martedì 07 febbraio 2012

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Ugandabout – settembre 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel settembre 2010.
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Ugandabout – febbraio 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.

MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010

MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010

ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010

PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010

CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010

ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010

PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010

ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010

UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010

“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010

GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010

UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010

TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010


MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010

Guaritori tradizionali o medicina scientifica? Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul ‘Pluralismo medico in Africa’, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure.
Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.
“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria ospedali e cliniche, pubbliche e private, ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di Scienze Sociali a Yaoundé.
Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una ‘multiterapia’ alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire. Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria.
fonte www.misna.org

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MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010

Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove”. E’ il commento all’agenzia Misna di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, che nei giorni scorsi ha rilasciato all’agenzia un commento di valutazione della II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona che si è tenuta ai primi di dicembre a Cartagena (Colombia).
La Conferenza si è conclusa con l’annuncio di altri quattro paesi – Rwanda, Zambia, Albania e Grecia – dichiarati liberi da mine.
Il direttore della Campagna italiana ha sottolineato in particolar modo la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla Conferenza di Cartegena revisione, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare. La Conferenza ha infatti riunito oltre mille delegati provenienti da tutto il mondo e si è conclusa con l’adozione, da parte di 120 governi, del Piano d’azione di Cartagena che fissa gli obiettivi da conseguire nei prossimi cinque anni per un mondo finalmente libero da mine e altri ordigni.
Un quinquennio importante anche perché per la prima volta si darà maggiore attenzione al recupero e all’assistenza delle vittime da mina il cui destino è spesso legato a doppio filo alla reale capacità del paese in cui vivono di far fronte a bisogni ed esigenze particolari. Sottolineando l’elemento fondamentale alla base del Trattato – nato da una iniziativa diplomatica ‘dal basso’ organizzata dalla società civile internazionale – Sylvie Brigot, direttrice della Campagna Internazionale contro le Mine (ICBL), ha detto che in futuro sarà ancora “l’alleanza tra governi e società civile a determinare il successo del Trattato”, ma ha anche detto che tra i paesi del nord del mondo soltanto l’Australia ha tenuto fede agli impegni presi per sostenere le attività di bonifica e di recupero delle vittime.
Proprio l’assistenza a chi è sopravvissuto all’esplosione di una mina, – dice una nota della ICBL – ai loro familiari e alle comunità locali i cui territori non sono stati bonificati sono stati i temi più significativi affrontati durante la conferenza anche perché è proprio questo l’ambito in cui si sono registrati i progressi meno evidenti“. Aperto alla firma nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999, il Trattato di Ottawa ha finora raccolta le adesioni di 156 paesi; a non aver firmato sono però 39 stati tra cui alcuni stati chiave tra i quali Stati Uniti (a Cartegena presenti per la prima volta con una delegazione), Cina, India, Russia e Pakistan.
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato liberi da mine Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine.
Secondo l’ultimo ‘Landmine Monitor Report’ – il documento che su base annuale fa il punto della situazione – significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka.

A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest’anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda. “Alcune richieste sono ovviamente giustificate – ha detto dice all’agenzia Misna Schiavello – e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime”.
Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario). In una nota alla Conferenza, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona.
Un fatto importante: secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo.
Gli Stati Uniti – evidenzia sempre HRW – non hanno esportato mine antipersona dal 1992, non le producono dal 1997 e non hanno in atto programmi per la loro acquisizione in futuro.
fonte www.unimondo.org

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ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010

ENI, the Italian firm that showed interest in Uganda’s oil fields, has withdrawn its bid after Tullow exercised its right of first option. Two oil fields, blocks 1 and 3A in western Uganda, are owned by Heritage and Tullow in a 50-50% joint venture.
The firm’s spokesperson was quoted in the media on Friday as saying: “Eni today revoked the sale and purchase agreement for the acquisition of Heritage’s 50% interest in blocks 1 and 3A in Uganda, for which Tullow has recently exercised its pre-emption right.” Tullow is selling part of its own stake to allow for the entry of bigger oil companies that have the capacity and experience to build a refinery and pipeline. The company of Irish origin last week announced it preferred working with the Chinese state-owned oil company CNOOC or France’s Total.
Meanwhile, CNOOC said it is paying $2.5b for a stake in Tullow’s Ugandan oil assets. According to Hong Kong media, the purchase was expected to be signed in London last Friday. “We are still receiving all proposals from the licensed companies (Tullow and Heritage) to sell part of their stakes and it is a normal process” Ernest Rubondo, the commissioner in the petroleum and exploration department, said yesterday.
Rubondo did not want to comment on Eni’s withdrawal. He, however, said Heritage was determined to sell its interest and he was convinced they would get a buyer because “many companies are interested in Uganda’s oil”. “Once we have scrutinised all the proposals and found the best company with Ugandan interests at heart, we shall inform the public.” Meanwhile, President Yoweri Museveni over the weekend met Russian-based oil company Lukoil and encouraged the firm to invest in Uganda’s oil exploration and refining sector.
Andrei Sapozhnikov, the Lukoil vice-president for business development, handed over his company’s investment proposal to the President, according to a statement from State House. “Sapozhnikov expressed interest in the oil exploration, refinery and the training of local manpower to facilitate the development of the sector” said the statement. Lukoil, according to the firm’s website, is Russia’s largest oil company and the second largest private oil company worldwide by proven hydrocarbon reserves.
The company has about 1.1% of global oil reserves and 2.3% of global oil production. Lukoil dominates the Russian energy sector, with 18% of Russian oil production and 19% of oil refining. Most of its exploration and production activity is located in Russia, and its main resource base is in Western Siberia.
However, it is also carrying out projects in Kazakhstan, Egypt, Azerbaijan, Uzbekistan, Saudi Arabia, Colombia, Venezuela, Cote d’Ivoire, Ghana and Iraq. Its petroleum products are sold in Russia, eastern and western Europe, and the US. Present at the meeting with the Lukoil delegation was state minister for investment Aston Kajara, the boss of the Uganda Investment Authority, Maggie Kigozi, Uganda’s ambassador to Russia, Moses Ebuk, and the Russian ambassador to Uganda.
fonte http://allafrica.com- Ibrahim Kasita

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PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010

Sono 28, più della metà dei quali in Africa, i paesi in cui - secondo l’Humanitarian Action Report (HAR) 2010 dell’Unicef, il Fondo dell’Onu per l’infanzia - i bambini soffrono particolari situazioni di crisi a causa dei più svariati fattori, dalle difficoltà finanziarie ed economiche planetarie ai mutamenti climatici fino alle conseguenze di scontri e conflitti.
Le necessità maggiori – sottolinea una nota diffusa a Ginevra la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto – riguardano l’Africa sub-sahariana, dove 24 milioni di persone del Corno d’Africa sono colpiti da siccità, cronica insicurezza alimentare e conflitti armati. Le tre operazioni dell’Unicef più grandi sono in corso della Repubblica democratica del Congo, il Sudan e l’Etiopia”. Ma vengono anche segnalati come situazioni degne di particolare attenzione quelle riguardanti Benin, Camerun, Repubblica del Congo (Brazzaville), Ghana, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo.
Sottotitolando il rapporto ‘Partnering for children in emergencies’, l’Unicef ha lanciato un appello per un miliardo e 200 milioni di dollari necessari per garantire “assistenza salvavita a milioni di bambini e donne in condizioni di disperata necessità”. Fondi d’emergenza annuali per almeno 263 milioni di dollari sono indispensabili per la sola Africa centrale e occidentale.
L’Unicef opera in 200 diversi paesi ed è attualmente molto specialmente impegnata ad Haiti ma Hilde Johnson, vice-direttore esecutivo del Fondo, ha precisato: “ Dobbiamo certo intensificare il nostro sforzo per Haiti garantendo però che tutti i bambini del mondo, dal Corno d’Africa all’Afghanistan al Pakistan e altrove, ricevano l’assistenza necessaria”.
fonte www.misna.org

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CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010

Forte crescita del commercio regionale (+47%), nuovo clima di fiducia tra gli investitori, maggior partecipazione della regione al mercato mondiale dei capitali: è il bilancio positivo dell’Unione Doganale in vigore dal 2005 tracciato dal Segretario generale della Comunità dell’Africa orientale (EAC), Juma Volter Mwapachu, in un’intervista al settimanale online ‘Les Afriques’.
Tra le questioni aperte, secondo il diplomatico tanzaniano, ci sono l’incremento delle capacità produttive dei cinque paesi membri, una semplificazione delle pratiche doganali per ridurre i costi finali dei prodotti e un nuovo impegno per migliorare le infrastrutture regionali. Tra i temi in agenda per il 2010, difesa regionale, sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, ma anche i negoziati con l’Unione Europea (UE) per la firma degli Accordi di partenariato economico (APE).
Dopo un primo impegno preso a Novembre 2007, stiamo lavorando per assicurare sviluppo alla nostra regione e per incrementare le sua capacità produttive. Non vogliamo essere soltanto un mercato d’importazione di prodotti UE” ha detto Mwapachu a ‘Les Afriques’.
Il trattato istitutivo dell’EAC firmato ad Arusha nel 1999 tra Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, è entrato in vigore l’anno dopo; nel decennale della nascita della Comunità, gli stati membri hanno firmato un protocollo per la creazione di un mercato comune, come ulteriore passo sulla via dell’integrazione, introducendo oltre alla libera circolazione delle merci quella dei capitali, delle persone e dei servizi. Entro il 1° luglio, i governi dovrebbero ratificarlo per dare il via libera al nuovo progetto comune. Insieme con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e il Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA), l’EAC partecipa a un progetto per creare un mercato unico del quale facciano parte 26 paesi.
fonte www.misna.org

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ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010

Una maggior integrazione regionale, in vista di realizzare una piena Comunità economica africana (CEA), e lo sviluppo del commercio interno: sono questi i due principali punti contenuti nell’accordo siglato tra due dei più importanti blocchi commerciali africani, il mercato comune dell’Africa orientale e australe (COMESA) e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO). In una nota congiunta le parti hanno fatto sapere di aver siglato un’intesa che intende promuovere la cooperazione interregionale, attraverso lo stimolo dell’attività del settore privato.
L’obiettivo dell’accordo, è tra gli altri, quello di permettere la creazione di una rete che consenta ai soggetti privati dei due blocchi di interagire con le autorità di COMESA ed ECOWAS, migliorando e aumentando le opportunità commerciali. Ma oltre agli aspetti commerciali, l’accordo prevede una collaborazione crescente nell’inserimento delle donne nell’ambiente professionale e nelle piccole e medie imprese, e un più stretto legame nei settori dello sviluppo agricolo e della sicurezza alimentare, con un accento particolare sulla realizzazione del Programma Globale di Sviluppo dell’Agricoltura in Africa, voluto dall’Unione Africana (UA) per sviluppare il settore agricolo nel continente.
fonte www.misna.org

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PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010

Avrà sede a Bujumbura la rete interuniversitaria dei Grandi Laghi, una delle iniziative varate in questi giorni nella capitale burundese dal ministro dell’Istruzione e della Ricerca, Saïdi Kibeya, e dai suoi omologhi della Repubblica democratica del Congo e del Rwanda.
Il protocollo firmato dai tre ministri istituisce la cooperazione interuniversitaria in seno alla Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi (CEPGL), renderà possibile la libera circolazione di professori, ricercatori e studenti e prevede il lancio di un programma comune denominato ‘Educazione e Ricerca’. In ogni paese verranno scelte cinque università che contribuiranno al progetto di rete regionale mentre un polo di eccellenza in tecnologia dell’informazione e della comunicazione sarà basato a Kigali, con la collaborazione dell’americana ‘Carnegie Mellon University’.
Tra le sfide che il mondo universitario africano deve rilevare, i ministri dell’Istruzione e della Ricerca indicano risorse materiali e umane insufficienti, ristrutturazione di alcune sedi, maggior controllo sugli attestati rilasciati dalle facoltà. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno almeno 20.000 africani qualificati lasciano il continente per emigrare nel Nord del mondo, anche a causa di strutture universitarie carenti e di opportunità professionali limitate: il fenomeno conosciuto come ‘fuga dei cervelli’ secondo stime correnti costa all’Africa quattro miliardi di dollari.
fonte www.misna.org

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ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010

Ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) hanno attaccato nei giorni scorsi una città mineraria nel sud-est del Centrafrica.Individui armati, che gli abitanti hanno riconosciuto come ‘Tongo tongo’ - appellativo delle popolazioni locali per identificare i membri della ribellione ugandese – sono entrati nella cittadina di Nzako e hanno disperso la popolazione con colpi d’arma da fuoco esplosi in aria” ha riferito un agente di polizia locale, secondo cui gran parte dei residenti della zona si sono rifugiati nei boschi alle porte della città.
Nessun bilancio di vittime è stato reso noto, ma testimoni hanno riferito di decine di civili sequestrati dai ribelli e condotti nella foresta. A confermare la persistenza degli attacchi e delle violenze causati dai ribelli ugandesi in tutto il territorio lungo le frontiere di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Sudan è un bilancio diffuso oggi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (OCHA) nella Provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo.
Secondo il documento, in questa zona nell’arco del 2009 sono state 849 le vittime degli attacchi dell’LRA, mentre in un solo anno i ribelli si sono stati responsabili di 1486 rapimenti e della fuga di oltre 365.000 persone dalle loro case. “All’inizio del 2008 in tutta la provincia c’erano circa 65.000 sfollati - sostiene Ocha – mentre oggi, a distanza di 12 mesi, gli sfollati sono saliti a 450.000 e ben 365.000 sono stati causati dalle scorrerie dell’LRA”.
Secondo l’ente delle Nazioni Unite, i numeri di persone uccise o rapite “sorpassano di gran lunga quelli causati in quattro anni dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) attivi nella regione del Kivu”.

Guidato da Joseph Kony, l’LRA fu costituito nel 1988 nel nord dell’Uganda. Nel 2005 i suoi combattenti si sono allontanati dalle loro basi tradizionali per installarsi nell’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo, da dove lanciano attacchi in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
fonte www.misna.org

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UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010

Dopo il successo ottenuto con l’apertura del centro cardiochirurgico Salam di Khartoum, Emergency si lancia in un progetto di assistenza medica ancora più significativo e ambizioso. L’associazione, fondata nel 1994 in sostegno delle vittime civili delle guerre, ha infatti firmato assieme ai governi di undici Paesi africani un memorandum per la creazione dell’ANME (African Network of Medical Excellence), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite.
La firma del memorandum, avvenuta nel corso di una apposita conferenza organizzata l’11 e 12 febbraio a Khartoum da Emergency e dal Ministero della Salute sudanese, è un evento storico per l’Africa: l’organizzazione presieduta da Cecilia Strada è infatti riuscita a riunire attorno al tavolo delle trattative ben undici Paesi (oltre al Sudan erano presenti i rappresentanti di Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Congo, Ruanda, Somalia e Uganda). Alcuni di questi stati sono ancora oggi in guerra tra loro, ma ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzione l’approccio medico al continente.
L’idea è quella di replicare il successo del Salam, il centro di cardiochirurgia inaugurato a Khartoum nell’aprile del 2007, creando nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. Come il centro Salam, che in quasi tre anni di vita ha curato pazienti provenienti da tredici Paesi, anche le nuove strutture fungeranno da centri regionali specializzati, operando in campi scelti con l’apporto degli stessi governi riuniti alla conferenza. Tra di essi figurano la pediatria, l’ostetricia e la ginecologia, la ricostruzione plastica, l’oncologia, la traumatologia e la riabilitazione. A Bangui, in Repubblica Centrafricana, è già attivo un centro pediatrico, mentre a breve un centro di chirurgia pediatrica verrà aperto nella capitale ugandese Kampala.
La formazione del personale locale figura tra i punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente.La strategia di costruire strutture ospedaliere partendo dal basso è puramente teorica, visto che finora in Africa ha sempre fallito“, ha spiegato nel corso della conferenza Gino Strada, direttore esecutivo e tra i fondatori di Emergency. “Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare il contrario: che anche in Africa è possibile costruire strutture d’eccellenza a costo zero per i pazienti”.
Un progetto sposato da tutte e undici le delegazioni presenti a Khartoum, che con la firma del memorandum hanno ribadito come quello all’assistenza sanitaria sia tra i diritti umani fondamentali e inalienabili di ogni individuo. Il concetto era già stato lanciato da Emergency nel 2008 quando, alla presenza dei ministri della Sanità di otto Paesi africani, fu siglato a Venezia il ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’ che si rifà ai concetti di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale come principi base di qualsiasi progetto di assistenza medica.
A testimoniare la bontà del progetto di Emergency, che in sedici anni di attività è intervenuta in quindici Paesi curando più di tre milioni e mezzo di civili, vi sono gli ottimi risultati ottenuti dal centro Salam e riconosciuti dagli stessi ospiti della conferenza, i quali hanno avuto parole di elogio per una delle strutture più all’avanguardia del continente e del mondo intero.
Con più di 12.500 pazienti esaminati e 2.456 ricoverati, dalla sua apertura il Salam ha realizzato più di duemila operazioni a cuore aperto, con un tasso di mortalità di appena il 3 percento. In Sudan, Emergency gestisce anche un centro pediatrico situato nel campo profughi di Mayo, alle porte della capitale Khartoum, e ha in progetto di aprire a breve altre due strutture nelle città di Nyala, in Darfur e di Port Sudan, sul Mar Rosso.
fonte http://it.peacereporter.net - Matteo Fagotto

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“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010

La mia prima preoccupazione è quella di offrire alla Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi che siano motivati e ben formati per servire i fedeli” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. John Baptist Kaggwa, Vescovo di Masaka, incaricato della formazione dei sacerdoti dell’Uganda.
Mons. Kaggwa si occupa in particolare della gestione dei seminari in Uganda. “Nel Paese oltre ai Seminari minori, vi sono 5 Seminari maggiori, dei quali 4 sono nazionali, che appartengono cioè alla Conferenza Episcopale, ed uno interdiocesano” afferma il Vescovo di Masaka. “Siamo soddisfatti per le numerose vocazioni. Cito un solo dato: ciascuno dei 4 Seminari della Conferenza Episcopale accoglie 150 seminaristi, per un totale di oltre 600 studenti solo per questi 4 Istituti”.
Mons. Kaggwa non nasconde però alcune difficoltà riscontrate nella formazione del clero. “Sentiamo la responsabilità di discernere affinché i nuovi sacerdoti siano veramente persone dedite a servire la Chiesa e i suoi fedeli. Abbiamo inoltre delle difficoltà finanziarie, perché sostenere questo cammino formativo costa parecchio e il nostro è un Paese povero. Siamo quindi grati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli che, tramite la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, ci aiuta nella formazione del clero e dei religiosi. Cerchiamo anche di sensibilizzare i fedeli locali ad offrire un contributo per la formazione dei loro sacerdoti, anche se questo da solo non basta”.
L’Uganda è un Paese dove convivono diverse confessioni cristiane e altre religioni. Chiediamo a Mons. Kaggwa lo stato dei rapporti ecumenici e interreligiosi nel suo Paese. “In Uganda abbiamo un’organizzazione che riunisce la Chiesa cattolica, l’anglicana e l’ortodossa. Ci riuniamo una volta all’anno per discutere argomenti di interesse comune: la situazione politica, l’assistenza sanitaria e lo sviluppo umano del nostro popolo. Non siamo però ancora riusciti a risolvere alcuni problemi di carattere dottrinale, come quello dei matrimoni misti. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, abbiamo dei forum di discussione su argomenti che riguardano la giustizia, l’assistenza sanitaria, la diffusione dell’AIDS, la distribuzione di medicine. Nel complesso la convivenza interreligiosa è positiva”.
La Chiesa cattolica – prosegue il Vescovo – ha un futuro di convivenza, di dialogo e di lavoro comune. Questo è vero anche dal punto di vista dell’insegnamento: le nostre scuole sono aperte a tutti, così come vi sono studenti cattolici che frequentano scuole di altre confessioni religiose. Nella scuola pubblica è permesso l’insegnamento della propria religione”.
Dobbiamo migliorare la nostra convivenza cercando un dialogo più approfondito sugli argomenti che ci separano, tenendo però conto dell’orientamento della Chiesa cattolica. Dobbiamo ricordare l’ammonimento di Paolo VI secondo il quale nel dialogo ecumenico non vi devono essere compromessi sulle questioni dottrinali” conclude Mons. Kaggwa.
fonte
www.fides.org

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GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010

The Government has set tough conditions for new companies intending to invest in the oil production in the country. The permanent secretary of the Ministry of Energy, Kabagambe Kaliisa, told the natural resources committee yesterday that for a company to be approved by the Government, it must have a capital base of at least $24b (sh48 trillion).
Since the investment required in the short to long-term (2010-2020) is $8b, a company with a market capitalisation of three times the size of the required investment would be credible” he said. He explained that the oil and gas operations are moving into the development and production phases. “Therefore, the type of companies required to carry these activities forward need to have the necessary risk capital and access to project finance for both the short and long-term investment.”
Kabagambe added that the companies must have good operator experience, not only in exploration and production of gas and oil but also in refining, pipeline development and operations. There was also need for licensing and maintaining several oil companies to avoid monopoly, he stressed. In addition, the companies must be agreeable to the Government’s current development strategies which include early commercialisation of the resources, value addition, training of Ugandans and paying taxes. “In order to approve the transactions, the Government ought to consider its best interest to propel the industry further” he said.
Kabagambe was appearing before the committee to explain the current transactions between the oil companies in Uganda. He said 15 oil and gas fields have been explored since 2006, with an exceptionally high drilling success of 94%. He said a reserve of two billion barrels of oil is in place, worth $50b.
He explained that the oil reservoirs have to be tested and appraised. Power generation and transmission facilities may cost $300m, oil processing and transportation equipment another $1.5b, refinery development $2b, further drilling $200m and expanded storage and pipeline infrastructure $4b, he estimated. “Therefore, when a bigger player expresses interest in joining the petroleum industry, it signifies benefits to the country” he said.
Kabagambe informed the committee that Tullow does not have the required capacity and has decided to invite partners. He said French Total and the Chinese state-owned oil company, CNOOC, are being evaluated to partner with Tullow. “In recognising the need to avoid a monopoly, Tullow has presented their plan to partner with both Total and CNOOC” he told the MPs. “However, the Government has asked Tullow to reconsider its proposal of operating two out of the three exploration areas instead of each partner operating an exploration area.” Tullow was asked to submit joint operating and sales agreements with Total and CNOOC.
The Government recently announced that it had approved the deal for Tullow to take over the 50% share of its partner, Heritage, in two blocks in the Lake Albert region at $1.5b. The decision ended a bid by Italian company Eni to buy Heritage’s stake. The PS said the transaction will be subject to a capital gains tax of $300m (sh6b) to $400m (sh8b).
The committee, however, expressed anger over the fact that the oil production sharing agreements had not been made public. “Our hands are tied. All these issues need to be discussed after we have read the oil agreements” MP Beatrice Anywar said. Her colleague, Anifa Kawooya, said the Government should not delay the production process, saying billions were being lost as a result.
Fred Kabanda, the ministry principal geologist, declined to comment on when production will commence but said Tullow plans to start selling crude oil mid this year, especially to cement industries. The officials also announced that a national oil company will be formed to increase national participation and accelerate knowledge transfer.
fonte http://allafrica.com - Mary Karugaba & Micha Grieser

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UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010

Omosessualità aggravata. Un reato considerato alla stregua dell’omicidio e del furto che, con questi ultimi, potrebbe avere in comune non solo la previsione delle aggravanti, appunto, ma anche la determinazione della pena: la morte o, nel migliore dei casi, al carcere a vita. È quanto previsto dall’Anti-homosexuality Bill, meglio noto come ‘Kill Gay Bill’, che il parlamento ugandese sta discutendo in questi giorni per apprestersi a votare entro la fine del prossimo mese.
Il disegno di legge, presentato dal deputato David Bahati, si allinea totalmente alle politiche in materia di omosessualità adottate dalla maggior parte degli Stati dell’Africa subsahariana e che prevedono severe punizioni per coloro che frequentano un partner dello stesso sesso.
In Uganda, tuttavia, è in atto una vera e propria crociata capeggiata dal pastore cristiano fondamentalista Martin Ssempa, classe 1968. Il disegno di legge, per il quale è ancora in ballo l’emendamento riguardante la riduzione dalla pena di morte a vent’anni di galera, ha attirato l’attenzione dell’Occidente portando lo stesso presidente Yoweri Museveni a prenderne le distanze e a chiederne una revisione di stampo moderato. La misura, lesiva di una gran parte dei dettami contenuti nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ firmata a Parigi nel 1948, potrebbe, se passasse senza modifiche, prevedere la perseguibilità degli omosessuali di nazionalità ugandese che abbiano relazioni anche fuori dai confini nazionali. Per loro sarebbe richiesta un’estradizione immediata al fine di permetterne una punizione esemplare nel proprio paese.
Ssempa, prima voce nel coro degli ‘inflessibili’ , capeggerà oggi una marcia anti-gay per esercitare pressioni sui legislatori e dare, ha detto il religioso, “una cartolina che (Museveni) possa inviare al suo amico Barack Obama“. Una cartolina che, secondo le stime, dovrebbe essere firmata da milioni di persone che in tutto il paese si uniranno in una sola voce per richiedere il passaggio della legge che, di fatto, inasprirà le pene previste per il reato di omosessualità (che in Uganda è già comunque criminalizzata).
Vogliamo far vedere – ha ribadito Ssempa – quante persone appoggiano realmente la legge“. Rimane comunque forte la reazione dei paesi donatori, fra cui gli Stati Uniti, che hanno minacciato l’amministrazione di Kampala di attuare aspre sanzioni di natura economica se non si provvederà a far cadere la proposta di legge. Tuttavia, proprio dalle ricche comunità cristiano-evangeliche degli States, nel marzo 2009 arrivarono in Uganda tre sacerdoti per partecipare ad una serie di dialoghi sulla “cura dell’omosessualità“.
Scott Lively, un missionario che ha scritto diversi libri contro l’omosessualità, Caleb Lee Brundidge, che si autodefinisce un ex omosessuale che conduce “seminari di guarigione” e Don Schmierer, la cui missione è “mobilitare il corpo di Cristo per la grazia e la verità in un mondo affetto dall’omosessualità“, hanno tenuto, in qualità di esperti in materia, dei seminari alla presenza di politici, insegnanti e forze dell’ordine per dimostrare come, secondo loro, sia possibile rieducare i gay e per denunciare il naturale portamento di questi ultimi a sodomizzare i ragazzi. Un vero e proprio simposio che partiva da assiomi come “il movimento gay è un’istituzione del male che ha come obiettivo quello di sconfiggere il matrimonio e sostituirlo con una cultura della promiscuità sessuale”.
Dopo un anno dalle loro accese disserzioni, i tre cercano ora di prendere le distanze dal disegno di legge ugandese e da coloro che lo stanno promuovendo.
Probabilmente neanche loro credono nell’equità e nell’efficacia di una disposizione che metterà a repentaglio la libertà, quando non la vita stessa, di circa 500mila esseri umani. È questo il numero stimato di omosessuali in una terra che oggi conta 31 milioni di persone.
fonte http://it.peacereporter.net - Antonio Marafioti

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TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010

Trenta milioni di migranti africani contribuiscono alle economie dei paesi d’origine con 40 miliardi di dollari di rimesse, circa 29 miliardi e 500 milioni di euro: i dati sono stati diffusi nel corso di un seminario di studio sulle migrazioni africane, organizzato a Capo Verde da Caritas/Migrantes.
Secondo un documento presentato agli incontri i flussi di rimesse valgono pressappoco il 3% del Prodotto interno lordo (PIL) del continente, all’incirca “quanto gli stati ricevono sotto forma di aiuti allo sviluppo” e “di più rispetto al totale degli investimenti esteri in forma diretta”.
Durante il seminario è stato evidenziato che circa la metà delle rimesse africane arriva in Nigeria (10 miliardi) e in Egitto (8 miliardi e mezzo). Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un terzo delle rimesse giunge in zone rurali e depresse, “con un aggravio economico per gli elevati costi di transazione causato dalla scarsa presenza di intermediari finanziari locali”.
fonte
http://allafrica.com

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Cambio valuta: in data 26/02/2010 1 dollaro USA è pari a 2040 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2768,7296 scellini ugandesi


UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli

UgandAbout – gennaio 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel gennaio 2010.

A 50 ANNI DALL’ANNO DELL’AFRICA IL CONTINENTE È SEMPRE PIÙ INURBATO
5 gennaio 2010

BANKS GET MORE STRINGENT ON LOAN ACQUISITIONS
5 january 2010

CONTRO ‘FUGA DEI CERVELLI’, L’ESEMPIO DEL CAMERUN
8 gennaio 2010

MEDICAL WORKERS TO GET SALARY INCREMENT
10 january 2010

GULU HOSPITAL LACKS BEDS
10 january 2010

PREMIO NOBEL STIGLITZ, L’AFRICA APPROFITTI DELLA CRISI
12 gennaio 2010

GOVERMENT TO PROVIDE MILK TO SCHOOL CHILDREN
16 january 2010

PETROLCRAZIA
19 gennaio 2010

COUNTRY’S OIL AND GAS TO ATTRACT U.S.$10 BILLION
20 january 2010

A OUAGADOUGOU, PER L’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE TRADIZIONALI
21 gennaio 2010

STANBIC BANK LURES FARMERS
25 january 2010

UGANDA DONATES SH190 MILLION TO HAITI
25 january 2010

CHAMBER TO SUPPORT YOUTH IN BUSINESS
26 january 2010


A 50 ANNI DALL’ANNO DELL’AFRICA IL CONTINENTE È SEMPRE PIÙ INURBATO
5 gennaio 2010

Nel 1960, ‘l’anno dell’Africa’, quando la maggior parte degli Stati africani divennero indipendenti, vi era solo una città dell’Africa sub-sahariana (Johannesburg, in Sudafrica), con una popolazione di più di 1 milione di abitanti.
Nel 2010 si stima che almeno 33 città africane avranno una popolazione di più di 1 milione di abitanti. Questo sviluppo avrà drammatici conseguenze soprattutto perché secondo i dati di UN-Habitat, agenzia dell’ONU con sede a Nairobi, in Kenya, che si occupa degli insediamenti urbani, attualmente i due terzi della popolazione africana urbana vive in slum o comunque in insediamenti ‘informali’ senza acqua corrente, fognature, sistemi di trasporto e sanitari adeguati. UN-Habitat prevede che entro il 2030 la popolazione africana vivrà in gran parte in insediamenti urbani e non più in campagna. Occorre dunque offrire una seria prospettiva di vita ai giovani degli slum, che sono sradicati dalla cultura tradizionale africana e che rischiano di cadere nella tentazione della criminalità o addirittura del terrorismo.
Il rapido e disordinato inurbamento sta creando seri rischi ambientali con pesanti conseguenze sulla salute degli abitanti dei quartieri più svantaggiati. Tra i fattori di rischio vi sono l’acqua contaminata, la mancanza di strutture sanitarie, l’aria inquinata e la proliferazione di insetti portatori di malattie. Questi problemi sono aggravati dall’utilizzo di prodotti chimici nel settore agricolo e industriale.
Di conseguenza, oltre alla malattie che tradizionalmente colpiscono le popolazioni africane (tubercolosi, Aids, malaria, …) si stanno diffondendo malattie tipiche dei Paesi industrializzati come il cancro, le malattie cardiovascolari e l’asma provocato dall’inquinamento.

Dal punto di vista dello sviluppo urbanistico, occorre ricordare che un gran numero di città africane erano state sviluppate ai tempi coloniali come centri amministrativi e di scambi commerciali e non come moderni centri industriali e terziari concepiti per accogliere una vasta popolazione. Di conseguenza diverse oggi città africane hanno una struttura imperniata su un centro con i quartieri per le persone abbienti e le attività commerciali e di governo, circondato da insediamenti irregolari (chiamati, a seconda dei Paesi, slums, shanty towns, bidonvilles, townships…): è una sfida per la Chiesa e la missione in Africa, dove esistono da tempo esempi di testimonianza missionaria negli slum più poveri del pianeta, come quelli di Nairobi.
Nel 1950 solo il 14,5% della popolazione dell’Africa sub-sahariana viveva in città. Nel 1980 questa percentuale è aumentata al 28% e nel 1990 al 34%, si prevede che nel 2020 il 50% della popolazione dell’Africa sub-sahariana sarà urbanizzata, nel 2025 sarà il 60%.
Nel 1960 Johannesburg era la sola città dell’Africa sub-sahariana con una popolazione di oltre un milione di abitanti, nel 1970 erano 4 le città con più di un milione di abitanti: Città del Capo, Johannesburg (entrambe in Sudafrica), Kinshasa (nell’allora Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo) e Lagos (Nigeria). Alla fine degli anni ’80 alla lista si sono aggiunte Abidjan (Costa d’Avorio, Accra (Ghana), Addis Ababa (Etiopia), Dakar (Senegal), Dar es Salama (Tanzania), Durban (Sudafrica), East Rand (Sudafrica, fa parte della vasta area metropolitana di Johannesburg), Harare (Zimbabwe), Ibadan (Nigeria), Khartoum (Sudan), Luanda (Angola) e Nairobi (Kenya).
Nel 2015 Lagos avrà 23 milioni di abitanti, diventando la terza megalopoli del mondo, dopo Tokyo e Mumbai. La capitale della Repubblica Democratica del Congo, Kinshasa, che nel 1940 aveva una popolazione di 50mila abitanti, è diventata oggi la 23esima città più popolosa del mondo con 10 milioni di abitanti. Anche i centri urbani minori sono in rapida espansione.
In Kenya, ad esempio, nel 1962 vi erano 34 centri urbani, nel 1999 sono diventati 177. In Malawi la percentuale della popolazione urbana è cresciuta dal 5% del 1960 al 13% del 1995. I tre quarti della popolazione urbana risiede nelle città principali di Blantyre, Lilongwe, Mzuzu e Zomba. Il tasso di crescita della popolazione urbana è del 5,6% all’anno.
fonte www.fides.org

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BANKS GET MORE STRINGENT ON LOAN ACQUISITIONS
5 january 2010

As other Ugandans are warming up for the 2010 Fifa World Cup, bankers are tightening their nuts as they will not give a loan to anyone who has not acquired a financial card.
On December 3, 2008 a new banking era was launched by the Bank of Uganda to diminish the loan risk experienced by commercial banks by providing transparent and detailed information that gives banks and other financial institutions the confidence they need to expand their lending and to make faster loan decisions.
Although the Credit Reference Bureau (CRB) is sometimes unfairly blamed as a system that makes it more difficult for individuals and businesses to secure loans, it provides timely and accurate information on borrowers’ debt profiles and repayment history, which enables banks to make more informed lending decisions.
The ultimate winners from the CRB and Financial Card system are the myriad of small traders, shopkeepers, farmers, and manufacturers in Uganda who will now be able to secure financing as banks often say lending to small businesses is ‘too risky’. As per the central bank guidelines, all new credit applications that were processed by November 1, 2009 are required to have a financial card number before one is granted credit. Although the whole process may take participating institutions some months to fully reconcile, 98 per cent of all branches of participating institutions have already been connected to the system. These participating institutions include 21 commercial banks, 4 credit institutions and the 3 Microfinance Deposit taking Institutions (MDIs) in Uganda.
Ms Grace Kasisira, a deputy director at Bank of Uganda, recently told Business Power that since the national roll out of the Financial Card that commenced in May 2009, a total of 463 participating institution branches have already installed the financial card system while 458 branches of the participating financial institutions are now connected to the CRB system.“In compliance with the Bank of Uganda requirement, participating institutions have intensified the registration of clients on the financial card system and are updating existing account records” said Ms Kasisira. Ms Kasisira said the system at Compuscan, a South African-based firm that is operating the bureau, is now able to issue 1,400 financial cards on a daily basis and to-date; over 130,000 financial cards have been issued to clients of different participating institutions.
The effectiveness of CRB and the Financial Card is expected to take Uganda’s financial sector to another level of development besides lowering the operational cost of administering credit to borrowers by the regulated financial institutions. It is widely expected that as competition for good clients sets in, the high interest rate charged (currently standing at an average of 22/25 per cent, which is at the very high side) by the lending institutions will gradually reduce. Mr Michael Malan, the managing director of Compuscan said as the Financial Cards are issued and more and more people are identified, the data on the bureau will have more and more meaning to the banks.
Banks should be looking at ways to take full advantage of the availability of the services to minimise losses in the coming year and reduce their current NPL percentage by using bureau services” said Mr Malan. Highlighting the progress of the use of CRB and FC, Mr Malan said it has been possible for several months already for banks to identify multiple borrowing attempts across either the same or different institutions where the credit search has been performed. The banks using the system are able to record all information about a loan application automatically and this is stored for view by the next bank.
The names of the banks where credit was previously applied for is, however, hidden to protect the customer’s privacy rights” he said. “This is reported to have been requested by the Uganda Banker’s Association to protect the client’s confidentiality agreement that the bank has in place with its client. The provision of the data to the bureau is a requirement by the Bank of Uganda regulations, and where new documentation is entered into for new loans etc borrowers are invited to consent to sharing data to the bureau.”
CRB is vital in building the confidence of the banking sector and with this advantage; a survey carried out by Business Power indicates that participating institutions have fully embraced the use of the CRB/financial card system. The Head Governance Credit Department Stanbic Bank Uganda, Ms Margaret Musana, told Business Power recently that Stanbic Bank has already issued over 20,000 financial cards to its clients in the 73 branches the bank operates in Uganda.
Ms Musana said the policy of having all Stanbic Bank clients presenting the financial cards for any loan application will be rolled out this month.
fonte www.monitor.co.ugMartin Luther Oketch

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CONTRO ‘FUGA DEI CERVELLI’, L’ESEMPIO DEL CAMERUN
8 gennaio 2010

Ogni anno, sono circa 70.000 i giovani laureati, tra scienziati, medici e tecnici, che lasciano il continente africano per continuare gli studi o lavorare in un paese del nord del mondo: per capovolgere questa tendenza e convincere i “cervelli” africani, persone per lo più giovani e capaci, a restare nel loro paese il governo del Camerun ha deciso di aumentare gli stipendi per ricercatori e professori universitari. A darne notizia è il ministero camerunense dell’Istruzione universitaria in una nota, specificando di aver aumentato lo scorso anno gli stanziamenti per il fondo dedicato alle retribuzioni di professori e ricercatori dall’equivalente di cinque milioni a circa nove milioni di euro.
Grazie all’aumento delle retribuzioni, secondo i dati comunicati dal ministero dell’Istruzione e dall’università di Yaoundé, 700 laureati camerunensi sono tornati nel loro paese nel 2009. Inoltre, sarebbero aumentate anche le pubblicazioni scientifiche realizzate nel paese dell’Africa centrale, passate da una media annuale di circa 50 alle oltre 100 divulgate lo scorso anno.
La ‘fuga di cervelli’ è particolarmente grave nei settori scientifici e tecnologici, per i quali i paesi africani sono costretti a fare ricorso a società e tecnici occidentali per colmare i vuoti provocati dalla mancanza di personale qualificato locale, con un aggravio della bilancia dei pagamenti e del debito estero.
fonte
www.misna.org

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MEDICAL WORKERS TO GET SALARY INCREMENT
10 january 2010

The Government will raise doctors and nurses’ salaries this year. Health minister Dr. Stephen Malinga has said the ministry acquired a World Bank loan of $600m (about sh1.152 trillion) to rehabilitate health centres and improve the welfare of doctors and nurses. He was speaking at a farewell party for the outgoing interim board for Mulago Hospital on Friday.
Malinga noted that Uganda’s medical workers were the least paid in the region. He disclosed that the money will also be used to provide accommodation for doctors and nurses in upcountry stations. Malinga also appealed to medical workers to change their attitude towards work and encouraged them to work on issues that have tainted their image.
The hospital director, Dr. Edward Ddumba, said for the last three years, management has been revamping the hospital. He noted that the hospital had improved in terms of infrastructure, adding that there was equipment in theatres and laboratories and the medics’ attitude towards work had improved.
fonte http://allafrica.comEddie Ssejjoba

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GULU HOSPITAL LACKS BEDS
10 january 2010

Many patients at Gulu referral hospital sleep on the floor, or on beds without mattresses. Terezina Akot, 60, said she was forced to buy papyrus mats to spread on the floor for her patient. “When we came we found all the beds occupied. We had to buy papyrus mats. That is where we sleep with many other patients” Akot narrated. She told The New Vision last Thursday that other patients sleep on clothing.
Conditions at night are said to be worse with patients and their caretakers fighting for space on the ward floors with some sleeping in the corridors. “Even the drugs are not enough. After surgical operations, the medical workers tell us to buy medicine. I have been here for one month and bought drugs worth sh16,000, yet there is no improvement in my condition” said Lily Auno, who was nursing a large wound on her leg.
Conditions in the maternity ward are worse. Mothers who have just given birth are told to vacate their beds for women who are in labour. The wards for surgery, children and out-patients are also over-crowded.
On Mondays, more than 500 patients queue at the dispensing window to receive drugs, Others sit under the sun to wait for drugs. We used to have about 100 patients at the out-patients department on Mondays” a medic remarked. Nurses noted that though some of the wards have been renovated, they lacked mattresses, beddings and other accessories, and that the few remaining beds in them were in poor condition.
The medical superintendent of the hospital, Dr. Yovenito Agel Akii, acknowledged the number of inpatients in the various wards was more than double their capacity, and that there was a shortage of drugs, supplies and medical workers: “Gulu referral hospital is a 250-bed hospital and yet in the last six months, the number of our inpatients has doubled from 400-600. We receieve a budget for 250 beds and yet we are handling double this number.”
fonte http://allafrica.comChris Ocowun

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PREMIO NOBEL STIGLITZ, L’AFRICA APPROFITTI DELLA CRISI
12 gennaio 2010

I paesi africani sono le vittime innocenti della crisi, colpiti attraverso i mercati finanziari, il commercio, gli investimenti e le rimesse degli immigrati”: il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ospite d’onore della Banca Africana per lo Sviluppo in una conferenza nella sede di Tunisi sul tema ‘Dopo la crisi finanziaria le opzioni per l’Africa è tornato a sottolineare le debolezze concettuali delle teorie economiche liberiste dominanti, mostrando al continente la via per uscire e non ricadere nella crisi economica internazionale innescata dal crack finanziario americano.
L’Africa deve “approfittare della nuova geografia politica” ha detto Stiglitz, professore alla Columbia University e già vicepresidente della Banca Mondiale, sottolineando l’importanza della presenza di nuovi attori economici internazionali e nuovi mercati, in particolare in Asia, e la disponibilità di nuovi investitori e risorse finanziarie da quel continente. In particolare l’Africa deve differenziare la sua economia, riducendo la dipendenza dall’esportazione di materie prime, fare maggiore affidamento sull’agricoltura, ma anche “sfruttare la crescita dei salari in Asia, che sta modificando la competizione a livello mondiale”: in altre parole, approfittare a livello internazionale del minor costo della propria mano d’opera.
Ma per sfruttare a fondo queste opportunità “gli Stati giocano un ruolo cruciale”, ha detto l’economista americano, ed ha avvertito di seguito che “i mercati da soli non porteranno mai lo sviluppo in Africa”, sollecitando un intervento degli stati nel definire le politiche industriali e approntare una valida rete di protezione sociale.
Davanti a un aula colma di uditori, e molti altri che seguivano da schermi nelle stanze vicine, l’autore de ‘ La globalizzazione e i suoi oppositori’, ha ribadito che “i mercati senza restrizioni non sono capaci di autoregolamentarsi, né sono necessariamente stabili né efficienti”. I paesi africani, inoltre, hanno bisogno di maggior peso e voce nell’arena politica ed economica internazionale; pur riconoscendo che il passaggio dal G7 al G20 è stato un passo importante per l’elaborazione di una “governance mondiale”, Stiglitz ha sottolineato che ci sono ancora 172 paesi non rappresentati e un solo paese africano, il Sudafrica, nel gruppo dei 20 paesi industrializzati.
Anche per un’economia internazionale più sana è diventata urgente una riforma delle istituzioni internazionali politiche e finanziarie, ha continuato l’economista definendo “troppo timidi e troppo lenti” i tentativi di cambiamento in corso. Contrariamente alla maggioranza degli economisti mondiale che dichiara già in corso la ripresa, Stiglitz ritiene che il percorso darà lungo e la crisi continuerà a farsi sentire fino al 2012-2013.La crescita che si è prodotta non è stata né condivisa da tutti né durevole; ma un piano d’azione globale post-crisi costituisce una soluzione per un futuro diverso” ha concluso.
fonte www.misna.org

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GOVERMENT TO PROVIDE MILK TO SCHOOL CHILDREN
16 january 2010

In the next two and half months about 300 schools in Kampala will have milk as part of it regular menu, a senior official at the dairy regulatory body confirmed the development on Wednesday.
The Dairy Development manager, Mr Isha Muzira, said Dairy Development Authority (DDA) has finalised all the arrangement with the major stakeholders, including the diary processors to kick start the project dubbed ‘he school milk programme’ an initiative of DDA and development partners.
We should have started this pragramme in the beginning of the term, but the school closed before we met the Parents Teachers Association (PTA). We are going to do now and have the pilot project started by April or in the second term” Mr Muzira said at the sidelines of a workshop organised by Land O’ lakes, an organisation that has an interest in the developing of diary sector in Uganda this week.
He, however, said for sustainability, the milk will cost Shs300 per each pupil, “We want to sustain this pragramme so it we expect parents to pay only Shs300 per 300mls pack.”
Pilot project
The programme is a pilot project that will later be spread to other schools throughout the country.Those under UPE will not be part of this programme because government has objected to introduction of anything that will have parents incur additional costs” Mr Muzira said. Meanwhile, Land O’ Lakes, Country Manager Abbey Ariong said should more funds be available, attention of dairy development will be focused in the Northeastern part of the country. He said previously much attention was given to the western and central region because it has been largely peaceful compared to other regions.
fonte http://allafrica.comIsmail Musa Ladu

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PETROLCRAZIA
19 gennaio 2010

Perchè l’Italia, per mezzo del ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, avrebbe offerto le migliori unità dei carabinieri per addestrare le milizie ugandesi in forza all’Amisom (la missione dell’Unione Africana in Somalia)?
La motivazione ufficiale addotta dalla Farnesina è quella del rafforzamento dei rapporti bilaterali fra i due Stati volto a contrastare il terrorismo internazionale. L’ipotesi sarebbe plausibile se non ci si accorgesse che la tappa ugandese, come tutto il tour africano, del capo della nostra diplomazia ha riportato a galla le speranze dell’Eni – l’ente idrocarburi a partecipazione statale – sulla possibilità di entrare ad operare nello Stato africano.
Da Piazzale Mattei solo qualche settimana fa i vertici del colosso energetico si erano detti incerti sulla possibilità di poter acquistare i diritti per lo sfruttamento del 50 percento dei pozzi petroliferi nella Regione. “La partita è molto aperta” avevano sostenuto fonti vicine alla Farnesina prima del viaggio del capo della diplomazia italiana il quale, dopo l’incontro con il presidente Yoveri Kaguta Museveni, e con il ministro degli Esteri Sam Kutesa, ha sciolto ogni riserva confermando che “L’Eni ha un’offerta estremamente importante. Propone un investimento in Uganda che sfiora i 13 miliardi di dollari e che include la costruzione di una raffineria petrolifera e di una centrale elettrica“.
Per convincere l’establishment di Kampala a dare il via libera sull’affare, Frattini ha messo sul piatto una collaborazione militare che, se accettata, prevederà una cooperazione fra i nuclei scelti dei carabinieri e i 2500 militari ugandesi in forza all’Amisom. ‘Know how’ in cambio di diritti sul petrolio, oltre ai 21 milioni di euro deliberati nel biennio 2008/2009 per interventi dono nel Paese e l’annullamento totale – datato 17 aprile 2002 – dei 116 milioni di dollari di debito vantato dal nostro paese nei confronti del governo di Kampala. Aiutare l’Amisom nella lotta per la risoluzione della crisi in Somalia conferiscono buon senso ai propositi della politica estera italiana.
Il problema è che questa logica del do ut des – tu mi concedi i diritti e io ti insegno a contrastare il terrorismo alla occidentale – sembra ridurre l’azione della nostra diplomazia ad un mercanteggiare degno dei migliori souk di Marrakech.
Alla base del contenzioso c’è una manovra della società di San Donato Milanese che lo scorso dicembre aveva sottoscritto un contratto di prevendita da 1,5 miliardi di euro con la Heritage Oil per l’acquisto dei diritti sui blocchi 1 e 3A nei pressi del lago Albert. Sul buon esito della maxioperazione si è messa di traverso l’irlandese Tullow Oil, già padrona del 50 percento dei due blocchi, che ha vantato i propri diritti di prelazione sul lotto e bloccato, di fatto, la penetrazione commerciale dell’ente italiano nel Paese africano. L’unica possibilità per l’Eni di vincere la sfida è appesa alla posizione di diversi membri del gabinetto ugandese che hanno preannunciato il proprio ‘no’ nei riguardi della possibilità che la Tullow detenga il 100 percento delle azioni sul petrolio locale.
Dalla sua la Tullow ha assicurato che l’operazione d’acquisto sarà seguita da una successiva vendita a una o due major (gli analisti ipotizzano Total e Exxonmobil) per favorire il miglioramento delle infrastrutture nella Regione. Ciò potrebbe convincere i detrattori della Tullow all’interno dell’esecutivo a dare il via libera agli irlandesi e mettere in scacco l’Eni. Da parte sua il presidente Museveni ha fatto sapere, per bocca del suo portavoce Tamale Mirundi, di non avere “alcuna preferenza per l’una o l’altra societa e che la commissione petrolifera presso il Ministero dell’Energia sta vagliando tutte le questioni“.
L’ultima parola sulla possibilità di Eni di operare in Uganda spetta, a questo punto, al governo nazionale che proprio oggi, ha comunicato che si riunirà il 20 gennaio per decidere chi fra le due aziende vincerà la partita.
fonte http://it.peacereporter.netAntonio Marafioti

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COUNTRY’S OIL AND GAS TO ATTRACT U.S.$10 BILLION
20 january 2010

Uganda’s oil and gas industry is poised to attract $10b as the sector moves from the exploration to development stage.
Two billion barrels of crude oil have been confirmed in Lake Albert basin. Tullow and Heritage have invested over $700m in the basin in drilling 27 oil wells of which 25 have confirmed commercially-viable hydrocarbons. This success story is turning the area into a new oil hotspot and attracting considerable interest from oil giants that are short of exploration opportunities elsewhere.
In a bid to recoup its investment in anticipation of a much higher return on investment, Heritage in December entered into a deal to sell its stake to Italian oil giant Eni for $1.5b.
Eni would pay $1.35b upfront and a further $150m in cash or a stake in a producing oil field of a similar value within two years, subject to approval by the Ugandan Government. But Tullow, which jointly owns block 1 and 3A in a 50-50% joint venture with Heritage, offered to buy out its partner, since it had the first option to buy in case Heritage wants to sell – what is called pre-emptive right.
The firm secured the money to match Eni’s offer and will enter into a sale and purchase agreement with Heritage for the proposed oil fields, awaiting government’s approval. The decision to pre-empt the sale of Heritage Oil’s Ugandan deposit assets to Eni is intended to secure the firm’s position among the giants of the oil world, having grown up from its humble beginnings a quarter of a century ago. Aidan Heavey, the Tullow chief executive officer, in telephone interview said the firm intends to spend $10b in the next five years.
Since we have pre-empted the Heritage-Eni deal, we are in position to work with the Government of Uganda in the next three weeks in a transparent manner to deliver a refinery, pipelines and power generation facilities and various infrastructure. We commenced a transparent and auditable partnering process six months ago and have attracted major oil companies who could bring significant benefits to Uganda to meet their ambitious plans for the sector.” he said.
Heavey said Tullow is committed to retaining a material stake in Uganda and to continue to invest for the long term. As we enter the development phase, we are working closely with the Ugandan government to introduce mutually beneficial partner with downstream expertise who is aligned with this long term approach.
The process will enable two or more like-minded partners to deliver a faster, more comprehensive upstream and downstream (pipelines and refinery) development” he said. “We have made it clear that we intend to farmdown our assets swiftly to an experienced and credible partner. The commitment is that we will have a number of different companies and we expect at least two different companies.”
The energy ministry awarded Foster Wheeler Energy Ltd, a UK-based firm, a contract to carryout a feasibility study for the construction and development of an oil refinery in Uganda. The refinery development programme will go through five stages; feasibility study, project promotion and attracting developers and the front-end engineering design. Other stages are engineering procurement and construction and commission and operation of the refinery.
The Tullow boss said: “We are not anti-refinery. Refining oil in Uganda is a good thing and that is why we needed some company with the experience. Once the government has decided, we shall deliver the refinery because we have a strong and long-standing relationship with the government and we will always work with them to achieve the best outcome for Uganda“.
But the agreement will allow the firm to retain control of Uganda’s precious oil assets and put itself into a position to strike up a lucrative partnership with an international oil major, very probably Exxon-Mobil. “Government is very supportive because it sees that this is an opportunity to pick and choose an operator in a transparent manner.” He pointed out that next year will attract a lot of activities as the development stage of Uganda’s oil industry kick-starts.
Before you even start seeing the oil itself, there will be investments in the infrastructure like railways, roads, piplelines and refinery” Heavey said. “This will require a huge service industry. This will generate jobs in the oil fields, jobs in shipping, maintenance and all support, construction industries.”
The sale dwarfs the other landmark deals in the company’s history – namely buying Hardman Resources for £581m in 2007; acquiring Africa Energy for $570m in 2004; and taking over a package of BP’s North Sea gas fields for £200m in 2000. All these deals and an aggressive programme of exploration have contributed to the firm reporting record profits in the past few years.
Since Tullow was founded in 1985 by chief executive Aiden Heavey, now aged 56, it has grown exponentially; the company now employs over 540 people in 23 countries, is in the FTSE 100 and has a market cap of  £10.8bn. Analysts say that The fields are a good buy. Although there are just 800m barrels in the easy-to-extract ‘discoverable cash’ category, the true potential of the Ugandan side of Lake Albert is nearer 2bn barrels, making it one of the top 50 oil producers in the world.
When running at full capacity, the site could add as much as $2bn a year to Tullow’s top line for as long as three decades, although it will have to share this with a partner, probably ExxonMobil. Tullow is playing a clever political game by offering to list shares in the oil field in Uganda.
However, both Heritage and Tullow make their names by finding new oil patches, selling them on to bigger oil companies when their development gets costly and complex, and using the cash to find new oil patches. In Uganda, where the two companies are the biggest operators, they have come to the point when they need to sell all or part of their stakes as their ventures on the shores of Lake Albert move from exploration to development. Neither has the money, expertise or the interest to build a refinery to satisfy the small local market, rehabilitate the railway that will transport oil initially, or build the pipeline that will become the more permanent export route out of Uganda.
Tullow in the past five years has been one of the industry’s most successful oil explorers, and yet it cannot develop its big discoveries in Ghana and Uganda. Therefore, finding a buyer for its Ugandan assets will be critical.
Uganda’s oil and gas has attracted a significant amount of interest from major international and national oil companies. Sources indicate that some of the big companies eying for the hydrocarbon include France’s Total, American giant ExxonMobil and the state-owned China National Oil Company.
Also the Libyans through their investment arm, Libya Africa Investments Portfolio (LAP) have expressed interest in financing the refinery upto a tune of about $1b should Uganda decide to go with this decision. The Iranians last year, at the visit of President Museveni to Iran, indicated their willingness to finance the whole chain. Government officials have visited countries to study and gain skills in oil management.
fonte http://allafrica.com - Ibrahim Kasita

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A OUAGADOUGOU, PER L’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE TRADIZIONALI
21 gennaio 2010

Inserire l’insegnamento delle lingue e delle culture tradizionali africane nei programmi scolastici dei paesi del continente: è l’obiettivo di una conferenza promossa a Ouagadougou dall’Associazione per lo sviluppo in Africa (Adea) e dall’Organizzazione dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco).
L’Africa – ha detto durante la cerimonia d’apertura Adama Ouane dell’Unesco – è l’unico continente al mondo dove da oltre mezzo secolo i bambini vanno a scuola e devono imparare una lingua straniera, come l’inglese o il francese, che si diffusero durante il periodo coloniale”.Per due giorni, un centinaio di linguisti, insegnanti e rappresentanti di molti paesi del continente discutono di come alcuni sistemi scolastici nazionali abbiano inserito la didattica delle lingue indigene nei programmi e dei passi da fare per garantire questo insegnamento in tutti gli stati d’Africa.
I linguisti hanno classificato oltre un migliaio di diverse lingue indigene d’Africa, la maggior parte delle quali è parlata da gruppi numericamente piuttosto ristretti. Alcuni stati africani hanno elevato uno o più idiomi locali al ruolo di lingua ufficiale, come per esempio hanno fatto Kenya e Uganda con lo swahili.
Nonostante l’Unione Africana (UA) consideri praticamente tutte le lingue indigene del continente come idiomi ufficiali, finora in molti paesi continuano a essere insegnate solo le lingue dei colonizzatori.
fonte
www.misna.org

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STANBIC BANK LURES FARMERS
25 january 2010

Stanbic Bank has started partnerships with farmer groups to promote the $25m agricultural financing fund.
Phillip Odera, the bank’s managing director, announced a sponsorship package for the annual Uganda Coffee Trade Federation’s breakfast fellowship at it’s 4th meeting at the Kampala Serena Hotel, last week.
We recognise agriculture as an important sub-sector in Uganda’s economy, that’s why we are providing finance across the agricultural value chain
Odera said. The financing will cover production, handling, transportation, agro-processing, storage and marketing. Gerald Ssendawula, the chairman of the National Union of Coffee Agribusiness and Farm Enterprises, said agricultural financing would be weightier if it targeted production at farm level. Participants noted that issues on finance were a hindering greater cash crop production.
fonte http://allafrica.com - David Ssempijja

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UGANDA DONATES SH190 MILLION TO HAITI
25 january 2010

Uganda has contributed $100,000 (about sh190m) to assist the Haitian earthquake victims.
This was during the launch of the one-month campaign to raise funds towards the Haitian recovery at Serena Hotel in Kampala yesterday. Several companies contributed about sh30m towards the fund.
Haiti was struck by a massive earthquake on January 12. A total of 200,000 people are said to have died and 2 million left homeless. Foreign affairs minister Sam Kutesa said: “The fund is aimed at channelling contributions from Ugandans to the Haitians.
Patrick Edwards, the high commissioner of Trinidad, said dollar and shilling accounts have been opened in Standard Chartered, Barclays and Crane banks to receive the financial donations. The Standard Chartered accounts in the names of Trinidad and Tobago High Commission are 8214173700 for shilling and 820821417317 for dollar deposits. The account details for Barclays and Crane banks were not readily available.
Edwards said the accounts would remain open until February 25. SMS Media, an IT solutions firm, also announced an SMS facility for mobile phone users to contribute to the fund.
Subscribers who wish to contribute will type the keyword ‘HAITI’ and send to 8198. The SMS costs sh220 for MTN subscribers and sh200 for subscribers on other networks.
fonte http://allafrica.com

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CHAMBER TO SUPPORT YOUTH IN BUSINESS
26 january 2010

The Uganda National Chamber of Commerce and Industry is to promote entrepreneurship among the youth. The move is aimed at fast-tracking economic development, Olive Kigongo, the chamber president, noted.
The youth are the country’s most vibrant workforce and our hope in entrepreneurship development.” Kigongo was speaking during the launch of the Young Achievers website, www.youngachievers.ug, at Humura Resort in Kololo, a Kampala suburb, last week. The chamber’s first step in encouraging business among the youth, Kigongo said, was through supporting the Young Achievers project initiated by Tetea Uganda. Tetea is a local media and development consultancy firm.
The company organises the annual Young Achievers Awards (YAA) to encourage investment among the youth. Kigongo explained that to enhance investment growth in Uganda people, especially the youth, should be encouraged to start businesses at an early age. She added that those who excel must be recognised to encourage others.
Awel Uwihanganye, the Tetea Uganda director, was optimistic that the website would be key in promoting networking between Tetea and the public. He said the website would enable Tetea members, young achievers and well-wishers interact.
This has been done to boost publicity of young achievers and to network” said Uwihanganye, adding downloading development-related information from the site is free for all.
fonte http://allafrica.comDavid Ssempijja and Paul Tentena

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Cambio valuta: in data 27/01/2010 1 dollaro USA è pari a 1960 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2755,1307 scellini ugandesi


UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli

Martin Luther Oketch

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