Why not? – Cento + 1
Last Updated on mercoledì, 30 giugno 2010 01:52 Written by Serena Ragni martedì, 29 giugno 2010 01:23
Cento giorni.
Sono passati cento giorni dall’arrivo: giorni di sole e di pioggia, di speranza e di sconforto, di sorrisi e di lacrime, di sogni e di realtà.
Cento giorni di progetti già iniziati che stanno arrivando al traguardo finale e di progetti nuovi che sperano di arrivarci: “New Kabul”, la nuova residenza per i ragazzi orfani, è quasi terminata come pure il nuovo edificio scolastico della scuola superiore Day Section , mentre alla Boarding School sono iniziati i lavori del nuovo centro sportivo nato grazie alla collaborazione con l’associazione ISP Africa. La Nursery e Primary School che alla fine dello scorso anno rischiava di chiudere per le gravi difficoltà economiche in cui versava, grazie all’aiuto di Padre John ha riaperto i cancelli e tra tante (davvero tante!) difficoltà tutti i ragazzi hanno potuto riprendere il secondo trimestre della scuola. Anche il Benedict Medical Centre ha proseguito la sua intensa attività sia a servizio dei 2.240 studenti sia nel reparto maternità, inaugurato lo scorso 4 ottobre, dove le tante future mamme hanno potuto trovare un’alternativa all’ormai congestionato spazio del Mulago Hospital, l’ospedale governativo.
Cento giorni scanditi dall’alternarsi di momenti di festa come la Pasqua vissuta davvero come la celebrazione della Vita sulla Morte e momenti di dolore come la perdita del bambino di pochi giorni della “nostra” Rose Mary.
Cento giorni con l’occhio sempre attento e cuore e orecchio pronti all’ascolto nel tentativo impossibile di svelare l’incomprensibile.
Cento giorni. Ed ognuno di questi è stato una sfida soprattutto con se stessi per mantenere l’equilibrio nei momenti di vertigine, spesso cercati.
Più volte sono tornata a Kireka, nell’ “Acholi Quarter”, dove fino all’imbrunire si spaccano pietre nella speranza di barattarle per qualche scellino. E lì quando scende la sera, la parola buio si impossessa del suo vero significato: nemmeno un lume di candela a segnare il passo di chi, come me, è abituato a “vedere” sempre. Ma forse è meglio non vedere.
Ogni volta che esco di casa, incontro le “solite” schiene di bambini che s’incurvano al peso dell’acqua, i “soliti” occhi affamati di tutto, e quelle piccole mani tese in avanti.
Ogni volta che metto la testa fuori dall’ufficio incrocio lo sguardo di madri e padri e ragazze e ragazzi orfani in un pellegrinaggio incessante nella speranza anche solo di poter essere ascoltati.
E allora forse sarebbe anche meglio non sentire perché le domande a cui non è possibile dare una risposta o una spiegazione sono troppe.
Ma poi è sufficiente guardare la spontaneità del sorriso di chi vive la Gioa del Niente per ritrovare il coraggio di vedere e ascoltare sempre di più.
Cento giorni sono passati e l’ultimo sta volgendo al termine…e le valigie sono ancora da fare!
Ma presto sarò di nuovo di ritorno.
serena
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