approvato, controllerà la libertà delle testate giornalistiche.
Legge draconiana
È questa la definizione unanime con la quale la Federazione Africana dei giornalisti (FAJ) ha accolto il progetto di legge predisposto dal governo di Kampala per limitare, di fatto, la libertà d’informazione della stampa ugandese. La bozza del ‘2010 Press and Journalism Bill’, attualmente al vaglio del Consiglio dei Ministri, è stata esposta nelle sue linee chiave dal ministro dell’Informazione Kabakumba Matsiko. Pronte le reazioni della FAJ e della frangia africana del Federazione internazionale dei giornalisti che già da ora promettono una mobilitazione di categoria.
Incostituzionalità del progetto
La si evince scorrendo il primo comma della Legge Fondamentale ugandese promulgata nel 1995: “Ogni persona ha il diritto alla libertà di parola e di espressione, che include la libertà di stampa e altri mezzi di comunicazione“. Quindici anni fa la firma presidenziale in calce al documento era quella di Yoweri Museveni la stessa persona che oggi tenta a tutti i costi di violare quei dettati. L’ordine per le testate giornalistiche è chiaro: limitazione. Se dovesse entrare in vigore la nuova legge obbligherà i quotidiani a rinnovare annualmente la propria licenza che, a sua volta, verrà esaminata da un consiglio sui media controllato dal governo. L’indipendenza delle testate verrà influenzata dall’articolo che prevede la criminalizzazione delle pubblicazioni giudicate, da organi interni all’amministrazione, pregiudizievoli per l’unità, la stabilità, la sicurezza e gli interessi economici dello Stato.
Come dire: i giornali che si rifiuteranno di editare notizie reputate non idonee potrebbero dover sopportare l’arresto dei propri cronisti o la chiusura della testata. Infine ha fatto molto discutere la disposizione con la quale verranno introdotte pesanti restrizioni all’acquisto dei media da parte di investitori stranieri. Dove straniero, si intenda, sta per proprietà non facilmente controllabile.
Reazioni dei media
Nessuno di essi ha avuto dubbi: la misura è stata presa in vista delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo anno e che potrebbero consegnare per altri 5 anni il governo del Paese nelle mani di Museveni. Daniel Kalinaki, caporedattore del Daily Monitor, ha sostenuto: “Il governo già da tempo pianificava di rafforzare il controllo sulla stampa, ma la coincidenza è sospetta ed è chiaro quale sarà l’impatto di questa legge sulla libertà dei media in Uganda, specialmente in tempo di elezioni“.
Un editoriale congiunto pubblicato su tutti i quotidiani nazionali ha duramente criticato la bozza del governo che, riporta la colonna, “cerca di distruggere il giornalismo critico e indipendente per dare al governo il potere di determinare ciò che è e ciò che non è in grado di stampare. Questa legge – prosegue il fondo – è più che un attacco alla libertà di stampa. Si tratta di un attacco al nostro diritto collettivo alla verità e all’informazione di cui abbiamo bisogno per essere liberi e autonomi“.
Tutta colpa dei giornalisti. Yoweri Museveni controlla indisturbato il paese dal 1986 e, sotto il suo potere, è stata redatta e modificata la prima Costituzione dello Stato. La principale correzione della carta fondamentale fu quella introdotta nel 2006, guarda caso alla vigilia della tornata elettorale, e grazie alla quale si ammise la legittimità del terzo mandato presidenziale. A quattro anni di distanza da quella data un’altro emendamento costituzionale sembra potere entrare, di fatto, nel programma elettorale del leader politico: la censura della stampa. O meglio del diritto alla libera informazione consacrato nello stesso documento solenne che, fra gli altri, porta la paternità di chi oggi vuole violarlo.
fonte http://it.peacereporter.netAntonio Marafioti

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MIGRAZIONE QUALIFICATA VERSO NORD, UN FENOMENO IN CRESCITA
26 marzo 2010

Il 23% dei medici formati nei paesi dell’Africa sub-sahariana esercitano la loro professione nel ricco Nord del mondo. Si tratta di un movimento migratorio in crescita che significa una perdita di risorse rare e preziose per lo sviluppo dei paesi del Sud: una valutazione che riassume in poche parole il cosiddetto fenomeno della fuga dei cervelli quella presentata a Dakar dal demografo Philippe Fargues nell’ambito di una conferenza del Consorzio euro-mediterraneo per la ricerca applicata sulle Migrazioni Internazionali.
Sul tema l’Agenzia universitaria francofona dell’Università senegalese di Cheikh Anta Diop ha presentato 37 studi, una vera e propria fotografia del fenomeno della migrazione qualificata. “Sono i paesi ricchi a raccogliere il frutto della formazione ricevuta nei paesi poveri: non si può fermare il movimento – ha sottolineato Fargues – ma per compensare la perdita si potrebbero introdurre nuove apposite tasse, come suggerito da alcuni premi Nobel. Unico punto a favore dei paesi di origine: il migrante qualificato invierebbe in media rimesse superiori a circa 298 dollari rispetto ai fondi trasferiti da quelli meno diplomati.
Dall’ufficio del primo ministro senegalese giunge una proposta concreta, quella di mettere a punto un apposito programma di identificazione e localizzazione dei dottorandi africani partiti all’estero per cercare di reintegrarli nel proprio paese di nascita.
I dati emersi a Dakar confermano altre statistiche diffuse in passato dall’Associazione delle Università Africane che riferivano di un terzo degli intellettuali africani stabiliti all’estero e di almeno 23 mila universitari che lasciano il continente ogni anno. Un esodo che da anni minaccia lo sviluppo nei settori della sanità, dell’economia e dell’istruzione; una mancanza che paradossalmente costringe i paesi africani a ricorrere a professionisti provenienti dall’estero. In conclusione un dato che contraddice lo stereotipo che ad abbandonare il continente siano soltanto persone disperate che, mettendo a rischio la propria vita cercano fortuna sul vecchio continente.
fonte www.misna.org

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WORLD URBAN FORUM: L’80% DELLA POPOLAZIONE URBANA VIVE IN BARACCOPOLI
26 marzo 2010

Lavorare subito e intensamente nei paesi del Sud del Mondo per affrontare la questione delle baraccopoli, degli slums, delle favelas, delle bidonville prima che sia troppo tardi e prima che le situazioni difficili di questi aree urbane diventino ingestibili: è un appello all’azione urgente in Africa, in Asia e in America Latina quello arrivato dall’incontro dedicato al problema delle baraccopoli nel Sud del Mondo tenutosi a margine del World urban forum che oggi a Rio de Janeiro chiuderà i suoi lavori.
Secondo le stime fornite da Sir John Kaputin, ex-segretario generale dei paesi del Gruppo Africa, Caraibi Pacifico il 78% della popolazione urbana dei paesi del sud del mondo vive oggi in baraccopoli, evidenziando così la necessità impellente e prioritaria di affrontare la questione da parte dei governi dei singoli paesi. “È fondamentale lavorare su due fronti: riqualificare le aree marginali e, soprattutto, prevenire la creazione di nuovi insediamenti informali ai margini delle nostre città” ha detto un partecipante africano alla tavola rotonda.
Intervenendo al dibattito, il direttore dell’ufficio africano del programma Onu Un-Habitat (che ha organizzato l’incontro di Rio), Alioune Badiane, ha sottolineato l’importanza di una gestione trasparente del sistema di allocazione delle terre nei centri urbani dei paesi del sud del Mondo. “Finchè politici corrotti continueranno a gestire la terra delle nostre città, non riusciremo mai a controllare lo sviluppo nei nostri paesi” ha detto Badiane. I partecipanti hanno ripetutamente invitato i governi a riconoscere pubblicamente che “i più poveri tra i poveri si trovano spesso nelle aree urbane”, anche per scoraggiare il fenomeno dell’inurbazione e dello svuotamento delle campagne, a danno di milioni di persone che ogni anno, inseguendo il sogno dello sviluppo urbano, finiscono per trovarsi in condizioni di vita estremamente più difficili di quelle che si registrano nelle aree rurali.
Dall’incontro è emersa la necessità di lavorare sulla questione attraverso il difficile coordinamento delle azioni di amministrazioni nazionali, locali e comunità di base, oltre che donatori ed organizzazioni internazionali, affinché, come ha detto il dirigente di Un-Habitat e ministro dell’Acqua e del patrimonio abitativo della Jamaica, Clifford Everald Warmingron, “possiamo piantare oggi un albero, così che la prossima generazione possa beneficiare della sua ombra”.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Onu proprio alla vigila dell’apertura del Forum di Rio, nelle metropoli del mondo i quartieri più poveri e degradati accolgono oggi 827,6 milioni di persone. Nell’ultimo decennio le baraccopoli hanno assorbito 50,9 milioni di nuovi abitanti. A causa dell’espansione costante ed estremamente rapida delle aree urbane, il numero degli abitanti di questi quartieri è costantemente salito (erano 650 milioni nel 1990) e a meno di misure drastiche aumenterà in media di sei milioni l’anno, con la previsione di raggiungere 889 milioni entro il 2020. Esaminando le singole regioni l’Africa Sub-sahariana ospita il maggior numero di persone in baraccopoli, 199,5 milioni; seconda è l’Asia orientale, con 189,6 milioni, seguita da America Latina e Caraibi (110,7 milioni), Asia sud-orientale (88,9 milioni), Asia occidentale (35 milioni), Africa settentrionale (11,8 milioni) e Oceania (6 milioni).
fonte www.misna.org

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RAPPORTO ALLARMANTE SULLA SCOMPARSA DEI GORILLA DI MONTAGNA
26 marzo 2010

Rischia di scomparire completamente dai paesi dell’Africa centrale nei prossimi 10-15 anni il gorilla di montagna, il grande primate immortalato in tante pellicole cinematografiche e documentari.
Secondo un allarmante rapporto realizzato dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) e dall’Interpol, il grande gorilla che vive nelle foreste del Bacino del Congo potrebbe scomparire completamente, o nella migliore delle ipotesi subire una riduzione di oltre il 90% degli esemplari, se non si interverrà rapidamente a sua difesa. Il rapporto definisce “ottimistiche” le stime contenute in uno studio precedente (realizzato nel 2002) alla luce, soprattutto, di alcuni fattori di minaccia dell’animale sottovalutati otto anni fa. Secondo gli esperti (che hanno realizzato sia questo che il precedente studio) a minacciare il gorilla di montagna e il suo habitat concorrono vari fattori: dal bracconaggio, alla deforestazione illegale, attività minerarie, produzione di carbone, ma anche crescente domanda di carne per consumo umano e diffusione di epidemie e febbri emorragiche come quelle di Ebola.
Presentando il documento alla riunione della Cites, che si è chiusa oggi a Doha, UNEP e Interpol hanno anche ricordato come il commercio illegale di animali e l’attività di milizie armate – soprattutto nell’est della Repubblica democratica del Congo, che insieme a Rwanda, Uganda e Burundi, ospita le maggiori comunità di gorilla – siano attività molto remunerative (del valore di centinaia di milioni di dollari l’anno) che possono essere contrastate dalla comunità internazionale attraverso il sistema legale già esistente.
fonte www.misna.org

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MASSACRO NEL NORD EST DEL CONGO, 300 UCCISI A COLPI DI MACHETE
28 marzo 2010

A Kampala sono arrivati all’alba, hanno svegliato il villaggio, si sono fatti consegnare le scorte di cibo, vestiti, coperte e altro materiale, hanno messo in fila uomini, donne e bambini e hanno iniziato la selezione. I più deboli sono stati uccisi sul posto. Gli altri, quelli che resistevano alle percosse e alle sevizie, sono stati arruolati come portatori, caricati delle masserizie e portati via.
Con una violenza degna della fama che li avvolge, una trentina di combattenti dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), milizia che da anni semina il terrore nel nord est del Congo, per quattro giorni ha razziato una decina di villaggi del distretto di Haut-Uelé. Nel corso delle irruzioni, avvenute tra il 14 e il 18 dicembre scorso, 300 persone sono state massacrate a colpi di machete e accetta e altre 250 sono state rapite per essere trasformate in schiavi, soldati e donne al servizio dei miliziani. Per una settimana, le persone strappate ai villaggi hanno dovuto seguire per 30 chilometri le scorribande dei combattenti, trasportando a piedi il materiale rubato. Chi crollava per la fatica veniva ucciso sul posto: un compito che è stato spesso imposto agli stessi prigionieri.
Non si tratta di uno dei ’soliti’ massacri compiuti in un’area che sembra non trovare pace. E’ la più grande mattanza compiuta nel nord est della Repubblica democratica del Congo negli ultimi 25 anni. La notizia è stata scoperta per caso da Human Rights Wacht, una nota Ong impegnata nei diritti umani che sul caso ha diffuso un ampio dossier. La strage è stata riportata con risalto da gran parte della stampa britannica, statunitense e dal sito della Bbc.
Una conferma è arrivata dal vicario episcopale della diocesi di Isiro-Niangara, monsignor Dieudonné Abakuba. “Hanno ucciso almeno 300 persone” ha spiegato il presule “ne hanno rapite tra le 200 e le 400 prima di sparire. Sono riusciti ad ingannare la gente dei villaggi perché sono arrivati indossando divise militari dell’esercito della Repubblica del Congo. Prima hanno ucciso le persone per strada. Soprattutto uomini. Molte le hanno decapitate. I bambini sono stati rapiti mentre stavano andando a scuola“.
Dopo lunghi anni di massacri, l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony, colpito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, era stato rintuzzato sia dall’esercito, sia dalla forza di pace delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, attraverso Africom, il nuovo comando militare americano per l’Africa, avevano finanziato il governo dell’Uganda dove sorgevano le principali basi della milizia. La collaborazione tra Dipartimento di Stato e Kampala era riuscita a debellare la LRA, ma aveva anche spinto gli ultimi combattenti verso l’interno delle foreste. Qui si sono riorganizzati, riarmati e hanno iniziato a girare per le regioni del nord est della RDC per trovare cibo, logistica e soprattutto ragazzi da arruolare come soldati.
La nuova, improvvisa mattanza suona come una sconfitta per gli Usa, decisi a pacificare e a rilanciare economicamente un area ricchissima di materie prime. Ma è soprattutto un nuovo incubo per le decine di migliaia di abitanti dei villaggi, costretti a continui esodi, tra incendi, sparatorie, stupri e sequestri. “La popolazione” denuncia il vicario episcopale Abakuba “non ha beneficiato di alcuna assistenza. E’ un territorio completamente incastrato, non c’è una rete di comunicazione. Dopo essere fuggiti, alcuni abitanti ritornano. Ma il clima è di grande tensione, la gente teme il ritorno dei miliziani e si rifiuta di andare a lavorare i campi. Le conseguenze sono disastrose“.
fonte www.repubblica.it Daniele Mastrogiacomo

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KARAMOJA: CARESTIA E ALLUVIONI, UN MILIONE A RISCHIO FAME
29 marzo 2010

Sono oltre 900.000 le persone a rischio di insufficienza alimentare nella regione della Karamoja, nord-est del paese, a causa di piogge persistenti, seguite da siccità e scarsi raccolti negli ultimi quattro anni.
Lo riferiscono le organizzazioni umanitarie secondo cui circa l’81% del milione e 150.000 persone a rischio fame nel paese si trovano in Karamoja. “Le piogge torrenziali alternate a periodi più o meno lunghi di siccità hanno avuto pesanti conseguenze sulla popolazione locale” avverte Stanlake Samkange, direttore del Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) della Nazioni Unite, annunciando la ripresa della distribuzione di aiuti alimentari a partire dal mese di aprile “poiché le famiglie di contadini stanno esaurendo le scorte di cibo e legumi”.
Un primo gruppo di aiuti di emergenza sarà consegnato alle persone più in difficoltà, circa 300.000, a cui seguiranno le distribuzioni sull’intero territorio. Ogni anno i disastri dovuti alla siccità prolungata non solo colpiscono centinaia di migliaia di persone in Karamoja, ma contribuiscono a rendere ancora più vulnerabile la popolazione locale aggiungendosi all’annoso problema dei guerrieri Karimojong, responsabili di razzie di bestiame e attacchi contro civili, e delle armi che continuerebbero a circolare nella regione nonostante i programmi governativi di disarmo.
fonte
www.misna.org

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Cambio valuta: in data 26/03/2010 1 dollaro USA è pari a 2260 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2789,779 scellini ugandesi


UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli

FRANA SU VILLAGGI: SI SCAVA ALLA RICERCA DI SOPRAVVISSUTI

3 marzo 2010


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