domenica 05 settembre 2010

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Ugandabout – giugno 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.

CORTE PENALE INTERNAZIONALE: A KAMPALA ANCHE TESTIMONIANZE CRITICHE
3 giugno 2010

PER ELEZIONI DEL 2011, PRESIDENTE CHIEDE A DONATORI DI NON INTERFERIRE
3 giugno 2010

MSF: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI MINA L’ACCESSO ALLE CURE DELL’AIDS IN AFRICA
5 giugno 2010

NILO SALE LA TENSIONE
5 giugno 2010

COMMISSARIO DIRITTI UMANI: PERSEGUIRE RESPONSABILI VIOLENZE NEL NORD
8 giugno 2010

COSÌ POSSIAMO SALVARE 8 MILIONI DI BIMBI
11 giugno 2010

CRESCE L’ECONOMIA E DIMINUISCE IL PESO DEI DONATORI INTERNAZIONALI
11 giugno 2010

UN MISTERIOSO AGGUATO AI MILITARI UGANDESI DI STANZA IN CENTRAFRICA ACCRESCE LE PREOCCUPAZIONI PER LA STABILITÀ DEL PAESE
15 giugno 2010

THREE MILLION UGANDANS ARE DRUNKARDS
16 june 2010

ARMI LEGGERE, A KAMPALA UNA MACCHINA PER DISTRUGGERLE
21 giugno 2010

ALL TEACHERS SHOULD GET PAY RISE
21 june 2010

MERCATO COMUNE, SPERANZE DALLA TANZANIA ALL’UGANDA
25 giugno 2010

PROVINCIA ORIENTALE: NUOVE INCURSIONI RIBELLI UGANDESI, BENI RUBATI
28 giugno 2010


CORTE PENALE INTERNAZIONALE: A KAMPALA ANCHE TESTIMONIANZE CRITICHE
3 giugno 2010

Da quando sono cominciate, nel 2008, le indagini sul Kivu, nessun mandato di cattura è stato emesso. Se la Cpi arrestasse delle persone per i crimini commessi nella regione, le cose andrebbero meglio e sapremmo cosa dire alle vittime di violenze“: è la testimonianza di Justine Masika Bihamba, dell’organizzazione non governativa ‘Sinergia per le donne vittime di violenze sessuali’, rilasciata a Kampala, capitale dell’Uganda, dove si svolge la prima Conferenza internazionale sull’operato e il futuro della Corte penale internazionale (Cpi) con sede all’Aia.
Il dibattito di ieri ha dato la parola alle vittime di crimini di guerra e contro l’umanità che oltre a criticare la lentezza procedurale hanno anche sottolineato che i risarcimenti versati alle donne vittime di violenze sessuali sono spesso troppo ridotti e non consentono loro di ricominciare una vita normale né di ritrovare la dignità. Come in risposta alle vittime intervenute a Kampala, il procuratore generale della Cpi, Luis Moreno Ocampo, ha assicurato che “la Corte sta adottando nuove strategie per arrestare i ricercati“.
Per il caso di Joseph Kony, fondatore e capo dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra, Lord resistance army), Ocampo lo ha definito “emblematico della conseguenza dell’impunità: altre 2000 persone sono state uccise da quando è stato emesso il mandato di cattura“; per il presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir, contro cui Ocampo ha emesso un ordine di cattura per presunte responsabilità di crimini di guerra in Darfur, sarebbe “solo una questione di tempo“.
Complimentandosi per l’andamento delle indagini in corso in Kenya sulle violenze elettorali del 2007, il procuratore ha annunciato l’apertura di processi contro alcuni dirigenti entro fine anno e ha poi criticato l’atteggiamento di non-cooperazione da parte di Kinshasa sul caso di John Bosco Ntaganda, l’ex-capo ribelle responsabile di gravi crimini nell’Ituri e oggi componente di primo piano nell’esercito regolare congolese. Ieri, Belgio, Danimarca e Finlandia hanno firmato un accordo di collaborazione con la Cpi, dando la loro disponibilità ad accogliere nei propri carceri futuri accusati.
E’ la prima volta che esponenti governativi, delle Nazioni Unite e della società civile di quasi tutti i 111 paesi che aderiscono ai principi della Corte si riuniscono per valutare il suo operato e migliorarne il funzionamento, anche riesaminando il Trattato di Roma, che il 17 Luglio 1998 ne sancì l’istituzione.
fonte www.misna.org

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PER ELEZIONI DEL 2011, PRESIDENTE CHIEDE A DONATORI DI NON INTERFERIRE
3 giugno 2010

Vi posso garantire che le presidenziali del 2011 si terranno come previsto. Niente e nessuno potrà disturbare il processo, nessuno ci potrà intimidire” si legge in un messaggio del presidente Yoweri Museveni indirizzato al parlamento in risposta alle critiche espresse dal partito del suo diretto oppositore, Kizza Besigye, il ‘Forum per il cambiamento democratico’ (Fdc).
Al centro dei dissensi politici soprattutto la composizione della Commissione elettorale, in particolare il suo presidente, Badru Kiggundu, “scelto consensualmente tra tutte le forze politiche” sostiene Museveni. Inoltre, rivolgendosi ai paesi donatori, in particolare all’Unione Europea e agli Stati Uniti, il presidente ha affermato di “non aver bisogno del loro sostegno per organizzare le elezioni” sottolineando che “sarebbero più utili se concentrassero le loro azioni nell’energia e le infrastrutture”, settori prioritari nella politica del governo per assicurare sviluppo al paese.
Nel suo messaggio il presidente elenca i risultati economici conseguiti negli ultimi anni: l’Uganda – governata da Museveni ininterrottamente dal 1986 – ha saputo attrarre sempre più investimenti esteri grazie alla scoperta di significative riserve petrolifere e una notevole stabilità economica e politica, diventando la terza potenza economica del continente.
fonte www.misna.org

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MSF: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI MINA L’ACCESSO ALLE CURE DELL’AIDS IN AFRICA
5 giugno 2010

La riduzione degli impegni finanziari da parte dei paesi donatori nei confronti della lotta all’HIV/AIDS, rischia di minare i progressi fatti negli ultimi anni e causare molte più morti inutili”. È la denuncia che Medici Senza Frontiere (MSF) esprime nel recente rapporto dal titolo “No time to quit: HIV/AIDS treatment gap widening in Africa”.
Il rapporto si fonda su analisi portate avanti in otto paesi dell’Africa sub-sahariana e illustra come la maggior parte delle istituzioni internazionali che erogano fondi come PEPFAR, Banca Mondiale, UNITAID e i paesi che finanziano il Fondo Globale, da un anno e mezzo abbiano deciso di tagliare, ridurre o interrompere i loro finanziamenti per le cure e i farmaci antiretrovirali (ARV) contro l’HIV. “Come è possibile interrompere la sfida a metà strada e far finta che la crisi sia passata? Nove milioni di persone in tutto il mondo hanno urgente bisogno di cure e non hanno accesso a farmaci salvavita, due terzi di loro nella sola Africa sub-sahariana. Esiste un reale rischio che molti pazienti muoiano nei prossimi anni se non verranno fatti i passi necessari per affrontare il problema. L’ulteriore riduzione degli aiuti impedirà ad un numero maggiore di persone l’accesso alle cure e metterà a rischio tutti i progressi fatti dall’introduzione dei farmaci antiretrovirali ad oggi” avverte Mit Philips, analista delle politiche sulla salute per MSF e tra gli autori del rapporto.
Il Piano di emergenza per l’AIDS della Presidenza degli Stati Uniti (PEPFAR) ha ridotto il suo budget per l’acquisto di farmaci antiretrovirali nel 2009 e 2010, e ha bloccato il budget complessivo. Altri donatori, come UNITAID e la Banca Mondiale, hanno annunciato riduzioni negli investimenti dei prossimi anni per i farmaci antiretrovirali in Malawi, Zimbabwe, Mozambico, Uganda e Repubblica Democratica del Congo (RDC). Anche il Fondo Globale per l’HIV, Tubercolosi e Malaria – la più grande istituzione finanziaria per la lotta all’HIV – sta fronteggiando un calo dei finanziamenti. Stati Uniti, Olanda e Irlanda hanno già annunciato che diminuiranno le loro quote contributive annuali. L’Italia è in arretrato con il pagamento della quota per il 2009.
Tra il 2009 e il 2010, gli stanziamenti già approvati si sono ridotti dell’8-12%. I tagli generalizzati si sono tradotti nella riduzione del numero di persone in grado di iniziare un trattamento antiretrovirale, in Sudafrica, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, dove il numero dei nuovi pazienti che hanno iniziato le cure è diminuito di ben sei volte. Sistemi sanitari già fragili verranno portati allo stremo, a causa di un sempre maggior numero di pazienti che richiederanno un’assistenza più specialistica per l’insorgenza di patologie opportuniste.
L’esaurimento delle scorte e la sospensione nella distribuzione dei medicinali sono già una realtà e diventeranno sempre più frequenti se non saranno disponibili fondi a sufficienza. Recentemente alcuni governi e altri soggetti in Malawi, Zimbabwe, RDC, Kenya e Uganda, hanno fatto diretta richiesta a MSF di forniture straordinarie di medicinali. “Una riduzione dei finanziamenti provocherà la morte di molte più persone e l’aumento del numero degli orfani. I pazienti  sieropositivi spesso devono accudire altre persone, in primo luogo i propri bambini. Perderanno la speranza e moriranno. Senza medicinali non c’è futuro” dichiara Catherine Mango, una donna sieropositiva del Kenya.
I farmaci antiretrovirali evitano che la malattia precipiti, facendo sì che i pazienti vivano più a lungo. Ciò significa che il numero dei pazienti in cura aumenta ogni anno. Per questo è necessario un incremento costante e stabile dei finanziamenti. “L’HIV/AIDS è un’emergenza sanitaria globale che richiede ancora una risposta eccezionale. MSF chiede un rinnovato e continuo impegno da parte dei donatori e dei governi nazionali nella lotta all’HIV/AIDS, affinché tale disastrosa emergenza di salute pubblica possa essere affrontata in maniera adeguata” conclude Mit Philips.
Nelle scorse settimane l’ex-direttore esecutivo di MSF Italia, Gianfranco De Maio, con un editoriale dal titolo ‘La facoltà di fare e mantenere promesse’ ha ricordato che Medici Senza Frontiere è intervenuta nel dibattito che precede l’annuale Assemblea Mondiale della Salute, organizzata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) indirizzando ai delegati una lettera aperta riguardo agli argomenti considerati più nevralgici in questo momento: malnutrizione infantile, innovazione medico-scientifica e proprietà intellettuale, contraffazione farmaceutica.
fonte www.unimondo.org

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NILO SALE LA TENSIONE
5 giugno 2010

Erodoto chiamava l’Egitto ‘Dono del Nilo’, ma sono molti i doni dimenticati risalendo lungo il suo corso fino agli altipiani dell’Etiopia e al lago Tana, dove nasce il Nilo azzurro, oppure al Lago Vittoria, in Uganda, dove inizia la corsa del Nilo bianco: tanti quanti sono i Paesi che attraversa.
Il 14 maggio i ministri di Uganda, Etiopia, Rwanda e Tanzania si sono riuniti a Entebbe, in Uganda, per firmare un Accordo strutturale di cooperazione sulle acque del Nilo, il Cooperative Framework Agreement (CFA), che di fatto servirà a istituire una Commissione permanente di gestione e sfruttamento futuro delle acque del grande fiume da parte di tutti i Paesi del suo bacino. Il Kenya ha firmato la settimana successiva. Ma Egitto e Sudan hanno disertato l’incontro.
Il bacino idrografico del Nilo, lungo 6695 chilometri, comprende un territorio di 3 milioni di chilometri quadrati, con 300 milioni di persone direttamente coinvolte dal suo sistema idrico interconnesso, che, per la grossa crescita demografica che sta investendo la regione, raddoppieranno nei prossimi 25 anni. Oggi sono 160 milioni quelli la cui vita dipende strettamente dal fiume e 9 i Paesi interessati: Egitto, Sudan, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda.
La questione è semplice, bastano poche parole per dirla: si tratta di come usare e distribuire equamente le potenzialità delle risorse idriche che il Nilo mette a disposizione, tra le quali ad esempio l’energia idroelettrica o la capacità di irrigazione per lo sviluppo di una moderna agricoltura, tutte enormi occasioni di crescita economica. Con questo obiettivo viene avviato il CFA, come protocollo d’intesa, che vincola i Paesi aderenti a formare la futura Commissione di gestione secondo determinati criteri.
Semplice a dirla, ma nei fatti la questione ha una natura molto più complessa e radici antiche, che affondano le loro origini nel terreno sabbioso degli accordi coloniali, stipulati dalla Gran Bretagna con l’Egitto nel 1929. E intanto la popolazione dell’intero bacino resta poverissima. Per ovviare a questa situazione le negoziazioni hanno inizio nel 1997, ma solo nel 1999 nasce la Nile Basin Initative (NBI), che deve spianare la strada per una Commissione di gestione, ma dieci anni di negoziati, che hanno visto manovre politiche, intrighi, diffidenza, sospetti e abbandoni, non hanno portato a niente. Inoltre la NBI, che serviva anche a dare un riconoscimento legale a tutti i Paesi del bacino nello sfruttamento delle acque, sia su scala regionale che internazionale, finirà il suo mandato nel 2012, occorre quindi elaborare una nuova cornice di controllo. In questi dieci anni la NBI si è rivelata legalmente fragile: l’Egitto ha continuato ad esercitare il proprio diritto di veto per le opere sul Nilo. Solo nell’ultimo anno due incontri, a Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo nel maggio 2009 e ad Alessandria d’Egitto nel luglio dello stesso anno, si sono conclusi con un nulla di fatto per la posizione inflessibile espressa da Egitto e Sudan, con il rifiuto di una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua.
In un meeting straordinario, tenutosi a Sharm El Sheikh nell’aprile di quest’anno, l’Egitto, che detiene l’attuale presidenza a rotazione del Consiglio dei ministri del Nilo, propone di istituire la Commissione prima di concludere i negoziati sull’accordo, in altre parole prima di chiudere il protocollo d’intesa. La tattica dell’Egitto di attaccare il carro davanti ai buoi, per cui molti accusano il ministro delle Risorse idriche Nasr Eddin Allam di mancanza di imparzalità in qualità di presidente di turno, sembra evidentemente andare nella direzione di uno svuotamento della Commissione, crearla al di fuori degli accordi vorrebbe dire avere un’istituzione vuota, meno forte della NBI. Nel vertice di Sharm fonti riportano di tentativi, portati nottetempo dal ministro egiziano, di inserire nel testo degli accordi clausole capestro per gli altri Paesi, eroicamente sventati dal ministro dell’Acqua della Tanzania, il prof. Mark Mwandosya.
L’atteggiamento egiziano viene definito anacronistico dal Primo ministro etiope appena rieletto, Meles Zenawi, il quale sostiene che è arrivato il momento di cercare una soluzione in cui “tutti risultino vincitori”. È questo il contesto in cui il 14 maggio viene presa la decisione di firmare il CFA a Entebbe da parte dei Paesi che si trovano a monte del bacino: il protocollo resterà aperto per la firma per la durata di un anno, fino al 13 maggio 2011. Oltre ai quattro Paesi che hanno firmato subito, e al Kenya che si è aggiunto a distanza di pochi giorni, nel corso dell’anno sono attese le firme della Repubblica Democratica del Congo e del Burundi. Non sono invece vicine le firme di Egitto e Sudan, e il rifiuto dell’Egitto fa salire la tensione, accompagnandosi a proteste da parte di quest’ultimo, minacce di azioni diplomatiche e di fermare i finanziamenti ai partner strategici in Africa orientale.
C’è chi dice che tutta questa storia, l’escalation della tensione, sia in realtà una boutade che serve a mascherare gli interessi economici e commerciali delle potenze del nord, Egitto e Sudan, nell’investire nei futuri progetti che si realizzeranno a monte, e minacciare serve ad alzare il prezzo e a procurarsi una fetta più grossa negli investimenti, un posto in prima fila. Sta di fatto che Nasr Eddin Allam, il ministro egiziano, ha dichiarato che verranno prese tutte le misure atte a mantenere lo status quo dei propri diritti e che “tutte le iniziative prese unilateralmente dai Paesi a monte del bacino non vincolano in alcun modo quelli a valle, e non hanno alcuna legittimità”.
Altre fonti non escludono la possibilità di un intervento militare per mantenere inalterato l’assetto attuale, ma è improbabile che l’Egitto in questo momento, mentre ha già non pochi problemi sul fronte interno, possa permettersi di sostenere un conflitto armato. Uno scenario futuro auspicabile, e forse possibile, vedrebbe Egitto e nord del Sudan focalizzati sulla gestione della domanda, mentre i Paesi a monte, tra i quali l’Etiopia di Zenawi, sulla gestione dell’approvvigionamento, impegnandosi comunque a minimizzare l’impatto negativo delle loro opere di sfruttamento sui Paesi a valle. Una tipica soluzione negoziale, appunto.
fonte http://it.peacereporter.netAlessandro Micci

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COMMISSARIO DIRITTI UMANI: PERSEGUIRE RESPONSABILI VIOLENZE NEL NORD
8 giugno 2010

Arrestare e perseguire Joseph Kony e i comandanti della ribellione dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra): è l’appello rivolto dall’Alto commissario per i diritti umani Navanethem Pillay, durante una conferenza stampa a Kampala, a margine della riunione per la revisione dello statuto della Corte penale internazionale (Cpi).
Confido vivamente nel fatto che i tre vertici dell’Lra ancora viventi e attivi, possano essere arrestati e perseguiti per l’atrocità dei crimini commessi nel Nord Uganda, i cui traumi sulle popolazioni locali richiederanno anni per essere sanati” ha detto Pillay, sottolineando in particolare le drammatiche condizioni delle donne madri, rimaste sole dopo l’uccisione dei loro compagni o dopo aver subito violenze sessuali da parte dei ribelli e alle quali non è consentito acquistare terre a causa del loro status. “Questo stato di cose deve finire, chiedo alle autorità di abolire questa pratica discriminatoria e istituire una commissione per la verità e la riconciliazione che aiuti il paese a curare le sue ferite”.
Il commissario ha lodato la creazione di una commissione d’inchiesta governativa relativa agli incidenti e alle violenze dei mesi scorsi nella regione settentrionale della Karamoja in cui sono implicati elementi dell’esercito nazionale. “Tutti gli ufficiali in posizioni di comando durante i tre principali episodi di violenza dovranno essere investigati - ha affermato - e se la loro colpevolezza sarà provata, sospesi dal servizio e allontanati dalla regione”.
fonte www.misna.org

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COSÌ POSSIAMO SALVARE 8 MILIONI DI BIMBI
11 giugno 2010

L’hanno chiamato MDG-4, una sigla che sta per Millennium Development Goals for Children Survival. È il risultato dello sforzo degli Stati membri delle Nazioni Unite insieme a 23 organizzazioni, fra cui Oms, Unicef, Fao e Banca Mondiale. Volevano ridurre almeno di due terzi il numero dei bambini che muoiono prima dei 5 anni. Un po’ ci sono riusciti, i dati sono pubblicati nel Lancet di questa settimana.
Nel 1970 morivano ogni anno in tutto il mondo — prima dei cinque anni — 16 milioni di bambini, nel ’90 12 milioni, 10 milioni nel 2000, oggi 7,7 milioni. È una buona notizia, anche se l’obiettivo di ridurre del 4,4 per cento il numero dei bimbi che muoiono ogni anno non è stato raggiunto. E poi otto milioni di bambini che moriranno nel 2010 prima ancora di aver compiuto i cinque anni di età sono davvero troppi. Si deve fare di più e lo si deve fare presto, cominciando col chiedersi di cosa muoiono questi bambini. Tre milioni e mezzo muoiono subito dopo la nascita per complicanze della gravidanza, emorragie ed asfissia soprattutto. Gli altri non sopravvivono alle infezioni (polmoniti, diarrea, malaria, Aids, morbillo) e perché non mangiano abbastanza. E quattro milioni muoiono in cinque Paesi soltanto: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina.
La cosa che colpisce del rapporto del Lancet è che tutti questi decessi li si potrebbe evitare con poco, pochissimo. L’allattamento al seno eviterebbe l a morte a 1.300.000 bambini. Se in Africa si diffondesse l’impiego di zanzariere trattate con insetticida si eviterebbero 800.000 morti. Morirebbero nel mondo 2 milioni di bambini in meno se li si potesse vaccinare. E l’acqua pulita eviterebbe altre 2 milioni di morti se solo ci fosse e la si potesse bere. I bambini che muoiono di polmonite e malaria li si potrebbe salvare con farmaci che costano pochissimo.
Ma non s’è sempre detto che per combattere le malattie anche nei Paesi poveri servono nuovi vaccini, nuovi farmaci e tecnologie d’avanguardia? Sì, ma l’analisi dei dati dimostra che adesso la sfida è un’altra, ovvero fare quello che ha già funzionato da qualche parte e farlo dappertutto. Non serve nemmeno una strategia globale, in posti diversi si possono fare benissimo cose diverse. Ci sono Paesi dove i farmaci contro la malaria li distribuiscono i centri di salute e s’è visto che funziona, ma da altre parti i farmaci hanno dovuto portarli a casa dei bambini – non c’era altro modo per farglieli avere – e va bene lo stesso. Quando in Tanzania il ministro della Salute ha stretto un accordo con i negozianti per promuovere la diffusione delle zanzariere impregnate di insetticida, la mortalità da malaria si è ridotta del 30 per cento.
L’altro giorno, a Washington, Melinda Gates ha annunciato che la sua Fondazione (Bill and Melinda Gates) nei prossimi 5 anni spenderà per la salute dei bambini e delle mamme un miliardo e mezzo di dollari. Lo fanno perché i dati pubblicati in questi giorni dal Lancet dimostrano che con una cifra così moriranno almeno tre milioni di bambini in meno. Il contributo dei privati è fondamentale, poi però serve definire i bisogni, gestire programmi e persone, far arrivare quello che serve dove serve, raccogliere i numeri e analizzarli. Questo è compito dei servizi sanitari. Ma i genitori dei bambini più poveri non hanno soldi per pagare i servizi sanitari, e dove sono gratuiti non sempre possono pagare il trasporto all’ambulatorio o all’ospedale.
E non c’è solo la povertà. Certe volte è l’ignoranza a far morire i bambini. In India il 30 per cento delle madri più povere non sa che le vaccinazioni sono importanti per la salute dei loro bambini, e quelle che lo sanno tante volte non sanno dove portarli. Aiutare questi bambini a non morire è un imperativo etico. Quelli che siedono nei comitati di bioetica delle nazioni ricche potrebbero farsene carico e diventare loro gli ‘avvocati’ dei bambini presso ciascun governo e con l’opinione pubblica. Negli anni 80 c’è stato un movimento globale che ha saputo coinvolgere la gente: genitori, insegnanti, rock star e perfino campioni dello sport. Partiamo da quell’esperienza lì e proviamo a fare un passo avanti. Solo perché nei prossimi dieci anni le piccole cose che salvano da sole milioni di vite arrivino davvero ai bambini che ne hanno bisogno, indipendentemente da dove gli è capitato di nascere. Adesso sappiamo che è possibile.
fonte www.corriere.itGiuseppe Remuzzi

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CRESCE L’ECONOMIA E DIMINUISCE IL PESO DEI DONATORI INTERNAZIONALI
11 giugno 2010

Un aumento dell’economia del 6,4% per l’anno 2010/2011 è stato annunciato dal ministro delle Finanze dell’Uganda, Syda Bbumba, che ieri ha presentato la finanziaria del prossimo anno.
Il ministro ha spiegato che il rialzo, lo scorso anno l’economia del paese è cresciuta del 5,8%, è legato a un miglioramento della situazione internazionale dopo la crisi finanziaria mondiale, sottolineando come le previsioni effettuate possano alla fine dimostrarsi inferiori alla crescita reale qualora la situazione internazionale dia i segni di miglioramento sperati. Bbumba ha poi colto l’occasione per analizzare l’impatto della crisi internazionale sull’economia ugandese, sottolineando come, per quanto inferiore alla media di crescita dell’8,4% realizzato dall’Uganda a partire dal 2006, il 5,8% dello scorso anno resta il tasso più elevato tra i paesi africani.
Il rallentamento dello scorso anno (l’anno fiscale in Uganda si chiude il 30 giugno) viene spiegato con gli effetti secondari della recessione dell’economia mondiale, la siccità e il rialzo dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale. I dati positivi registrati dall’economia ugandese, ha infine voluto sottolineare il ministro, permetteranno sin dal prossimo anno di ridurre la dipendenza economica dai donatori internazionali, che già nella prossima finanziaria contribuiranno solo per il 25% al budget nazionale. Circa il 75% dei 3,4 miliardi di dollari di spesa previsti per il 2010/2011, infatti, proverranno da entrate generate all’interno del paese. Lo scorso anno i donatori internazionali incidevano sul 33% della finanziaria.
Nei paesi più poveri del continente le finanziarie dei governi dipendono principalmente dai fondi messi a disposizione da soggetti internazionali.
fonte www.misna.org

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UN MISTERIOSO AGGUATO AI MILITARI UGANDESI DI STANZA IN CENTRAFRICA ACCRESCE LE PREOCCUPAZIONI PER LA STABILITÀ DEL PAESE
15 giugno 2010

Dieci soldati dell’esercito ugandese sono stati uccisi a fine maggio nel sud-est della Repubblica Centrafricana dalle milizie sudanesi filo-governative Janjaweed. Lo ha reso noto il 13 giugno il generale Aronda Nyakairima, capo delle forze di difesa dell’Uganda.
L’esercito ugandese ha inviato da alcuni anni un contingente militare in Centrafrica per dare la caccia ai ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), che per sfuggire alla cattura si sono divisi in alcuni gruppi dispersi tra il nord-est della Repubblica Democratica del Congo, il sud-est del Centrafrica e il sud-ovest del Sudan. Il Generale Nyakairima ha dichiarato che il 27 maggio, a Djema, i soldati ugandesi sono caduti in un’imboscata tesa da un gruppo di 400 uomini armati che si muovevano a dorso d’asino. Nello scontro sono morti 10 militari ugandesi, tra cui alcuni ufficiali.
Secondo il generale Nyakairima, l’agguato potrebbe essere l’opera di un gruppo di Janjaweed, il termine generico con il quale si designano le milizia filo-governative che agiscono nel Darfur, la regione occidentale del Sudan teatro dal 2003 di una sanguinosa guerra civile.
I miliziani sudanesi si sarebbero introdotti in territorio centrafricano per cacciare e raccogliere cibo per poi far ritorno in Sudan. L’alto ufficiale ugandese afferma inoltre che i ribelli dell’LRA non hanno la capacità di sfidare l’esercito ugandese e che il suo leader, Joseph Kony, pensa solo alla sua sopravvivenza, fuggendo da un nascondiglio all’altro. L’LRA continua però a razziare i villaggi centrafricani, congolesi e sudanesi, alla ricerca di cibo e di nuove reclute (soprattutto bambini).
L’ultimo attacco dell’LRA in Centrafrica risale al 9 giugno. I ribelli hanno attaccato il villaggio di Fodé, dove hanno razziato la popolazione e rapito una trentina di persone, per la maggior parte donne e bambini. L’agguato ai militari ugandesi, i cui autori sono ufficialmente ignoti (potrebbero essere anche opera di un gruppo ribelle centrafricano) dimostra lo stato di insicurezza di una larga porzione del territorio del Centrafrica, uno dei Paesi più poveri del mondo, con istituzioni statali precarie.
Quest’anno si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali e legislative la cui data, dopo alcuni rinvii, è ancora da stabilire.
fonte www.fides.org

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THREE MILLION UGANDANS ARE DRUNKARDS
16 june 2010

Three million Ugandans consume alcohol excessively, according to a rehabilitation organisation. The agency, Serenity Centre for Alcoholics Rehabilitation, added that about 15% of the 31 million Ugandans are vulnerable to alcohol.
The managing director, David Kalema, said the number was based on their own studies and those by the World Health Organisation. Henry Musitwa, an educator at the centre, explained that an alcohol addict is a person who cannot do without taking alcohol. “It is not about how much a person takes, but such a person depends on alcohol. It might be one bottle of beer a day, but he cannot do without it” Musitwa told The New Vision. The person’s health also becomes compromised by alcohol. One such symptom is uncontrollable shaking of hands.
Kalema made the remarks on Tuesday while receiving a donation of 80 mattresses from Euroflex to assist the centre. He noted that excessive consumption of alcohol had driven people into poverty and unemployment. In Uganda, Kalema said, the situation is aggravated by crude waragi and other local brews whose alcoholic content is unknown. “Central Uganda has the highest number of alcoholics, followed by western. The north and east have the least number Kalema said. He noted that men are more addicted than women, particularly men with responsibilities. Kalema attributed this to stress caused by the burden to provide for their families. Kalema said excessive drinking is linked to the increased number of motor accidents, HIV/AIDS spread, indiscipline in schools and family break-ups. Kalema said some children begin drinking as early as eight years. The magnitude of alcohol addiction may be bigger than studies show since the country still has a big volume of unrecorded alcohol supply and sales, he noted.
Quoting the Uganda National Bureau of Standards, Kalema said unregulated waragi accounts for about 80% of the liquor produced in the country, and provides income to many people. Kalema revealed that one cause of alcoholism is based on the family background. “Six out of 10 patients brought to this centre have an alcoholic trend in their lineage. You find parents and relatives of the patient were all alcoholics” Kalema said. The good news, he said, is that such people can be rehabilitated. “A total of 60% of the patients recover and quit drinking to start a new life, while 40% relapse. We monitor them for one year to see the progress” he said.
Other factors contributing to alcoholism include culture, peer pressure and political instabilities. Kalema urged the Government to fight poverty in order to stop more people from becoming alcoholics. “Very poor people and low-income earners drink more than the well-off people. Some men cannot provide for their families and thus get stress. They resort to drinking” he said. Kalema advised that people should closely monitor relatives and children to ensure they do not become alcoholics. “It is easy. When people start coming home late or dodge you when you talk to them, then suspect” he said.
Euroflex provided about sh12m worth of aid to the centre located in Bwebajja in Wakiso district. The centre can admit 25 patients. It is supported by a foreign firm, Masean Cara of Ireland, and the Irish embassy. The centre started in 2001.
fonte www.allafrica.com

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ARMI LEGGERE, A KAMPALA UNA MACCHINA PER DISTRUGGERLE
21 giugno 2010

Il governo ugandese ha inaugurato l’utilizzo di una macchina per la distruzione delle armi leggere di piccolo calibro, allo scopo di favorire la pacificazione e la stabilizzazione del paese e della regione. Il macchinario, un dono del governo inglese, ha la capacità di distruggere fino a 50 pistole in un’ora, tagliandone la canna e rendendole inutilizzabili. Sostituirà il sistema utilizzato in precedenza che prevedeva di bruciare gli ordigni.
Siamo estremamente riconoscenti per questa preziosa macchina” ha detto il generale Jeje Odongo, ministro della Difesa, ricordando che quella della distruzione delle armi leggere è stata a lungo una sfida per il paese e la sua stabilità. Secondo dati dell’Iansa (International Action Network on Small Arms) un quinto delle armi leggere di tutto il mondo si trova in Africa. Il 90% delle munizioni e delle armi usate nel continente tuttavia, proviene da paesi esterni al continente: a produrle sono oltre un migliaio di società che nella maggior parte dei casi vendono la loro merce secondo vie legali. Solo che, una volta vendute, queste armi possono facilmente finire nelle mani di gruppi armati e alimentare un circuito infinito di violenze di cui a pagare il prezzo sono spesso le popolazioni civili.
fonte www.misna.org

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ALL TEACHERS SHOULD GET PAY RISE
21 june 2010

The ‘Uganda National Teachers Union’ (UNATU) wants the 30% increment in teachers salaries to cover all teachers in government-aided schools countrywide. In the budget, the Government announced a 30% increment in salaries of scientists, primary school teachers, lower cadre health workers and security forces. However, UNATU general secretary Teopista Birungi said the Government should not only consider teachers in hard-to-reach areas, but the entire country.
A good policy covers the entire spectrum, not just a section. The idea is good, but it should cater for teachers in all government schools. Commodity prices are rising and are higher in the urban areas. Therefore, the Government should revise its proposal and make it to cover the entire country” Birungi said. She asked the Government to always consult stakeholders before coming up with issues affecting them. “While planning for the increment, we were not consulted. How can you formulate a policy without sitting on the table with the stakeholders?” she asked.
Birungi said this while closing a three-day Education for AIDS workshop at Hotel Triangle in Kampala. The project aims at sensitising teachers and learners on how to prevent HIV/AIDS. Started in 2005, EFAIDS has attracted 50 member countries worldwide. She urged HIV-positive teachers, who are discriminated against at their workplaces, to inform UNATU. “The ministry’s policy is very clear. Once you harass or refuse to work with an HIV-positive employee, you are subjected to disciplinary action.”
fonte www.allafrica.com

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MERCATO COMUNE, SPERANZE DALLA TANZANIA ALL’UGANDA
25 giugno 2010

Il mercato comune è un’opportunità per lo sviluppo della regione: lo ha sottolineato Abdirahin Haithar, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Africa orientale (EALA), a pochi giorni dall’entrata in vigore di un accordo raggiunto l’anno scorso da Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Rwanda. Secondo Haithar il 1° luglio comincerà un processo difficile, che deve essere caratterizzato da una vasta opera di informazione dell’opinione pubblica e da un complesso lavoro di uniformazione delle legislazioni nazionali.
Sulla base dell’accordo del 2009, a partire da giovedì prossimo i cinque paesi membri della Comunità dell’Africa orientale (EAC) si impegnano a favorire la nascita di un’area di libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. A essere riconosciuto sarà anche il diritto di stabilimento, cioè il diritto di avviare un’attività imprenditoriale in un paese diverso da quello di origine. Nata nel 1999 con l’obiettivo di favorire l’integrazione regionale a livello economico, monetario e in prospettiva politico, la Comunità dell’Africa orientale riunisce 125 milioni di persone. Nell’EALA i paesi membri sono rappresentati ciascuno da nove deputati.
fonte www.misna.org

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PROVINCIA ORIENTALE: NUOVE INCURSIONI RIBELLI UGANDESI, BENI RUBATI
28 giugno 2010

Nel fine settimana le popolazioni del territorio di Dungu (Provincia Orientale) sono state vittime di saccheggi e razzie perpetrati da gruppi di ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra).
Nel villaggio di Ngagalanadabio, i miliziani hanno portato via sacchi di riso, animali e vestiti, approfittando di un lutto tra gli abitanti; in una postazione dell’amministrazione a Ngilima, sempre nel territorio di Dungu, i ribelli si sono impossessati di capi di bestiame. Nei giorni precedenti, la società civile aveva denunciato aggressioni simili a Nangume, sulla strada che collega la località di Dungu a quella di Faradje, ai danni di un convoglio di commercianti; i ribelli hanno portato con sé sacchi di farina, biciclette e casse di bevande. Domenica 20 Giugno i ribelli della Lra intenti a rubare i pochi beni posseduti dai locali avevano ucciso due persone nel villaggio di Gongolo.
Una serie di incursioni che hanno portato i capi tradizionali della zona di Dungu, città a poche decine di chilometri dalla frontiera sudanese, ad invitare la gente a non vivere isolata ma piuttosto a raggrupparsi per essere meno debole e bersagliata dai miliziani ugandesi che da mesi colpiscono duramente la Provincia orientale, dove dall’inizio del 2009 avrebbero ucciso oltre 1500 persone. Inoltre, per timore delle incursioni della ribellione, gli abitanti della zona hanno abbandonato i villaggi e rinunciato a coltivare i campi, aggravando la loro situazione alimentare.
Dopo aver imperversato per anni nel Nord Uganda, i miliziani della Lra si sono suddivisi in piccoli gruppi che hanno spostato le loro incursioni verso il nord-est del Congo, il Sudan meridionale e le regioni sud-orientali della Repubblica centrafricana.
fonte www.misna.org

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Cambio valuta: in data 30/06/2010 1 dollaro USA è pari a 2285 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2795,3464 scellini ugandesi


UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli

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