Ugandabout – settembre 2010
Last Updated on venerdì, 1 ottobre 2010 12:17 Written by Simona Meneghelli giovedì, 30 settembre 2010 01:22
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel settembre 2010.
UGANDA, LE DONNE COMBATTONO PER I DIRITTI
27 agosto 2010
PRESIDENZIALI, OPPOSIZIONI PRESENTANO CANDIDATO UNICO
1 settembre 2010
DA KAMPALA A OUAGADOUGOU, L’AFRICA NELLA MORSA DEL MALTEMPO
2 settembre 2010
DAL MOZAMBICO AL SUDAFRICA , L’ANALISI DI UN’ECONOMISTA AFRICANO
3 settembre 2010
NEW HIV VIRUS TYPE HITS UGANDA SUNDAY
5 september 2010
I SOSTENITORI DELLA ONLUS VANNO IN UGANDA E DIVENTANO VOLONTARI E TESTIMONIAL
5 september 2010
REFUGEES TO USE INTERNET TO LOCATE FAMILIES
5 september 2010
UGANDA: UN SOCIAL NETWORK PER RINTRACCIARE I FAMILIARI DEI RIFUGIATI
7 settembre 2010
AFRICA, IL BUSINESS SI RICORDA DEL CONTINENTE DIMENTICATO
8 settembre 2010
“CRESCITA SENZA OCCUPAZIONE”, LE SFIDE ECONOMICHE APERTE INDICATE DA UN ECONOMISTA AFRICANO
9 settembre 2010
INDIAN DOCTORS TO BRING ROBOTIC CANCER SURGERY
9 september 2010
AFRICA, KENYA E UGANDA FIRMANO PER LA COSTRUZIONE DI OLEODOTTO E RAFFINERIA
10 settembre 2010
PATIENTS AVOID HOSPITALS
12 september 2010
LEGALISE ABORTION TO SAVE BABIES AND MOTHERS?
13 september 2010
COMMERCIALISATION IS KILLING MAKERERE UNIVERSITY
13 september 2010
167 MOVED FROM DEATH BENCH TO LIFE SENTENCE
13 september 2010
DUE GIORNALISTI ASSASSINATI IN UNA SETTIMANA
15 settembre 2010
MORTALITÀ MATERNA, PASSI AVANTI DECISIVI MA RIMANE MOLTO DA FARE
16 settembre 2010
AMBASCIATORI UE, ITALIANI IN ALBANIA E UGANDA
16 settembre 2010
ITALIA, TANTE PROMESSE E POCHI CONTRIBUTI
21 settembre 2010
AFRICA EXPECTED TO BECOME THE THIRD LARGEST PRODUCER OF OIL
21 september 2010
AIUTI: LA MANO CHE STRANGOLA L’AFRICA
21 settembre 2010
FAME E POVERTÀ, IL PRIMO OBIETTIVO MANCATO
21 settembre 2010
LE ONG ITALIANE: “IL GOVERNO NON CAPISCE CHE IL PROBLEMA NON SONO SOLO LE RISORSE”
23 settembre 2010
DOVE L’INFANZIA TRASCORRE LAVORANDO. SONO 306 MILIONI I BAMBINI SFRUTTATI
24 settembre 2010
UGANDA, IN CRESCITA PRODUZIONE STIMATA MAIS (+11%)
28 settembre 2010
BAMBINI, 4 MILIONI OGGI SI SALVANO MA IL DOPPIO SONO ANCORA A RISCHIO
29 settembre 2010
Leggi un articolo del quotidiano ugandese New Vision (4 settembre 2010) – 1,13Mb.
Leggi un articolo del quotidiano ugandese Daily Monitor (20 settembre 2010) – 167Kb.
UGANDA, LE DONNE COMBATTONO PER I DIRITTI
27 agosto 2010
Le donne con disabilità nel nord dell’Uganda vanno incontro a episodi di violenza sessuale, lo ha confermato un rapporto di ‘Human Rights Watch’ (http://www.hrw.org/node/92611). Molte donne vengono emarginate e completamente tagliate fuori dall’accesso ai servizi più basilari, come l’assistenza medica, oltre ad essere state ignorate dalla ricostruzione post-bellica.
Il rapporto di 73 pagine ‘Come se non fossimo umane: discriminazione e violenza contro le donne disabili nel Nord dell’Uganda’ descrive i frequenti abusi sessuali e le discriminazioni perpetrate contro le donne da parte della loro comunità, della loro famiglia o dei loro vicini. La ricerca si basa su interviste a 64 donne o giovani con problemi di disabilità fisica o mentale, provocati da malattie come la poliomelite, o dalle mine o dai conflitti a fuoco.
Secondo un’inchiesta nazionale del 2007, circa il 20 per cento degli abitanti dell’Uganda ha una disabilità. Bisogna considerare che il tasso più alto è concentrato nella regione settentrionale del Paese, sia a causa della guerra, sia per il difficile accesso ai vaccini contro le malattie più diffuse.
Il nord dell’Uganda è uscito recentemente da due decadi di guerra civile tra le milizie del Lord’s Resistance Army e il governo. Gli attacchi dell’LRA, sostenuto dal Sudan, si diressero anche contro le popolazioni civili, specialmente della stessa etnia di Joseph Kony, gli Acholi. Dalle testimonianze di giovani fuggiti dall’LRA si parla di numerose atrocità, stupri, uccisioni e mutilazioni compiute verso i bambini sequestrati e verso i villaggi attaccati.
fonte http://it.peacereporter.net
PRESIDENZIALI, OPPOSIZIONI PRESENTANO CANDIDATO UNICO
1 settembre 2010
Sarà Kizza Besigye il candidato delle opposizioni ugandesi alle prossime elezioni presidenziali del 2011. Besigye, che in passato ha già sfidato due volte senza successo il presidente uscente Yoweri Museveni nella corsa alla massima carica dello Stato, è stato scelto dai delegati dei partiti dell’opposizione che formano la Inter-party cooperation (Ipc), l’alleanza stretta tra le principali formazioni della minoranza ugandese: il Forum for Democratic Change (Fdc, di cui Besigye è presidente), Uganda Peoples Congress (Upc), Conservative Party (Cp), Sdp e JEEMA.
Accettando la nomina Besigye ha sottolineato come i partiti abbiano “ascoltato una richiesta arrivata dagli elettori che, a lungo, ci hanno domandato di unire gli sforzi” e ha espresso la convinzione di poter vincere, nonostante i due precedenti tentativi, il voto per le presidenziali del prossimo anno, evidenziando come la percentuale dei voti raccolti dall’opposizione nelle ultime elezioni sia andata costantemente crescendo. Se nel 2001 Besigye perse le elezioni col 29% dei consensi, nel 2006 nonostante la sconfitta aveva raccolto il 37% dei suffragi.
Secondo il calendario elettorale diffuso dalla Commissione indipendente nazionale, le prossime elezioni presidenziali e politiche si svolgeranno tra il 12 febbraio e il 1° marzo 2011. Negli ultimi anni l’Uganda – governata da Museveni ininterrottamente dal 1986 – ha saputo attrarre sempre più investimenti esteri grazie alla scoperta di significative riserve petrolifere e una notevole stabilità economica e politica.
fonte www.misna.org
DA KAMPALA A OUAGADOUGOU, L’AFRICA NELLA MORSA DEL MALTEMPO
2 settembre 2010
Dipendenti intrappolati in ufficio e bambini nelle scuole, strade allagate e ingorghi: così ieri pomeriggio si presentava Kampala dopo le piogge torrenziali che per ore hanno paralizzato la capitale ugandese, causando ingenti danni materiali oltre a seri disagi per gli abitanti. Particolarmente colpite le zone periferiche di Bwaise e Kalerwe, dove il maltempo ha distrutto numerose abitazioni in quartieri dove i carenti impianti di deflusso delle acque non consentono di far fronte alle alluvioni. Stesse immagini vengono diffuse dalla capitale burkinabé Ouagadougou dove interi edifici sono crollati nel quartiere di Dapoya facendo temere una replica delle alluvioni del 1° settembre 2009, che provocarono sette morti e più di 150.000 senza tetto.
Le abbondanti precipitazioni in Burkina Faso hanno anche danneggiato la diga di Bagré, nel sud del paese: fiumi di acqua hanno invaso il territorio di Tamale, nel confinante Ghana, uccidendo due persone. Dal distretto ghanese di Mamprusi occidentale, l’Organismo di gestione delle catastrofi ambientali ha ordinato alle comunità rivierasche del White Volta di mettersi al riparo in punti più alti per non essere raggiunti dal fiume in piena; nelle ultime settimane 40 persone hanno già perso la vita e altre 25.000 sono senza tetto.
Non migliora la situazione a Niamey dove interi quartieri sono diventati vere e proprie palude, come Lamordé e Karadjé, ribattezzati ‘zone fantasmi’.
Nella sola capitale del Niger, l’Onu ha censito più di 17.000 sfollati mentre nelle altre otto regioni colpite dal maltempo sette persone sono morte e altre 200.000 hanno perso la propria abitazione. Per il fiume Niger, terzo corso d’acqua più importante in Africa, si tratta della più alta piena dal 1929, e le previsioni meteorologiche non lasciano ben sperare per le prossime due settimane. Inoltre, in Niger le alluvioni giungono in un contesto di grave crisi alimentare per metà della popolazione, circa sette milioni di persone, e altri tre milioni in altri paesi del Sahel.
fonte www.misna.org
DAL MOZAMBICO AL SUDAFRICA , L’ANALISI DI UN’ECONOMISTA AFRICANO
3 settembre 2010
“Di fronte a dati macroeconomici incoraggianti, con indici positivi di crescita economica, resi noti da mezzi d’informazione e di comunicazione sempre più veloci e accessibili alle masse, in Africa cresce il malcontento della popolazione, in particolare delle fasce più povere, che non vedono concretizzarsi tali risultati in miglioramenti nelle loro vite quotidiane”: a sottolinearlo è Norbert Lebale, capo della sezione Africa presso la Conferenza dell’Onu per il commercio e lo sviluppo (Unctad).
Per certi versi emblematici dello stato di cose sono stati in questi ultimi due giorni i disordini in Mozambico, dove, nella capitale Maputo, proteste popolari contro rincari dei prezzi dei beni di prima necessità, quali elettricità, benzina o pane, sono sfociati in scontri con vittime. O ancora gli scioperi in Sudafrica, ‘motore economico’ dell’Africa, per aumenti salariali dei dipendenti pubblici.
“Di fatto – dice Lebale – indici macroeconomici come il Prodotto Interno Lordo (PIL) non sono indicativi del benessere di una popolazione. Il PIL dà un’idea, dimostra che delle ricchezze vengono prodotte in un determinato paese ma che serve tempo per trasformarle in fatti concreti come, per esempio, la costruzione di necessarie infrastrutture. E la gente non vuole più aspettare…”.
Una spinta verso lo sviluppo sostenibile dell’Africa si è prodotta dal 2001, con miglioramenti della crescita economica, anche grazie alla volontà dei governi, all’aumento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, alla riduzione del debito da parte dei paesi creditori. “Diversi paesi hanno beneficiato di una manna finanziaria e stavano cominciando a usarla a beneficio dei rispettivi paesi.
La crisi finanziaria internazionale del 2009, con le sue origini nel nord del mondo - continua l’economista africano - ha avuto ampie ripercussioni sui paesi del Sud del mondo, in particolare l’Africa, che hanno subito un drastico calo degli investimenti e degli aiuti da parte dei paesi industrializzati, proprio mentre si stavano mettendo in moto politiche di sviluppo”.
Come, a grandi linee, il caso del Mozambico, che aveva utilizzato fondi pubblici per mantenere bassi alcuni prezzi, a cominciare dai carburanti, per poi ritirarli, provocando un’impennata dell’inflazione e le proteste di questi giorni. “A pesare sui programmi di sviluppo - dice in conclusione l’esperto africano – sono state anche annose politiche di sostegno internazionale, che hanno a torto trascurato l’agricoltura africana, e alcune pratiche di malgoverno che, seppur in miglioramento, continuano in alcuni paesi nonostante elezioni democratiche”.
fonte www.misna.org - Intervista di Celine Camoin
NEW HIV VIRUS TYPE HITS UGANDA SUNDAY
5 september 2010
A new type of HIV has hit Ugandan fishing communities in Wakiso and Masaka districts on the shores of Lake Victoria, according to an ongoing research by the Uganda Virus Research Institute (UVRI). The new virus strain has been defined as ‘recombinant’ because it combines existing strains, the UN News agency IRIN News reported.
The most common HIV types in Uganda are A and D, which were found in most of the 117 people from the five fishing communities. However, the researchers also found that 29% of the infected people have virus forms of A/D and D/A. This is evidence that HIV re-infection has occurred. The final data on the prevalence of the drug-resistant HIV will be available in 2012.
Dr. Pontiano Kaleebu, the director of UVRI, said: “We are starting to see transmission of viruses that are resistant to some drugs and need to inform even those already infected not to engage in risky behaviour to avoid super-infection.” He said people could be re-infected with a strain that is resistant to certain ARVs. IRIN News recently reported that researchers want to develop interventions targeting the fishing communities, such as education on how to reduce HIV risk through abstinence, faithfulness, condom use and male medical circumcision. “We want to work with these communities and learn more in order to see how we can intervene, but also prepare for future research in vaccines and microbicides [female-controlled HIV prevention products],” said Kaleebu.
Uganda has achieved success in reducing the HIV prevalence from 30% in the 1980s, to the national average of 6.4% by using the ABC strategy which emphasises abstinence, faithfulness and condom use. However, the HIV prevalence in the fishing communities is at 28%, which is higher than the national average.
Uganda is implementing other programmes such as Voluntary Counselling and Testing, ARV treatment as well as Prevention of Mother To Child Transmission. However, there are concerns the country is losing the HIV fight with evidence of stagnation in prevalence and rising new infections especially in married couples.
fonte www.newvision.co.ug - Raymond Baguma
I SOSTENITORI DELLA ONLUS VANNO IN UGANDA E DIVENTANO VOLONTARI E TESTIMONIAL
5 september 2010
In missione, in Uganda, questa volta non sono andati gli operatori, ormai rodati, ma 15 sostenitori della onlus pavese che da anni finanzia i progetti di padre John Scalabrini nelle periferie più povere di Kampala.
«Un’esperienza unica» raccontano al rientro dal viaggio in una terra decimata da vent’anni di guerra civile e dall’Aids. Nelle due settimane trascorse nella missione di Luzira, hanno potuto vivere in prima persona tutte le attività che padre John, con il sostegno dell’associazione Italia Uganda di Pavia, realizza quotidianamente: dall’aiuto sanitario offerto dal Benedict Medical Center, alla distribuzione di cibo nelle scuole elementari governative, dalla formazione di alto livello fornita dalla scuola superiore Bishop Cipriano Kihangire all’accoglienza di orfani, per i quali proprio in questi giorni si stanno completando i lavori di costruzione di una nuova Casa di Accoglienza, che potrà accogliere fino a 180 giovani.
I ‘volontari’, giunti da Pavia e da altre città italiane, non hanno svolto attività operative ma, cosa altrettanto importante, hanno guardato e ascoltato i progetti che, proprio con la loro opera di volontariato, hanno sostenuto in prima persona. «Questo perché i progetti di Padre John sono realizzati interamente con personale locale (dall’addetto alle pulizie al direttore della scuola) - spiega il presidente della onlus Fabio Salvatore – Quasi 500 persone, se si considerano anche gli insegnanti e i medici, che portano avanti la propria attività instancabilmente, tra mille difficoltà, ma con la certezza di offrire alle persone aiutate una concreta opportunità di riscatto».
Molti di loro sono ex studenti aiutati proprio da padre John e che con gli anni sono riusciti a raggiungere l’indipendenza e una piena integrazione sociale.
fonte http://laprovinciapavese.gelocal.it
REFUGEES TO USE INTERNET TO LOCATE FAMILIES
5 september 2010
A service that uses the Internet and the SMS platform has been launched to enable refugees in Uganda locate their family members. The service is to be piloted in Adjumani district by technology company Ericsson, telecom company MTN, United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) and Refugees United, an NGO.
The service operates through a centralised online tool where refugees send their profiles from a mobile phone. The profiles of the refugees are stored in a database and can then be searched using SMS or mobile Internet in Uganda. In order to upload their profile, a refugee searching for their relatives will dial an MTN 0800 toll-free number which will activate a profile registration process and search profiles to trace relatives. After establishing contact with relatives, organisations working with refugees and displaced people can then assist in helping them get in touch. Currently, Refugees United has 4,500 refugees registered on its database and is targeting to register 120,000 refugees by the end of next year.
The service was launched at Serena Hotel in Kampala on Friday. “Users can choose to remain anonymous. They can register with nicknames, description of scars, or other marks known to close family members and friends” said David Mikkelsen, the co-founder of Refugees United. He added that the service has been used elsewhere to reconnect families in Brazil, Europe and North Africa. Also, an exercise is ongoing to register refugees in Adjumani refugee settlement which has mostly Sudanese refugees.
Uganda hosts 150,000 refugees from DR Congo, Sudan, Somalia, Kenya, Rwanda, Burundi, Eritrea and Ethiopia.
fonte www.newvision.co.ug - Raymond Baguma
UGANDA: UN SOCIAL NETWORK PER RINTRACCIARE I FAMILIARI DEI RIFUGIATI
7 settembre 2010
In Uganda è stato lanciato il primo social network per i rifugiati e gli sfollati interni, che potranno così rintracciare i loro familiari e amici attraverso un telefono cellulare. Secondo Refugees United, l’organizzazione internazionale non governativa che gestirà il progetto sostenuto da Ericsson e l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), i rifugiati potranno usare il cellulare per registrarsi, ricercare persone care e successivamente ricollegarsi a una banca dati anonima tramite sms. Un progetto pilota destinato per Refugees United ad avere “per fortuna e purtroppo” seguito anche in altri stati del continente africano che conta 2,1 milioni di rifugiati e oltre 6 milioni di sfollati interni.
L’Uganda è uscita solo parzialmente da una guerra civile che ha visto contrapporsi le forze del presidente Yoweri Museveni e quelle di Joseph Koni a capo dell’LRA. Il Lord’s Resistance Army, presente nel nord del Paese dal 1987 e sostenuto dal vicino Sudan, ha devastato per anni le regioni settentrionali dando vita ad una vera e propria guerra civile che vede milizie, spesso composte da bambini in armi, ancora attive nel nord del paese. Il 6 ottobre 2005 la Corte Penale Internazionale ha accusato i leader dello LRA di crimini contro l’umanità, per aver perpetrato stupri, mutilazioni, omicidi e per l’utilizzo di bambini come schiavi sessuali o soldati dei capi ribelli, ma poco è cambiato in quell’esodo di massa che secondo stime dell’UNHCR, vede nel maggio di quest’anno in Uganda oltre 140.000 persone tra rifugiati e richiedenti asilo e molti altri ne conta in Congo.
Gran parte dei rifugiati sono ospitati in undici insediamenti sostenuti dalla stessa UNHCR, anche se le politiche liberali ugandesi in fatto di rifugiati consentono a quanti sono autosufficienti di vivere al di fuori delle strutture di accoglienza. È per questo motivo che nella sola Kampala risiedono 20.000 tra rifugiati e richiedenti asilo.
Da questi drammatici numeri nasce un nuovo modo di cercarsi, e speriamo di ritrovarsi per rifugiati, sfollati e scampati alla guerra. “Perdere i contatti con i propri cari nel corso di una crisi anche per un solo giorno può essere dannoso per il benessere emotivo e psicologico di una persona, – ha dichiarato David Mikkelsen, co-fondatore di Refugees United – con l’attuazione di questo programma ci proponiamo di fornire l’UNHCR e altre ONG di un potente strumento di collaborazione e di dare la possibilità ai rifugiati di contribuire alla ricerca dei familiari dispersi“.
Kai Nielsen, rappresentante dell’UNHCR in Uganda, ha affermato che il progetto pilota durerà fino alla fine del 2011 e sarà un importante passo verso una partnership globale in cui anche le persone meno fortunate al mondo potranno restare collegate attraverso tecnologie innovative e accessibili. Attraverso questo facile strumento, utilizzabile anche via internet, gli sfollati od i rifugiati potranno prima ricercare amici, familiari e parenti, mettersi in contatto con loro ed infine ricongiungersi attraverso semplici sms. Una speranza in più per il popolo di uno stato che Winston Churchill, ad inizio novecento, non aveva esitato a definire la ‘perla d’Africa’, e forse proprio per questo segnato da un destino di guerra che ha lasciato sul campo dal 1987 ad oggi più di 20.000 persone.
Non si tratta però solo di una goccia nel mare. Le tecnologie multimediali hanno già dimostrato la propria efficacia in numerosi esperimenti pilota in molti paesi in via di sviluppo, sia in Asia che in Africa, dove i campi di applicazioni non sembrano limitati alle sole emergenze.
È il caso del lavoro di Ory Okolloh, avvocato, ma anche attivista politica e blogger keniana di 32 anni, che vive e lavora in Sudafrica ed è stata la promotrice sia di Ushahidi (“testimone”, in lingua swahili) che di Mzalendo (“patriota” in lingua swahili). La prima è una piattaforma internazionale che raccoglie le testimonianze via mail o via sms di chi si trova in un’area di guerra o di crisi ed ha contribuito in modo straordinario ad evolvere la crisi post elettorale in Kenya narrando non solo le responsabilità, ma anche le azione nonviolente taciute dalla stragrande maggioranza dei media. La seconda raccoglie informazioni sulle attività dei deputati, i loro curriculum, elenca le proposte di legge e le analizza monitorando i lavori del parlamento keniano con segnalazioni e commenti che mettono a disposizione dell’intero paese un inedito strumento di analisi politica.
fonte www.unimondo.org
AFRICA, IL BUSINESS SI RICORDA DEL CONTINENTE DIMENTICATO
8 settembre 2010
Il mondo degli affari si ricorda del ‘continente dimenticato’, cioè l’Africa. Non si tratta solo di andare a caccia di materie prime, anche se è sempre il petrolio a ‘tirare’, bensì di un nuovo interesse che si traduce in analisi attente della crescita del Pil nelle diverse economie, delle opportunità commerciali, delle maggiori entrate fiscali che si concretizzano in stabilità politica per più Stati, e così via. Nella stanza dei bottoni si ipotizza perfino che l’Africa subsahariana, presa complessivamente, sia il nuovo Bric con riferimento all’acronimo che designa le maggiori economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina).
Un profilo complessivo è tratteggiato da Roubini Global Economics. Nel dopo-crisi, l’Africa a sud del Maghreb ha avuto ottime performance economiche, con un buon ritorno degli investimenti, alti profitti e alcune economie-traino divenute ormai porti sicuri per gli affari. Restano problemi per l’estrema non omogeneità di Paesi anche vicini tra loro e per l’incertezza sulla durata nel tempo delle politiche economiche. Tuttavia, secondo McKinsey, l’azione combinata di consumi, agricoltura, materie prime e infrastrutture, dovrebbe produrre entro il 2020 un reddito complessivo annuo di 2.600 miliardi di dollari, cioè più del doppio dell’attuale. E il Financial Times ipotizza che per il 2050 il Pil dell’Africa superi i 13mila miliardi, più di Brasile e Russia anche se non di Cina e India.
Tra le economie che vanno per la maggiore ci sono Sudafrica e Angola. Niente di strano. Il primo è considerato l’ambiente più favorevole agli affari nel continente, sul quale si è innestata per altro la potente leva dei mondiali di calcio. Turismo e investimenti sono le risorse principali e anche il sistema imprenditoriale è maturo.
Il Boston Consulting Group inserisce ben 18 imprese sudafricane tra le prime 40 del suo ‘challengers report’, cioè le compagnie dei Paesi in via di sviluppo con le migliori performance. Angola fa invece rima con petrolio (ne è il maggior produttore africano con la Nigeria), che rappresenta il 40 per cento del suo pil e, di conseguenza, con Cina, Paese che investe massicciamente nel settore energetico locale. Ne scaturisce una diversificazione degli investimenti nelle costruzioni e nei servizi che porta benefici fiscali alle casse dello Stato. In definitiva, il Pil locale dovrebbe salire all’8,5 per cento a fine 2010.
Le sorprese sono il Ghana e il Ruanda. Il primo è una vera e propria storia di successo. Tutto muove dal petrolio, che dovrebbe far crescere il Paese a doppia cifra nel 2012. Secondo l’Economist Intelligence Unit si passerà dal 4,7 per cento stimato per fine 2010 a un clamoroso 14 per cento due anni dopo (Standard Bank stima una crescita del 5,8 per cento nel 2010 e del 13,3 nel 2011). Il Paese ha tra le altre cose imparato la lezione di altre storie petrolifere e si è già mosso sulla strada della diversificazione – costruzioni, infrastrutture e tecnologia – per non dipendere troppo dall’oro nero. A titolo d’esempio, si può citare il Ghana Ciber City, un progetto di parco tecnologico per cui si cercano 40 milioni di dollari. A questo si aggiunge la stabilità politica e l’inflazione bassa.
Il Ruanda è invece definito ‘miglior riformatore’ dalla stessa Banca Mondiale, che lo fa passare dal 143esimo al 67esimo posto della speciale classifica. Ovviamente per riforme si intendono quelle tipicamente liberiste: la tutela degli azionisti, l’accesso facile al credito e la semplificazione delle procedure per iniziare un business. Tutto ciò attira investimenti. I punti forti sono inoltre la bassa inflazione e la crescita del settore agricolo, che dovrebbe beneficiare della ripresa globale. Secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, il Paese crescerà del 5,4 per cento nel 2010 e del 7 per cento nel 2013.
Ma per ogni storia di successo, c’è anche l’altro lato della medaglia che è l’instabilità politica, intesa dal business internazionale in senso piuttosto lato. Così l’analisi di Roubini Global Economics mette nello stesso cahier de doleances gli scioperi in Sud Africa e la rielezione di Kagame in Ruanda (con tutto il suo corollario di repressione interna e tensioni nell’area), fenomeni piuttosto distanti tra loro ma accomunati alla voce ‘instabilità’. Oltre agli scioperi, in Sud Africa si teme l’eventuale nazionalizzazione del settore minerario (richiesta dalla lega giovanile dell’African National Congress) che potrebbe scoraggiare gli investitori, mentre in Angola pesa l’enorme debito contratto con le imprese straniere che hanno ricostruito il Paese dopo la disastrosa guerra civile (9 miliardi di dollari). Quanto alla ’sorpresa Ghana’ il timore manifesto è che alcune scelte politiche facciano scialacquare le revenues petrolifere prima che siano realizzate.
E’ chiaro che anche in Africa la ricetta proposta è la crescita senza sviluppo, cioè senza redistribuzione, già applicata altrove: mette a posto i conti, crea l’humus favorevole al business (specie d’importazione), ma rimanda a data da destinarsi l’evoluzione della società nel suo complesso.
fonte http://it.peacereporter.net - Gabriele Battaglia
“CRESCITA SENZA OCCUPAZIONE”, LE SFIDE ECONOMICHE APERTE INDICATE DA UN ECONOMISTA AFRICANO
9 settembre 2010
Ll’analisi sulla situazione dell’economia in Africa realizzata per il numero speciale di settembre, interamente dedicato all’Africa, di Nigrizia da Abdoulie Janneh, Segretario generale aggiunto dell’Onu e segretario esecutivo della Commissione economica per l’Africa
L’Africa negli ultimi anni ha registrato buoni successi economici, non accompagnati, tuttavia, da un aumento dei posti di lavoro. L’impegno, ora, sta proprio nel coniugare una crescita economica di lungo periodo con una vera e stabile creazione di occupazione. La recente crisi finanziaria ed economica mondiale ha avuto gravi ripercussioni sull’attività economica in Africa, rallentando i progressi compiuti per ottenere gli obiettivi di sviluppo del continente. Il calo della crescita ha portato a un aumento della disoccupazione e della povertà, in particolare nelle realtà africane più vulnerabili.
In molti paesi, la crisi ha anche compromesso i progressi per il raggiungimento degli otto Obiettivi del Millennio, fissati nel 2000 dalle Nazioni Unite, così come ha minato gli obiettivi dell’Unione africana e del Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa (Nepad).
Il peggioramento della situazione economica mondiale, tuttavia, offre ora ai paesi africani l’occasione di riorientare la loro crescita nel lungo periodo e le loro politiche di sviluppo, in modo che la ripresa economica attesa possa essere caratterizzata da tassi di crescita elevati e da un importante aumento dei posti di lavoro, in grado di ridurre i livelli di povertà.
Si deve prestare particolare attenzione proprio al tema della disoccupazione che in questi anni è rimasta elevata e che dovrebbe restare tale anche nel 2010. Molti dei paesi africani hanno, infatti, registrato, anche prima dell’inizio della crisi economica e finanziaria, una crescita che, però, non ha portato, alla fine, nuovi posti di lavoro. Abbiamo assistito così a una crescita senza occupazione.
Il Rapporto economico sull’Africa 2010, redatto dall’Unione africana e dalla Commissione economica per l’Africa dell’Onu, mostra come, nonostante i risultati davvero importanti ottenuti da molti paesi africani in questi ultimi anni, la crescita non abbia raggiunto livelli tali da permettere all’Africa di realizzare gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, anche prima e al di là della crisi. E, in generale, si può affermare che la crescita dell’occupazione è stata deludente in molti paesi del continente.
L’Africa del Nord, in particolare, è la regione più colpita in termini di posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione che ha superato il 10% nel 2009. Nell’Africa subsahariana, invece, il problema principale è la perdita di lavoro nel settore informale e in altre forme di lavoro precario. Questa ‘crescita senza occupazione’ spiega, in parte, la debolezza dei progressi ottenuti in tema di povertà e di miglioramento di altre condizioni sociali in Africa.
Ridurre la disoccupazione in modo durevole e sostenibile richiede una maggiore diversificazione economica e un’equa redistribuzione dei frutti della crescita economica. I paesi africani hanno quindi davanti a loro due grandi sfide: in primo luogo, sostenere una forte crescita economica nel lungo periodo, anche all’indomani del rallentamento di questi ultimi anni; in secondo luogo, tradurre questa crescita in una reale e vera creazione di posti di lavoro dignitosi, avendo sempre la massima attenzione verso le realtà e comunità più fragili e le aree rurali.
Ricordando gli impegni già assunti nel 2004 a Ouagadougou (Burkina Faso), in occasione del summit straordinario dell’Unione africana dedicato al lavoro e alla riduzione della povertà, è necessario assumere l’imperativo di indirizzare l’occupazione entro i piani di sviluppo a lungo termine già formulati, applicati e seguiti dai paesi africani. Tali piani sono ancora indispensabili per aprire la via a una crescita forte, stabile e portatrice di nuovi posti di lavoro. Ed è necessario sostenere il tutto con strategie e politiche settoriali, tra cui quelle industriali e del mercato del lavoro, per ovviare a una mancanza di infrastrutture, investendo nel capitale umano e nel miglioramento della governance. Bisogna garantire, allo stesso tempo, che questi piani a lunga scadenza prevedano delle misure anticicliche a breve termine, per attenuare gli effetti negativi degli shock economici importati ed esterni all’Africa sulle realtà più vulnerabili del continente.
Per quanto riguarda aspetti più tecnici, c’è da sottolineare come negli ultimi 10 anni l’Africa abbia registrato un tasso di crescita relativamente elevato: la media continentale ha avuto il suo culmine nel 2007 con un 6,1%. Un tasso di crescita che in alcuni paesi africani è stato perfino superiore al tasso demografico. Crescita dovuta all’aumento degli investimenti finanziati dai prezzi elevati delle materie prime, dall’estrazione delle risorse naturali, dall’investimento straniero diretto.
Nel 2009, la contrazione del 2,2% dell’economia globale e la riduzione del 12,4% del volume degli scambi hanno comportato una contrazione rapida degli investimenti esteri in Africa. La contrazione si è concentrata più sui paesi sviluppati, dove il prodotto interno lordo (Pil) è calato del 3,5%, rispetto ai paesi in via di sviluppo, dove il Pil è cresciuto dell’1,9%. In Africa, il Pil è sceso dal 4,5% del 2008 all’1,6% del 2009, e dovrebbe tornare al 4,3% nel 2010. Dovrebbe esserci una risalita anche nelle esportazioni, che potrebbero passare dal -4,9% del 2009 al 4,2% di quest’anno. Ma l’anno scorso la crescita ha conosciuto variazioni considerevoli da regione a regione e da un paese all’altro.
È l’Africa Orientale ad aver registrato il tasso più elevato di crescita (3,9%), seguita dall’Africa del Nord (3,5%), dall’Africa Occidentale (2,4%) e dall’Africa Centrale (0,9%). È stata, invece, l’Africa Australe a registrare un tasso di crescita negativo (-1,6%). Comunque, sui 53 paesi dell’Ua, solo 7 hanno registrato un tasso di crescita uguale o superiore al 5%, mentre 29 hanno avuto un tasso inferiore al 3%.
Nel 2008, invece, le cifre erano rispettivamente 25 e 16. Le prospettive di crescita nel medio e lungo periodo in Africa dipendono in larga misura dalla sua capacità di ridurre la sua dipendenza dagli aiuti pubblici allo sviluppo e dall’esportazione di prodotti primari, che sono spesso soggetti a forti fluttuazioni della domanda e dei prezzi delle materie prime.
La strategia di crescita deve essere ripensata: dovrebbe essere più sostenibile e concentrarsi di più sui poveri. Per questo, è necessario intensificare la mobilitazione delle risorse interne, in modo che siano più prevedibili come fonte di finanziamento per lo sviluppo, e possano anche fornire un margine di manovra ai paesi africani per attuare le loro efficaci strategie di crescita e di nuova occupazione.
fonte www.misna.org
INDIAN DOCTORS TO BRING ROBOTIC CANCER SURGERY
9 september 2010
Cancer care treatment in developed countries has improved largely because of technology, but in poor countries like Uganda it is still a big problem. There is hope however. Doctors from HCG Cancer Care Network in India set foot in Kampala recently to expand their services here.
They were headed by Dr B. S Ajaikumar the CEO of the Cancer Care Network. The doctors displayed the latest technology known as ‘cyber knife robotic radiosurgery system’ which they use back in India. Dr Ajaikumar said HCG was the first to introduce the technology in India and so far, there are two centres which use it in that country. The cancer clinic which they set up at Kanjokya Street in Kamwokya will start off as an information centre with free access to the internet where people will get information related to the disease.
“We shall be sending one of our doctors every month to run a consultation clinic” Dr Ajaikumar said while addressing the media at Protea Hotel. The clinic will run for four days every week. Dr Ajaikumar said he and his team had made a tour to the Cancer Institute in Mulago and found that the technology used in operating cancer patients is outdated. And while the centre receives many patients, it is understaffed.
“In such a case, there is absolutely no way you can receive proper care, because cancer requires specialised treatment” he said. He added that the doctors at the Cancer Institute were knowledgeable, but they do not have the facilities. The Cancer Institute still uses cobalt 60 which is not very effective in cancer treatment.
Cobalt 60 for a long time now has been over taken by linear accelerator which is a popularly accepted form of radiation therapy equipment which gives better treatment with minimal side effects. But now developed countries have even progressed to robotic treatment which gives precise treatment.
Dr Ajaikumar explained that by using the old method, a patient cannot get proper dosages of the medicine. “Cobalt 60 is effective in certain instances. By using it, normal tissues get a lot of the dosage, which is not supposed to happen and that is why using this method limits the amount of dosage you can use on a patient.” “Cyber knife can penetrate normal tissues without harming them. It delivers precise treatment without using surgery but by using radiation. We believe removing body parts while operating a cancer patient is a thing of the past,” he stressed. “We hope to bring this technology here and we hope to change the cancer case in Uganda like we did in India.”
Dr Ajaikumar said that the Robot is given directions by the surgeon for it to treat the affected part. “While being treated, the patients can keep talking, breathing properly or listening to music if he or she wants” he said. The treatment takes three hours and a patient is required to take three of such treatments to heal properly. Besides that, Ajaikumar said they are planning to take local doctors to India for exchange programmes and teach them about new technology.
fonte www.allafrica.com – Edwin Nuwagaba
AFRICA, KENYA E UGANDA FIRMANO PER LA COSTRUZIONE DI OLEODOTTO E RAFFINERIA
10 settembre 2010
Uganda e Kenya entrano nel business del petrolio. I due Paesi hanno firmato oggi un memorandum di intesa per la costruzione di una raffineria in territorio ugandese e di un oleodotto che porterà il greggio dal bacino del Lago Alberto, in territorio ugandese, fino a Mombasa, sull’Oceano Indiano.
L’infrastruttura permetterà a Kampala di esportare il suo greggio, mentre il Kenya potrà diversificare i suoi fornitori che, ad oggi, sono al 40 percento i paesi del golfo. La raffineria renderà l’Uganda in grado di trasformare il greggio nei suoi derivanti, evitando di importare la quasi totalità degli idrocarburi dai paesi vicini.
La Kenya Petroleum Rafineries, una società controllata per il 50 percento dal governo di Nairobi e per un altro 50 dal gruppo indiano Essar, eseguirà i lavori. In questo business si muove anche l’italiana Eni che nel 2009 ha acquisito i diritti di sfruttamento di due campi petroliferi sul Lago Alberto. Un affare da 1,35 miliardi di dollari.
L’Uganda è una new entry nello scacchiere geopolitico delle materie prime. Secondo il governo di Kampala nel bacino del lago sarebbe nascosta una fortuna da due miliardi e mezzo di barili che trasformerebbe il piccolo stato centroafricano nel quinto produttore di greggio del continente. Una prospettiva allettante per gli investitori stranieri e per l’Eni, che in Africa ha già interessi in Congo (Rdc), in Nigeria e in Ghana.
fonte www.misna.org
PATIENTS AVOID HOSPITALS
12 september 2010
The number of patients at Masaka diocesan hospitals and health centres has tremendously dropped. Masaka diocesan health co-ordinator Fr. Emmanuel Katabaazi said since the Government stopped sending drugs to the health centres in 2008, the maintenance costs increased from sh143m to sh450m annually.
“We had no alternative but to increase the user fees to get funds that would sustain these health facilities by purchasing drugs and paying wages” he said. “Most of the people who come to the health centres cannot raise the user fees and opt for local treatment,” Katabaazi noted. He was addressing a team of health workers and bankers from Netherlands who visited Villa Maria Hospital in Kalungu district on Thursday. Katabaazi noted that many donors had also stopped funding the health centres.
“Our target is to create a diocesan medical store and start purchasing drugs in bulk but we have not yet secured a licence for this,” Katabaazi said. “We hope that if this becomes a reality, we shall start selling these drugs to smaller health centres,” he said. Katabaazi said the target is to start with a smaller facility of about sh80m out of which the diocese has so far collected sh31m.
Masaka diocese covers Masaka, Bukomansimbi, Rakai, Lyantonde, Kalangala, Sembabule, Kalungu and Lwengo districts.
fonte www.allafrica.com – Ali Mambule
LEGALISE ABORTION TO SAVE BABIES AND MOTHERS?
13 september 2010
If abortion is legalised, many lives of mothers will be saved, a health specialist has said. Dr Raymond Tweheyo, a resident mentor at the Mulago School of Public Health, said there are over 6,000 deaths every year resulting from unsafe abortions which mainly result from stigma.
Abortion is illegal in Uganda. “Forty six per cent of mothers in Uganda have unplanned pregnancies and as a result many of these opt for abortion to get rid of the unwanted babies,” Dr Tweheyo said. “However, it is absurd that most of these mothers use unsafe ways and as result, many lives of both mothers and babies are lost,” he added while speaking at a media workshop in Wakiso District last week.
Research shows that maternal deaths in South Africa decreased from 425 in 1994 to 32 deaths in 1998 after a choice of termination of pregnancy act was passed. Today, the deaths have decreased by close to 90 per cent.
Growing evil. Medical practitioners suggest that if the country is to curb this growing evil, abortion should be legalised. “The fact that people think it’s illegal, they do it in hiding which is unprofessional while others run to traditional herbalists,” Dr Tweheyo said.
Abortion is one of the artificial but often unsafe family planning methods. Dr Tweheyo said for Uganda to overcome the above, it needs to put into practice the Maputo Protocol which it signed with other 52 African Union states. “This agreement advocates licensing abortion and specifies under which conditions a mother should have an abortion. In the long run, it aims at saving the mother’s life” he said.
The Maputo Protocol of the African Union was signed in 2003 in Mozambique as a regional instrument to be used in the protection of human rights and it officially came into force on September 25, 2005.
fonte www.allafrica.com – Flavia Nalubega
COMMERCIALISATION IS KILLING MAKERERE UNIVERSITY
13 september 2010
Professor Mahmood Mamdani is back in Uganda after more than a decade abroad with his last assignment at Colombia University where he was the Herbert Lehman Professor of Government in the Department of Anthropology and Political Science. He recently took a position at Makerere University as the director of Makerere Institute of Social Research (MISR). Moses Mulondo talked to him about the new challenge, a federal Uganda and South Sudan.
Why have you chosen to return to Uganda? In 2001 I had a meeting with President Yoweri Museveni. East African Affairs Minister Eriya Kategaya and the late James Wapakhabulo were also present. We were discussing regional issues, but at the end of the meeting I expressed concern about declining standards at Makerere University. I told the president how the commercialisation of the curriculum was undercutting the culture of research and how the university was being destroyed before our own eyes. In response, the president asked me if I would be willing to lead a visitation committee/commission of inquiry. I said I would be happy to do so. Subsequently I was in touch with Wapakhabulo, but the issue got lost. I then decided that it was better for me to go ahead and do the research myself. That is how I came back to Makerere between 2003 and 2004 to do the research and write the book titled ‘Scholars in the Marketplace’. The research convinced me that Makerere would have to be reformed from within. I felt that as a product of Makerere, one who had benefited from it, I should also play my part in this reform process.
How? I decided to wait until there was a leadership at Makerere University that would be interested in reforms that would halt the deterioration of standards and until a position was open that would give its occupant a strategic role in promoting the culture of research. So, when the position of director of Makerere Institute of Social Research was advertised, I applied. During the interview, the appointments board asked me whether I had changed my mind and no longer shared the views expressed in the book ‘Scholars in the Marketplace’. I said no. I said that in fact I applied because I was convinced that Makerere needed reform and because I wanted to make my small contribution in upgrading social research. I said I was happy that the current vice-chancellor, Venansius Baryamureeba, was interested in reforms and had pledged to create an enabling environment for reforms.
What did your research discover as the major factors causing the declining standards of Makerere University? Makerere had made two changes. The first was privatisation, which means they agreed to recruit fee-paying students. I thought this was fine because the university needed more funds to finance its activities. The second was commercialisation of the curriculum, which led to introduction of new programmes and courses. Unfortunately, this process was driven more by the desire to make money than by the urge to provide quality education. In this new culture, anybody could teach anything. These new courses were often being taught by part-time lecturers, based in faculties without the competence to supervise them. Over time, there emerged two universities at Makerere. One was the formal university where academic staff was appointed through formal procedures by the appointments board and supervised by senate. The other was an informal university where part-time staff hired by course coordinators taught courses more or less unsupervised. There was no check on their quality. That is how the standards of Makerere University went down.
But it couldn’t have been that alone because the university began declining much earlier. What could be the other factors? The whole process was set into motion in the early 1990s when the government succumbed to the pressure of the World Bank to cut funds to the university so as to increase funding for primary education. What the government and the World Bank forgot was that you cannot expand the primary education sector without expanding university education because you need university products in building a strong UPE (universal primary education). The policy itself was wrong.
Why was it wrong? You cannot have a successful UPE without a strong university system. Their policy was wrong because they assumed that you could let a university system collapse and it would not affect the primary system or secondary system or even the economy and other sectors. A university is like a power-generating plant, generating intellectual power which feeds all sectors of the country including industries, businesses, education, health and indeed all other sectors. It must be known that the fastest growing economies in the world are knowledge-driven and the fastest growing sectors in these economies are knowledge-driven. The idea that investment in higher education is unproductive is nonsense. Even the World Bank has realised it and changed its policy. It is time the Uganda government realised that the World Bank was wrong and give university education the priority it deserves.
fonte www.afronline.org – Moses Mulonado
167 MOVED FROM DEATH BENCH TO LIFE SENTENCE
13 september 2010
At least 167 inmates on death row have had their sentences reduced to life imprisonment, following a Supreme Court ruling. Some of the inmates include former Tooro kingdom prime minister John Sanyu Katuramu and two accomplices, who are accused of killing Prince Happy Kijjanangoma.
Doreen Mureeba who was jailed for murdering a pregnant co-wife and her step son, is also a beneficiary of the new sentence. “One hundred and fifty inmates qualified by the time the court order was made but as time goes by, over 10 more have qualified. The number is now 167” Prisons spokesperson Frank Baine told this newspaper last week. The Supreme Court had in January ruled that death row convicts be hanged within three years, saying holding them for long, subjects them to double punishment. Accordingly, the court reduced sentences for convicts who had been on death row for more than three years, to life imprisonment.
According to the Uganda Prisons Act, life imprisonment carries 20 years. Judiciary spokesman Elias Kisawuzi told Daily Monitor at the weekend that there are divergent opinions on the meaning of life imprisonment. “Some [judges] say life imprisonment should mean imprisonment for life, others say we should stick to what is in the Prisons Act” Mr Kisawuzi said. According to statistics seen by this newspaper from the Prisons department, 57 of the beneficiaries of the January Supreme Court ruling are in Luzira Prison and another 109 are in Kirinya Prison – Jinja. There are five women in total. The last executions were in 1999.
President Museveni signed 27 death warrants which caused global condemnations. The Foundation for Human Rights Initiative, a local NGO has been carrying a campaign against the death penalty. Over 100 condemned prisoners petitioned the Constitutional Court arguing that the death penalty was unconstitutional, inhuman and cruel. The court dismissed the petition but the Supreme Court ruled that holding convicts for over three years without hanging them was extra punishment.
fonte www.afronline.org – Emmanuel Mulonado
DUE GIORNALISTI ASSASSINATI IN UNA SETTIMANA
15 settembre 2010
Dickson Ssentongo, presentatore ventinovenne dell’emittente ‘Prime Radio’, è il secondo giornalista assassinato in Uganda nell’arco di una settimana: lo riferisce l’edizione online del quotidiano ‘Daily Monitor’, secondo il quale l’uomo è stato colpito con una spranga di ferro in un villaggio del distretto centrale di Mukono.
L’agguato, precisa il giornale, è avvenuto questa mattina a Nantabulirirwa, circa 35 chilometri a est di Kampala. Domenica nel distretto centro-meridionale di Rakai era stato assassinato Joseph Kiggundu, un cronista dell’emittente ‘Top Radio’. Kiggundu era stato ucciso a calci e pugni da una folla di tassisti di motocicli che manifestavano di fronte l’abitazione di un uomo accusato di aver ucciso un loro collega.
Oggi il ‘Daily Monitor’ scrive di “una ripresa degli agguati” contro i giornalisti, sottolineando che in Uganda fino a pochi giorni fa l’ultimo assassinio di un operatore dell’informazione risaliva al 2004. In segno di solidarietà con i colleghi uccisi, l’Associazione dei giornalisti ugandesi (Uja) ha invitato i cronisti di tutto il paese a vestirsi di nero venerdì.
fonte www.misna.org
MORTALITÀ MATERNA, PASSI AVANTI DECISIVI MA RIMANE MOLTO DA FARE
16 settembre 2010
E’ diminuita del 28% la mortalità materna delle donne africane tra il 1990 e il 2008 anche se l’Africa sub-sahariana rimane il posto più a rischio per la salute femminile: lo afferma un rapporto congiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), del Fondo Onu per l’infanzia (Unicef), della Banca mondiale e del Fondo Onu per la popolazione (Unfpa). Intitolato ‘Tendenze relative alla mortalità materna’, lo studio evidenzia una diminuzione del 34% al livello mondiale, con 546.000 decessi registrati nel 1990 e 358.000 due anni fa. Progressi definiti “notevoli” che tuttavia rimangono lontani degli obiettivi di sviluppo del millennio, da raggiungere entro il 2015, che auspicavano una diminuzione del 75% della mortalità materna.
Un traguardo ancora più difficile per le donne che vivono nei paesi in via di sviluppo: il rischio di morire in gravidanza o durante il parto è 36 volte superiore a quello del nord del mondo. Nel 2008, su 1000 donne che sono morte ogni giorno per mettere al mondo un bambino, 570 si trovavano in un paese dell’Africa sub-sahariana, 300 nel sud dell’Asia e solo cinque in nazioni ad alto reddito.
Nel comunicare i dati, i responsabili degli organismi internazionali sottolineano che la più grande sfida consiste ora nel raggiungere “le donne più a rischio: quelle più povere che vivono nelle zone rurali, quelle che appartengono a minoranze etniche, a gruppi autoctoni, quelle ammalate di HIV e tutte le altre che vivono in zone di conflitto” ha detto Anthony Lake, direttore generale di Unicef.
Per l’Unfpa, la mancanza di cure destinate alla salute materna rappresenta “una violazione del diritto delle donne alla vita, alla sanità, all’uguaglianza e alla non discriminazione“. Lo stesso ha invitato i paesi ha investire più fondi nella formazione degli addetti del settore e nelle infrastrutture sanitarie da rendere accessibili a tutte.
fonte www.misna.org
AMBASCIATORI UE, ITALIANI IN ALBANIA E UGANDA
16 settembre 2010
Sono «le persone migliori per gli incarichi giusti», assicura il loro capo Catherine Ashton. E in ogni caso, i 23 uomini e le 6 donne di 15 diversi Paesi elencati nella lista saranno i primi ambasciatori nel mondo dell’ Unione europea (capi delle delegazioni Ue è il termine ufficiale).
La baronessa Ashton, britannica, alto rappresentante della Ue per gli affari esteri, ha fatto le sue scelte dopo mesi di consultazioni e polemiche, spulciando fra oltre mille candidati. È solo una prima tornata di nomine, altre ne seguiranno: ma ieri, non appena la Ashton ha reso nota la lista, è stata bufera. Est contro Ovest, Sud contro Nord: i Paesi più piccoli, e ultimi iscritti al club dell’ Europa, accusano quelli più grandi di essersi spartiti i posti dominanti. Peggio: li accusano di aver lasciato a loro, ‘figli di un dio minore’, le aree più disagiate o politicamente meno significative, come certe sedi africane.
Pochi esempi al volo: la Germania rappresenterà l’ Europa in Cina, il motore dell’ Asia; la Spagna sarà al timone di 4 delegazioni, fra cui Argentina e Namibia, e avrà il posto numero 2 sempre in Cina. Il piccolo Lussemburgo conquista la sede altrettanto piccola ma economicamente importante di Singapore (oltre a quella di Haiti); la Polonia ottiene la Giordania e la Corea del Sud, pure economicamente importante. All’ Italia vengono affidati due Paesi: l’ Albania e l’ Uganda.
Nella prima sede andrà Ettore Sequi, già ambasciatore italiano e rappresentante dell’ Ue in Afghanistan; nella seconda, Roberto Ridolfi, già funzionario della Commissione europea. Commenti trasversali dall’ Europarlamento: «Sconcertante, siamo bocciati su tutta la linea» (Gabriele Albertini, Pdl); «logica neocoloniale» (Mario Mauro, Pdl); «una brutta figura» (Gianni Pittella, Pd); «questo governo umilia l’ Italia» (David Sassoli, Pd).
Sulla scacchiera degli incarichi ha contato anche la storia, almeno quella degli ultimi tre secoli. Sarà per esempio olandese il capo della delegazione Ue in Sudafrica: cioè della nazione colonizzata dai boeri, partiti dall’ Olanda. Mentre nel Ciad, ex colonia francese che anche oggi è presidiata dalla Legione Straniera, il rappresentante Ue sarà appunto francese. Ma è intorno alle poltrone ‘pesanti’ che si è svolto il vero grande gioco.
In Estremo Oriente, per esempio, l’ Europa diplomatica parlerà quasi soltanto in tedesco: mentre il capo-delegazione di Pechino sarà il berlinese Markus Ederer, affiancato da una signora spagnola, il Giappone sarà affidato a un ambasciatore austriaco. Ancora in sospeso le nomine ambitissime per gli Stati Uniti e il Brasile. La Francia, oltre al Ciad, ha avuto la guida delle ambasciate Ue nelle Filippine e in Zambia.
La Polonia, nonostante i due ‘premi’ ottenuti ad Amman e Seul, si ritiene sotto-rappresentata. Peggio è andata alla Slovenia, che si dice «profondamente delusa» per non aver avuto alcuna poltrona. Così l’ Estonia, l’ Ungheria, la Repubblica Ceca, e altri di seguito. Nell’ Europa del grande scontento, c’ è sempre posto per tutti.
fonte www.corriere.it - Luigi Offeddu
ITALIA, TANTE PROMESSE E POCHI CONTRIBUTI
21 settembre 2010
Ormai è prassi: per dirsi soddisfatti del risultato di un summit internazionale, i Paesi partecipanti se ne devono sempre uscire con una dichiarazione di buoni intenti, la più ambiziosa e politically correct possibile. FAO, G8 e quant’altro, ci siamo abituati come fosse una nenia.
Oggi, com’è giusto che sia, si fa un gran parlare del summit delle Nazioni Unite sugli Obiettivi del Millennio di New York. Un incontro multilaterale che almeno ha il pregio di essere prima di tutto una verifica rispetto a un impegno importante, dichiarato 10 anni fa: eliminare la povertà estrema entro il 2015. La Dichiarazione del Millennio del 2000 stabilì un programma preciso su cui lavorare, tempi da rispettare, chi e come avrebbe dovuto fare il lavoro. Guardando i dati, si può dire che in 10 anni alcuni progressi ci sono stati – e questo emergerà dal summit – ma oltre a rilanciare bisognerà anche fare attenzione a chi si prenderà il merito di quanto fatto fin’ora.
La vera novità del 2000 fu che gli 8 Obiettivi vennero affidati principalmente ai Paesi poveri: 7 a loro e uno solo a quelli ricchi. Insomma chi aveva il problema era incaricato di risolverlo nel nome della diversità, secondo piani precisi, gestendo le risorse messe a disposizione da altri. Molti Paesi negli anni si sono rivelati virtuosi: Mozambico, Ghana, Ruanda e Tanzania per esempio, nonostante l’Africa resti il continente più in ritardo. Anche in Asia si sono fatti passi importanti, però c’è chi non ha fatto la sua parte, e anche in modo clamoroso.
Il punto otto ci fa riflettere, e arrabbiare. Si chiama ‘partenariato globale per lo sviluppo’ ed è la promessa dei Paesi più ricchi, tra cui l’Italia naturalmente, di destinare entro il 2015 lo 0,7% del proprio Pil in “Aiuto pubblico allo Sviluppo”. Il Pil non misurerà la felicità, ma in questo caso ci aiuta a misurare l’impegno dei nostri governi su quelle che dovrebbero essere le loro priorità. Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Olanda e Belgio hanno già superato lo 0,7%. Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania ci stanno lavorando. Gli altri molto meno, tanto che la media è soltanto dello 0,31%. Tra l’altro, ieri Sarkozy in apertura ha rilanciato con forza l’idea rivoluzionaria di una tassa globale sulle transazioni finanziarie.
E l’Italia? No, non siamo gli ultimi come da buoni maligni e disfattisti avrete già pensato. Siamo penultimi, prima della Corea del Sud. Siamo allo 0,1%. Si direbbe quasi che siamo i campioni nel fare promesse e non mantenerle, oppure nel giochino di rifare sempre la stessa promessa a ogni summit, che sembra il preferito dei ricchi. Nel 2005, durante il G8, ci siamo impegnati per lo Sviluppo in Africa. Dopo quattro anni abbiamo raggiunto soltanto il 3% di quanto promesso. E ciò che è stato detto dopo il G8 dell’Aquila? È innegabile che siamo di fronte a una palese mancanza, speriamo non dettata da una precisa strategia politica.
La Fao ci comunica che dopo continui aumenti, il numero degli affamati e dei denutriti quest’anno finalmente è sceso sotto il miliardo. Forse hanno iniziato a fare meglio il loro dovere, ma c’è poco da rallegrarsi perché restano oltre 900 milioni le persone in drammatica difficoltà, una cifra scandalosa. Inoltre sono già piovute critiche da parte del mondo religioso e laico impegnato sul campo: spesso queste cifre sono figlie di congiunture internazionali, non fotografano realmente il problema.
Una dichiarazione siffatta una settimana prima del summit di New York suona tanto come un voler mettere le mani avanti. Dove si è potuto intervenire con la formula della partnership prevista dalle Nazioni Unite nel 2000, invece, le cose sembrano aver funzionato di più, sembra la strada giusta.
Ora, di fronte al mondo, l’Italia come giustifica la sua indifferenza? Ci risponderanno – se prima non daranno la colpa all’avversario politico di turno – che viviamo in tempi di crisi e che nel 2000 non si poteva prevedere cosa ci è piovuto tra capo e collo negli ultimi anni. Nonostante questo però c’è stato chi il suo dovere l’ha fatto, anche in anticipo rispetto ai patti. Forse i nostri grandi statisti non sono in grado di comprendere che un mondo in cui si è sconfitta la povertà è un mondo migliore, in cui tutti trarrebbero giovamento. Meno migrazioni, per esempio. Che bello spot sarebbero per la Lega, così preoccupata di chi attraversa i nostri confini, gli aiuti umanitari di Governo, se fossero reali.
È desolante leggere le cronache politiche italiane, delle nostre beghe da cortile, mentre a New York si parla di risolvere il problema della povertà estrema. In Italia la più attiva è sempre la società civile. C’è la campagna della Coalizione Italiana contro la Povertà, cui hanno aderito in tanti, che proprio in questi giorni promuove l’adesione alla Campagna ‘Stand Up! Take Action!’ sugli Obiettivi del Millennio. L’anno scorso aderirono 173 milioni di persone nel mondo e più di 800.000 mila in Italia: un italiano su settanta. La società civile lo vuole, ma i Governi sembrano sordi, e sempre dalla parte dei ricchi.
Per esempio, come fanno le Nazioni Unite a tollerare che oggi nel mondo siano in atto speculazioni finanziarie sulle materie prime alimentari? Ci sono fondi finanziari internazionali che con una sola operazione sono in grado di accaparrarsi intere percentuali della produzione mondiale di grano, riso o mais e di bloccarle nei magazzini. Sono operazioni che andrebbero vietate, controllate e poi punite a livello internazionale, perché si tratta di speculazioni che se a noi poi costano l’aumento di qualche centesimo per un chilo di pasta, per intere popolazioni invece rappresentano la fame. Proprio in Mozambico, uno Stato che s’è distinto nell’impegno verso gli Obiettivi del Millennio, nei giorni scorsi sono scoppiate rivolte per il pane.
Un buon lavoro di anni può essere vanificato con un clic per una transazione finanziaria. Gli Obiettivi del Millennio, in materia di lotta alla fame e alla povertà, possono essere mantenuti e ampiamente superati. Siamo la prima generazione mondiale che ha tutti i mezzi per farcela. Si può davvero fare tanto con poco, mentre l’Italia non fa niente.
fonte www.repubblica.it - Carlo Petrini
AFRICA EXPECTED TO BECOME THE THIRD LARGEST PRODUCER OF OIL
21 settembre 2010
The African oil and gas energy sector has experienced a certain degree of economic balance on the continent, as most African economies continue to buck global trends by achieving modest GDP growth.
This according to a PricewaterhouseCoopers’ (PwC) survey ‘Energy & Utilities: The Africa Oil & Gas Survey 2010‘. However, the sector was not immune to the global recession and the uncertain oil price which has resulted in cancellation and deferral of projects, layoffs, cost cutting measures and a general re-evaluation of many companies’ strategies.
Chris Bredenhann, Energy Southern African Leader of PwC says, “International oil consumption decreased approximately 2% in 2009, yet in Africa it remained steady and is expected to grow globally and in African regions by around 2% this year. This means that strategy and long range planning are going to play an important role as oil and gas companies must control costs to bolster growth.”
Africa is rich in untapped natural oil and gas reserves. With recent finds in Uganda and Ghana, the continent is certain to experience a flurry of exploration activity. Furthermore, Africa is expected to pass North America in 2011 and become the third largest producing area after the Middle East and Central/Eastern Europe. “The energy and enthusiasm surrounding oil and gas in Africa is almost palpable at the many industry events and in our conversations with clients across the continent”, said Bredenhann.
There are constraints to growth that must be carefully considered, however, including: the Proposed Petroleum Industry Bill in Nigeria; the dispute between the government of Uganda and Heritage Oil related to the tax implications of a $1.5 billion deal between Heritage Oil and Tullow Oil; government’s commitment to cleaner fuels and reducing emissions in South Africa; ‘fledging’ Oil & Gas economies in Uganda and Ghana formulating new policies; and Environmental policy changes such as proposals on zero gas flaring in many countries.
Other constraints to growth include the traditional African limitations of poor infrastructure and corruption, attracting and retaining key talent and high set-up costs. Regulatory concerns are one of the biggest challenges facing respondents to the Energy & Utilities survey, and many participants in the industry have adopted a wait and see approach.
But some commentators have a more optimistic view and see the above mentioned regulatory developments as a genuine attempt by African governments to ensure a fairer deal for access to their assets. The downstream segment of the market in Africa saw BP, Chevron and Royal Dutch Shell announcing exits from the smaller markets in Africa. These assets are being obtained by competitors and new entrants to this segment, leading to a change in the traditional competitive landscape. Globally, the refining market is in the doldrums with Europe, US and Japan experiencing an oversupply.
A drop in refining margins, availability of cheaper alternatives, bio fuels taking some market share from petroleum products, and improved fuel efficiency in passenger vehicles have all contributed to the strain in the refining market. Some refineries in the above markets have been put up for sale or mothballed. In stark contrast the Middle East, Asia (excluding Japan), Africa, Russia and Turkey have proposed increased refining capacity.
Many African countries see increased refining capacity as essential to their own national interests as it allows for a greater security of supply as well as a mechanism to reduce foreign exchange outflows.
fonte www.afronline.org
AIUTI: LA MANO CHE STRANGOLA L’AFRICA
21 settembre 2010
L’hanno definita l’anti-Bono per il pragmatismo ai limiti del cinismo, per il messaggio antibuonista che va diffondendo: basta aiuti, basta donazioni, basta soldi a pioggia e basta con gli aiuti glamour sponsorizzati dal cantante degli U2 e altri vip.
Si può dare di più? E’ Dombisa Moyo, giovane e brillante economista autrice di un libro pamphlet che sta facendo discutere perché sostiene che l’Africa non è povera nonostante gli aiuti ma proprio a causa di questi ultimi. Nelle 230 pagine di ‘La carità che uccide,’ destreggiandosi tra le mille iniziative e i tanti programmi messi in piedi, l’autrice spiega spiega perché la terapia che avrebbe dovuto salvare il continente dimenticato si è trasformata in una iniezione letale.
Sull’Africa sub-sahariana, in 50 anni sono piovuti oltre mille miliardi di dollari eppure, sostiene l’autrice, il 50 per cento dei poveri di tutto il mondo si concentra lì. “Tra il 1981 e il 2002, il numero di africani che vivono in povertà è raddoppiato” – scrive a pagina 30 – l’aspettativa di vita non è migliorata, l’alfabetizzazione degli adulti è precipitata sotto i livelli del 1980 mentre indicatori come quelli sanitari e quelli sulla distribuzione del reddito sono ancora da incubo. L’Africa non sta soltanto tendendo verso il basso, sta completamente scollegandosi dai progressi raggiunti nel resto del mondo“.
Un ciclo devastante. Colpa di una politica assistenzialista, spiega la Moyo, modellata sul piano Marshall, che dall’inizio degli anni Sessanta ha fatto fluire aiuti nella forma di prestiti concessionali (da rimborsare) e sovvenzioni (a fondo perduto). Cento milioni di dollari all’inizio degli anni Sessanta, che erano diventati 950 già nel 1965 e così via: più si dava e più si doveva dare.
In parte perché i tassi d’interesse, molto bassi all’inizio, negli anni Settanta avevano cominciato a salire, strangolando molti Paesi: nel 1982 Angola, Camerun, Costa D’Avorio, Gabon, Gambia, Mozambico, Niger, Nigeria, Tanzania, Zambia si dichiararono inadempienti.
In parte perché, soprattutto durante la Guerra Fredda, gli aiuti dell’Occidente servivano più che altro a comprare fedeltà. E questo ha generato il vero mostro che si è mangiato il futuro del continente: la corruzione, il killer silenzioso del continente.
Scoraggia investimenti interni ed esteri, rende il Paese più debole e più bisognoso, ma soprattutto impedisce la formazione di un mercato interno. In Niger, ad esempio, si muore di fame ma sulle bancarelle la merce resta invenduta: la popolazione non la può comprare. Una conferma la si avrà guardando ai recenti tumulti per il pane in Mozambico.
Non lo dice solo la Moyo; basta leggere un report della World Bank intitolato Silent and Lethal: How Quiet Corruption Undermines Africa’s Development Efforts. Economie deboli, troppo legate all’export di materie prime e quindi vulnerabili di fronte alla volatilità dei prezzi, con governi corrotti e rapaci: qui c’è a causa del male africano.
Un altro economista, Garf Lambdorff, ha calcolato che un punto percentuale sulla scala da 1 (massima corruzione) a 10 (corruzione inesistente) di Trasparency International, corrispondono a quattro punti percentuali di Pil. Gli aiuti sono una delle cause principali della corruzione e del fallimento economico. Infine, non alleviano la povertà, la peggiorano; i Paesi più dipendenti sono quelli che hanno mostrato i tassi di crescita inferiori (- 0,2 per cento in media) mentre quelli che si sono smarcati dall’assistenza, come Botswana e Malawi, hanno registrato una crescita miracolosa.
Ma a New York già si è capito che mancherà una riflessione su questo aspetto e si continuerà a chiedere uno sforzo in più, sull’onda delle prediche di Bono e di altri samaritani glamour.
fonte http://it.peacereporter.net – Alberto Tundo
FAME E POVERTÀ, IL PRIMO OBIETTIVO MANCATO
21 settembre 2010
A New York va in onda la messa cantata del Millennium Development Goal (Mdg) con i leader mondiali che celebrano se stessi in una fiera di buoni propositi. L’ambizioso progetto lanciato dalle Nazioni Unite nel 2000 prevedeva otto obiettivi, dalla vittoria nella lotta all’Aids alla riduzione della fame nel mondo, da raggiungere entro il 2015. Mancano appena cinque anni alla scadenza e, se la tabella di marcia fosse stata rispettata, adesso dovrebbe mancare davvero poco al raggiungimento del traguardo.
A ridosso del meeting siano usciti una moltitudine di rapporti incoraggianti dagli uffici studi delle agenzie dell’Onu (per una visione comprensiva, basterà dare leggere il Millennium Development Goals Report 2010) ma il quadro, in realtà, non sembra così positivo.
Chi sta combattendo la fame? Lo si capisce, per esempio, guardando a quello che era il primo degli obiettivi dell’Mdg: il dimezzamento del numero di persone affette da ‘fame cronica ed estrema povertà’ che era appunto indicata con la sigla Mdg1. Il 14 settembre, la Food and Alimentation Organization (Fao) delle Nazioni Unite ha diffuso una nota con cui informava che 98 milioni di persone in meno soffrivano di fame cronica. Niente male, siamo sulla buona strada, si potrebbe pensare. A dissolvere l’ottimismo, ci ha pensato il giorno dopo un report di Oxfam America, che ha messo in evidenza come oltre 925 milioni di persone soffrano ancora la fame più disperata. Erano 830 milioni nel 2008, prima che la crisi finanziaria e quella alimentare si abbattessero sui Paesi più poveri. In dieci anni, insomma, dal 2000 al 2010, la percentuale di affamati si è ridotta di un misero mezzo punto percentuale, nonostante i miliardi di dollari spesi: dal 14 al 13,5 per cento.
Ancora più cupe le cifre fornite da ActionAid, per la quale non solo non si sono fatti passi in avanti ma si è andati indietro: se si escludono i progressi fatti dalla Cina, che prescindono l’Mdg, l’incidenza della fame nel mondo è cresciuta di un buon 20 per cento rispetto a quando gli obiettivi erano stati fissati.
Venti dei 28 Paesi più colpiti dal dramma della fame sono fuori strada e 12 di questi sono addirittura peggiorati, si legge nel rapporto non a caso intitolato ‘Who’s Fighting Hunger? Considerando le conseguenze della malnutrizione e della denutrizione, in termini di salute, formazione e capacità della popolazione, l’organizzazione calcola che la fame costi a questi Paesi 450 miliardi di dollari l’anno, dieci volte di più quanto ci vorrebbe per dimezzare la fame e centrare il primo obiettivo. Le stesse incongruenze emergono guardando ai progressi fatti nella lotta all’Aids o nella lotta alla mortalità infantile.
“La vera causa della fame non è la mancanza di fondi ma la mancanza di volontà politica”, ha detto la principale analista di ActionAid, Meredith Alexander. Eppure, purtroppo, anche in questa occasione il primo messaggio partito dal summit è stato che i Paesi donatori devono fare di più. E questa soluzione facile, in realtà non è soltanto la più economica ma rischia di essere anche la più dannosa. Perché la questione non è più se gli aiuti siano sufficienti ma se la politica basata su assistenza e donazioni non sia essa stessa la causa che ha fatto della fame nel mondo una palude da cui chi ci è dentro non riesce a uscire.
fonte http://it.peacereporter.net – Alberto Tundo
LE ONG ITALIANE: “IL GOVERNO NON CAPISCE CHE IL PROBLEMA NON SONO SOLO LE RISORSE”
23 settembre 2010
Francesco Petrelli è il presidente dell’associazione delle Ong italiane (ne rappresenta circa 250) e, all’indomani della conferenza di New York sugli obiettivi del Millennio, esprime alcune valutazioni.
“Nicolas Sarkozy, con la sua proposta di utilizzare una tassa sulle transazioni finanziarie per raggiungere gli otto obiettivi del Millennio, ha dimostrato una consapevolezza e una visione planetaria del problema, drammaticamente estranea al governo italiano“.
E intanto i poveri aumentano. Secondo il rappresentante delle Ong italiane, il presidente francese, con la sua scelta, ha considerato possibile “spalmare nel tempo che rimane, da oggi al 2015, le energie necessartie per affrontare gli impegni contenuti negli obiettivi che i 191 stati rappresentanti alle Nazioni Unite hanno sottoscritto nel settembre di dieci anni“, ha aggiunto Petrelli. “Intanto però, i poveri nel Pianeta sono aumentati di 67 milioni, dal 2008 ad oggi e due miliardi di persone continuano a vivere con meno di 2 dollari al giorno. Gli interventi che servono, dunque – ha proseguito – non devono essere mossi da ragioni soltanto etico-morali, ma anche dalla consapevolezza che è arrivato il momento, come di fatto ha detto Sarkozy, che a pagare adesso siano quelli che si sono arricchiti in questi anni, perché contribuiscano alla stabilizzazione economica globale e impedire che la maggior parte delle persone che abitano nel Pianeta si disconnettano definitivamente dal sistema economico globale“.
Una visione globale che non c’è. “Perché la povertà è ereditaria – ha detto ancora il presidente dell’associazione delle Ong italiane – e si trasmette di padre in figlio. Ecco, a New York il ministro Frattini ha mostrato di non capire, al contrario del governo francese, che solo recuperando chi oggi è sprofondato nella povertà, sarà possibile riavviare l’economia globale e quindi la ripresa e l’uscita dalla crisi che questa parte del mondo sta attraversando. Si tratta – ha concluso Petrelli – di una visione delle cose, che o la si ha, oppure si finisce per parlar d’altro, come ha fatto Frattini, che peraltro rappresenta un governo ancora totalmente inadempiente sul fronte degli aiuti per la salute materna e infantile. Il fatto che a mostrare questa visione strategica planetaria sia un uomo di destra come il presidente francese, qualcosa vorrà pur dire“.
L’altro esempio di Cameron. D’altra parte, anche il leader britannico Cameron non ha fatto un discorso diverso da quello di Sarkozy: ha infatti espresso l’impegno di raggiungere lo 0.7% dell’aiuto pubblico rispetto al Pil della Gran Bretagna nel 2013, due anni prima della data del Millennio. E lo stesso presidente Obama, nel suo intervento, ha parlato di trasparenza, “la stessa trasparenza che chiediamo al Sud del mondo, la dobbiamo garantire noi rispettando gli impegni“, ha detto.
La gente dello ‘Stand Up’. Sono state migliaia le iniziative svolte in tutto il mondo per gli Obiettivi del Millennio che hanno dato vita alla quinta edizione della mobilitazione ‘Stand Up! Take Action!’ promossa in Italia dalla Campagna del Millennio delle Nazioni Unite, dalla Coalizione Italiana contro la povertà, dalla Caritas Italiana, dalla Federazione Italiana Scautismo, da Uisp-Sportpertutti con il patrocinio del Comitato Olimpico Nazionale Italiana.
Una straordinaria onda che ha coinvolto in Italia centinaia di migliaia di cittadini che con convinzione continuano a richiamare il governo alle proprie responsabilità e al rispetto degli impegni. “In Italia anche quest’anno i cittadini hanno dimostrato di essere tra i più determinati in Europa a chiedere al governo di rispettare gli impegni per raggiungere gli Obiettivi del Millennio“.
fonte www.repubblica.it - Carlo Ciavoni
DOVE L’INFANZIA TRASCORRE LAVORANDO. SONO 306 MILIONI I BAMBINI SFRUTTATI
24 settembre 2010
Ci sono quelli visibili, ai quali ci si abitua nel vederli, piccoli come sono, stracarichi di fagotti lungo le strade di Mumbai, di Lima o a Lagos. Ma ci sono anche quelli che non si vedono, di cui non si sa nulla e che sono – se possibile – i più numerosi, i più fragili.
Secondo i dati ILO 2010 (Organizzazione Internazionale del Lavoro), nel mondo ci sono 306 milioni di bambini economicamente attivi, 215 milioni di bambini il cui lavoro è sfruttato e 115 milioni esposti a lavori rischiosi e alle peggiori forme di sfruttamento (sessuale, traffico, ecc.). I bambini e le bambine che lavorano si concentrano per lo più in Asia e nel Pacifico, dove sono 113,6 milioni. In Africa Sub Sahariana il dato è in preoccupante ascesa: si contano 65 milioni di minori sfruttati.
I bambini lavoratori, tuttavia – tema al centro di una campagna del Cesvi, ma che impegna anche altre Ong come Terre des Hommes, Save the Children e organizzazioni come la Cgil – non sono una realtà che riguarda esclusivamente i Paesi in via di sviluppo, ma anche quelli ad economia in via di transizione e quelli industrializzati, dove la percentuale dei minori lavoratori rappresenta l’1%.
In Italia, secondo l’ISTAT, lavorano 144.000 bambini tra i 7 e i 14 anni; e di questi, 31.500 sono da considerarsi veri e propri casi di sfruttamento. Ma per l’Ires – CGIL la cifra è di 400 mila bambini; questa stima è confermata anche da un’indagine realizzata dall’Istituto Nazionale Consulenti del Lavoro nel 2007 e dal rapporto pubblicato da Telefono Azzurro Eurispes nel Novembre 2007. Le differenze tra queste stime dimostrano che il fenomeno nel nostro Paese è ancora poco analizzato.
La ragione profonda per l’eliminazione del lavoro minorile è costituita dal diritto di ogni bambino, o bambina, ad un’educazione libera e dalla constatazione che spesso i minori subiscono le peggiori forme di sfruttamento (veri e propri crimini) anche nei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione ILO 182 (ratificata da 163 Paesi) sulle peggiori forme di lavoro minorile.
La Campagna ‘Stop Child Labour – School is the best place to work’ è promossa dal network europeo Alliance2015 (Cesvi, German Agro Action, Hivos, Concern, People in Need), grazie al sostegno della Commissione Europea. La campagna ha l’obiettivo di richiamare tutti i governi, le imprese e gli attori sociali alle loro responsabilità verso i bambini e le bambine vittime dello sfruttamento del lavoro minorile.
Per sfruttamento del lavoro minorile si intende “qualsiasi forma di lavoro compiuto da bambini e ragazzi di età inferiore ai 18 anni che interferisca negativamente con la loro educazione e/o possa danneggiarne la salute fisica o psicologica e lo sviluppo mentale, spirituale, morale o sociale” (Convenzione dei diritti dell’infanzia, articolo 32.1).
La campagna si basa su 4 principi guida:
1) Lo sfruttamento del lavoro minorile nega ai bambini il diritto all’educazione.
2) Tutte le forme di sfruttamento sono inaccettabili.
3) I Governi, l’Unione Europea, le Organizzazioni Internazionali, le aziende e i consumatori devono lavorare insieme per fermare lo sfruttamento del lavoro minorile.
4) Gli standard di lavoro vanno rispettati e rafforzati per eliminare lo sfruttamento.
In Italia, la campagna vuole sensibilizzare ed educare la società sui temi dello sfruttamento del lavoro minorile in Italia e nel mondo, dei diritti dell’infanzia e dell’importanza dell’educazione come soluzione”al problema.
Per questo la campagna afferma, appunto, che ‘la scuola è il miglior posto in cui lavorare’. Questo implica la promozione e la valorizzazione del diritto ad un’educazione pubblica, di qualità e a tempo pieno per tutti i minori.
fonte www.repubblica.it
UGANDA, IN CRESCITA PRODUZIONE STIMATA MAIS (+11%)
28 settembre 2010
La produzione stimata di mais dell’Uganda nel 2010 sara’ di circa due milioni di tonnellate, l’11 per cento in piu’ rispetto al volume del raccolto dello scorso anno che fu di 1,8 milioni di tonnellate.
Lo ha annunciato il responsabile della produzione cerealicola del ministero dell’Agricoltura, Opolot Okasai, secondo cui il mais, che un tempo occupava un ruolo marginale nei consumi alimentari degli ugandesi, “negli ultimi anni è cresciuto progressivamente in importanza“. Per Okasai inoltre “è in aumento anche la domanda da altri Paesi del continente, come Sudan meridionale, Kenya e Repubblica democratica Congo“.
Il consumo interno di mais in Uganda è attualmente attestato intorno a 1,1 milioni di tonnellate annue.
fonte www.agi.it
BAMBINI, 4 MILIONI OGGI SI SALVANO MA IL DOPPIO SONO ANCORA A RISCHIO
29 settembre 2010
Vent’anni fa il loro destino era segnato. Nessuna chance di sopravvivere e di arrivare a compiere almeno cinque anni. Ora invece ogni anno 4 milioni di bambini in più, rispetto al 1990, ce la fanno grazie a cibo, cure, vaccini. Lo dicono i nuovi dati dell’Unicef sulla mortalità infantile: nel mondo è scesa di un terzo in due decadi, passando da 12,4 milioni a 8,1. Segno che con aiuti economici e medici qualcosa si può fare per arginare questa strage degli innocenti.
E’ come se New York sparisse. Ma se il dato positivo è rappresentato dai 12mila piccoli in più al giorno che riescono a conquistare la speranza di diventare adolescenti, la drammatica realtà complessiva è che nel mondo altri 22mila bambini continuano a morire ogni 24 ore nei paesi in via di sviluppo, nell’Africa subsahariana, in Oriente. È come se una città grande come New York, otto milioni di abitanti, e unicamente popolata da bambini e neonati, sparisse ogni anno. Inghiottita dalle fame, dalle malattie, dall’ indifferenza, dalla mancanza di aiuti.
La mappa dei Paesi a rischio. Le possibilità di vivere dipendono infatti da dove nasci. È questa l’agghiacciante roulette legata alla geografia che si desume leggendo la mappa dei paesi a rischio, visto che la mortalità infantile sotto i 5 anni è sempre più concentrata in alcune parti del globo. La metà delle vittime abitava infatti in sole cinque nazioni: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina, a raccontare differenze economiche che incidono e determinano le probabilità di crescere.
Un bambino ogni otto muore infatti prima di aver compiuto cinque anni se è nato nell’ Africa Sub-sahariana, un ragazzino su 14 non arriva a quell’età se vive nell’Asia meridionale. Mentre nei paesi più sviluppati il dramma di non veder crescere il proprio figlio fino al momento di andare a scuola, capita una volta su 167.
Come salvare madri e figli. Perché ad uccidere – e il 70 % delle vittime non ha nemmeno un anno – sono spesso le difficili condizioni di vita delle madri, la malnutrizione, la mancanza di assistenza al momento del parto, le malattie trasmesse dagli insetti, dall’ acqua infetta. “In molti paesi la situazione è migliorata con le vaccinazioni, regalando zanzariere che proteggano dalla malaria. Grazie a progetti di nutrizione ma anche, come in India, creando centri e indirizzando le donne a partorire dove c’è aiuto medico. Nel sud dell’Asia più della metà dei bambini muore infatti prima di aver compiuto un mese“. Questa la denuncia dell’Unicef che analizza i progressi compiuti: dal 1990 il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è diminuito di un terzo: da 89 decessi ogni 1000 nati vivi nel 1990 a 60 nel 2009.
Interventi e progetti. “Le regioni che hanno fatto i maggiori progressi, soprattutto nell’Africa sub sahariana, hanno visto lo sviluppo di interventi dedicati alla salute e alla nutrizione, come vaccinazione e allattamento, distribuzioni di vitamina A e di acqua potabile. Restano invede ancora scarsi, insufficienti gli interventi per vincere la malaria e la diarrea che causano la metà delle morti“, raccontano gli esperti. 195 milioni di bambini malnutriti. Si stima che siano 195 milioni i bambini nel mondo affetti da malnutrizione, responsabile ogni anno della morte di almeno un terzo degli otto milioni di bambini sotto i 5 anni.
Cina, India e le bambine scomparse. Le differenze di genere e culturali modificano le statistiche, incidono sulle probabilità di sopravvivenza a seconda della nazione in cui nasci. A differenza della maggior parte dei paesi poveri, in India e Cina le bambine sotto i cinque anni hanno infatti una mortalità superiore ai maschi. Mentre i figli di madri istruite hanno maggiori possibilità di sopravvivere rispetto agli altri, quasi tre volte tanto dicono i numeri che parlano del Sud America, La situazione migliora ma non abbastanza.
Sebbene il calo nei tassi di mortalità infantile sia stato decisamente più netto negli anni 2000-2009 rispetto al decennio precedente, la diminuzione non è ancora al ritmo necessario – soprattutto in Africa Sub-sahariana, Asia meridionale e Oceania – per raggiungere il 4° Obiettivo di Sviluppo del Millennio, che prevede per il 2015 un declino di due terzi della mortalità rispetto al livello del 1990.
fonte www.repubblica.it - Caterina Pasolini
Cambio valuta: in data 30/09/2010 1 dollaro USA è pari a 2250 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 3070,4148 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Edwin Nuwagaba
Tag:Africa, Eni, HIV, idrocarburi, internet, Kampala, lavoiro minorile, mais, Museveni, Obiettivi di Sviluppo del Millennio, oil, oleodotto, robotic cancer surgery, school, Uganda, university
Benvenuto
Nuovo del blog? Benvenuto!
DONA ORA ONLINE
Sostieni i nostri progetti
Mailinglist
Categorie
Commenti
- Floriana PARIS su Gulu – Awach, 16 e 17 aprile 2012 – I ricordi, le promesse
- Maria Carla Cavanna su Gulu – Awach, 16 e 17 aprile 2012 – I ricordi, le promesse
- stefania su 15 aprile 2012 – 50 anni di sacerdozio
- cinzia su 15 aprile 2012 – 50 anni di sacerdozio
- Maria Carla Cavanna su 15 aprile 2012 – 50 anni di sacerdozio
Parole chiave
Contattaci
Associazione
Italia Uganda
Onlus
Via Bona di Savoia 1A
27100 Pavia
tel/fax 0382 467742
email info@italiauganda.it