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Ugandabout – giugno 2010
Last Updated on venerdì, 2 luglio 2010 12:27 Written by Simona Meneghelli venerdì, 2 luglio 2010 12:27
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.
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Tag:Africa, AIDS, alcohol, armi, crimini di guerra, EAC, elezioni, Joseph Kony, Kampala, Lord's Resistance Army, LRA, malaria, mercato comune africano, Museveni, Nilo, OMS, teachers salaries, tubercolosi, Uganda | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
Ugandabout – marzo 2010
Last Updated on mercoledì, 14 luglio 2010 08:31 Written by Simona Meneghelli lunedì, 28 giugno 2010 12:58
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel marzo 2010.
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Tag:acqua, Africa, bambini soldato, baraccopoli, Buganda, Congo, disarmo, frane, gorilla, Joseph Kony, Karamoja, Lord's Resistance Army, maternal mortality, Museveni, refugees, torture, Uganda | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
Ugandabout – febbraio 2010
Last Updated on lunedì, 1 marzo 2010 11:55 Written by Simona Meneghelli lunedì, 1 marzo 2010 11:55
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
Guaritori tradizionali o medicina scientifica? Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul ‘Pluralismo medico in Africa’, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure.
“Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.
“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria ospedali e cliniche, pubbliche e private, ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di Scienze Sociali a Yaoundé.
Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una ‘multiterapia’ alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire. Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria.
fonte www.misna.org
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
“Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove”. E’ il commento all’agenzia Misna di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, che nei giorni scorsi ha rilasciato all’agenzia un commento di valutazione della II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona che si è tenuta ai primi di dicembre a Cartagena (Colombia).
La Conferenza si è conclusa con l’annuncio di altri quattro paesi – Rwanda, Zambia, Albania e Grecia – dichiarati liberi da mine.
Il direttore della Campagna italiana ha sottolineato in particolar modo la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla Conferenza di Cartegena revisione, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare. La Conferenza ha infatti riunito oltre mille delegati provenienti da tutto il mondo e si è conclusa con l’adozione, da parte di 120 governi, del Piano d’azione di Cartagena che fissa gli obiettivi da conseguire nei prossimi cinque anni per un mondo finalmente libero da mine e altri ordigni.
Un quinquennio importante anche perché per la prima volta si darà maggiore attenzione al recupero e all’assistenza delle vittime da mina il cui destino è spesso legato a doppio filo alla reale capacità del paese in cui vivono di far fronte a bisogni ed esigenze particolari. Sottolineando l’elemento fondamentale alla base del Trattato – nato da una iniziativa diplomatica ‘dal basso’ organizzata dalla società civile internazionale – Sylvie Brigot, direttrice della Campagna Internazionale contro le Mine (ICBL), ha detto che in futuro sarà ancora “l’alleanza tra governi e società civile a determinare il successo del Trattato”, ma ha anche detto che tra i paesi del nord del mondo soltanto l’Australia ha tenuto fede agli impegni presi per sostenere le attività di bonifica e di recupero delle vittime.
“Proprio l’assistenza a chi è sopravvissuto all’esplosione di una mina, – dice una nota della ICBL – ai loro familiari e alle comunità locali i cui territori non sono stati bonificati sono stati i temi più significativi affrontati durante la conferenza anche perché è proprio questo l’ambito in cui si sono registrati i progressi meno evidenti“. Aperto alla firma nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999, il Trattato di Ottawa ha finora raccolta le adesioni di 156 paesi; a non aver firmato sono però 39 stati tra cui alcuni stati chiave tra i quali Stati Uniti (a Cartegena presenti per la prima volta con una delegazione), Cina, India, Russia e Pakistan.
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato liberi da mine Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine.
Secondo l’ultimo ‘Landmine Monitor Report’ – il documento che su base annuale fa il punto della situazione – significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka.
A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest’anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda. “Alcune richieste sono ovviamente giustificate – ha detto dice all’agenzia Misna Schiavello – e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime”.
Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario). In una nota alla Conferenza, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona.
Un fatto importante: secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo. Gli Stati Uniti – evidenzia sempre HRW – non hanno esportato mine antipersona dal 1992, non le producono dal 1997 e non hanno in atto programmi per la loro acquisizione in futuro.
fonte www.unimondo.org
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
ENI, the Italian firm that showed interest in Uganda’s oil fields, has withdrawn its bid after Tullow exercised its right of first option. Two oil fields, blocks 1 and 3A in western Uganda, are owned by Heritage and Tullow in a 50-50% joint venture.
The firm’s spokesperson was quoted in the media on Friday as saying: “Eni today revoked the sale and purchase agreement for the acquisition of Heritage’s 50% interest in blocks 1 and 3A in Uganda, for which Tullow has recently exercised its pre-emption right.” Tullow is selling part of its own stake to allow for the entry of bigger oil companies that have the capacity and experience to build a refinery and pipeline. The company of Irish origin last week announced it preferred working with the Chinese state-owned oil company CNOOC or France’s Total.
Meanwhile, CNOOC said it is paying $2.5b for a stake in Tullow’s Ugandan oil assets. According to Hong Kong media, the purchase was expected to be signed in London last Friday. “We are still receiving all proposals from the licensed companies (Tullow and Heritage) to sell part of their stakes and it is a normal process” Ernest Rubondo, the commissioner in the petroleum and exploration department, said yesterday.
Rubondo did not want to comment on Eni’s withdrawal. He, however, said Heritage was determined to sell its interest and he was convinced they would get a buyer because “many companies are interested in Uganda’s oil”. “Once we have scrutinised all the proposals and found the best company with Ugandan interests at heart, we shall inform the public.” Meanwhile, President Yoweri Museveni over the weekend met Russian-based oil company Lukoil and encouraged the firm to invest in Uganda’s oil exploration and refining sector.
Andrei Sapozhnikov, the Lukoil vice-president for business development, handed over his company’s investment proposal to the President, according to a statement from State House. “Sapozhnikov expressed interest in the oil exploration, refinery and the training of local manpower to facilitate the development of the sector” said the statement. Lukoil, according to the firm’s website, is Russia’s largest oil company and the second largest private oil company worldwide by proven hydrocarbon reserves.
The company has about 1.1% of global oil reserves and 2.3% of global oil production. Lukoil dominates the Russian energy sector, with 18% of Russian oil production and 19% of oil refining. Most of its exploration and production activity is located in Russia, and its main resource base is in Western Siberia.
However, it is also carrying out projects in Kazakhstan, Egypt, Azerbaijan, Uzbekistan, Saudi Arabia, Colombia, Venezuela, Cote d’Ivoire, Ghana and Iraq. Its petroleum products are sold in Russia, eastern and western Europe, and the US. Present at the meeting with the Lukoil delegation was state minister for investment Aston Kajara, the boss of the Uganda Investment Authority, Maggie Kigozi, Uganda’s ambassador to Russia, Moses Ebuk, and the Russian ambassador to Uganda.
fonte http://allafrica.com- Ibrahim Kasita
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
Sono 28, più della metà dei quali in Africa, i paesi in cui - secondo l’Humanitarian Action Report (HAR) 2010 dell’Unicef, il Fondo dell’Onu per l’infanzia - i bambini soffrono particolari situazioni di crisi a causa dei più svariati fattori, dalle difficoltà finanziarie ed economiche planetarie ai mutamenti climatici fino alle conseguenze di scontri e conflitti.
“Le necessità maggiori – sottolinea una nota diffusa a Ginevra la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto – riguardano l’Africa sub-sahariana, dove 24 milioni di persone del Corno d’Africa sono colpiti da siccità, cronica insicurezza alimentare e conflitti armati. Le tre operazioni dell’Unicef più grandi sono in corso della Repubblica democratica del Congo, il Sudan e l’Etiopia”. Ma vengono anche segnalati come situazioni degne di particolare attenzione quelle riguardanti Benin, Camerun, Repubblica del Congo (Brazzaville), Ghana, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo.
Sottotitolando il rapporto ‘Partnering for children in emergencies’, l’Unicef ha lanciato un appello per un miliardo e 200 milioni di dollari necessari per garantire “assistenza salvavita a milioni di bambini e donne in condizioni di disperata necessità”. Fondi d’emergenza annuali per almeno 263 milioni di dollari sono indispensabili per la sola Africa centrale e occidentale.
L’Unicef opera in 200 diversi paesi ed è attualmente molto specialmente impegnata ad Haiti ma Hilde Johnson, vice-direttore esecutivo del Fondo, ha precisato: “ Dobbiamo certo intensificare il nostro sforzo per Haiti garantendo però che tutti i bambini del mondo, dal Corno d’Africa all’Afghanistan al Pakistan e altrove, ricevano l’assistenza necessaria”.
fonte www.misna.org
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
Forte crescita del commercio regionale (+47%), nuovo clima di fiducia tra gli investitori, maggior partecipazione della regione al mercato mondiale dei capitali: è il bilancio positivo dell’Unione Doganale in vigore dal 2005 tracciato dal Segretario generale della Comunità dell’Africa orientale (EAC), Juma Volter Mwapachu, in un’intervista al settimanale online ‘Les Afriques’.
Tra le questioni aperte, secondo il diplomatico tanzaniano, ci sono l’incremento delle capacità produttive dei cinque paesi membri, una semplificazione delle pratiche doganali per ridurre i costi finali dei prodotti e un nuovo impegno per migliorare le infrastrutture regionali. Tra i temi in agenda per il 2010, difesa regionale, sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, ma anche i negoziati con l’Unione Europea (UE) per la firma degli Accordi di partenariato economico (APE).
“Dopo un primo impegno preso a Novembre 2007, stiamo lavorando per assicurare sviluppo alla nostra regione e per incrementare le sua capacità produttive. Non vogliamo essere soltanto un mercato d’importazione di prodotti UE” ha detto Mwapachu a ‘Les Afriques’.
Il trattato istitutivo dell’EAC firmato ad Arusha nel 1999 tra Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, è entrato in vigore l’anno dopo; nel decennale della nascita della Comunità, gli stati membri hanno firmato un protocollo per la creazione di un mercato comune, come ulteriore passo sulla via dell’integrazione, introducendo oltre alla libera circolazione delle merci quella dei capitali, delle persone e dei servizi. Entro il 1° luglio, i governi dovrebbero ratificarlo per dare il via libera al nuovo progetto comune. Insieme con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e il Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA), l’EAC partecipa a un progetto per creare un mercato unico del quale facciano parte 26 paesi.
fonte www.misna.org
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
Una maggior integrazione regionale, in vista di realizzare una piena Comunità economica africana (CEA), e lo sviluppo del commercio interno: sono questi i due principali punti contenuti nell’accordo siglato tra due dei più importanti blocchi commerciali africani, il mercato comune dell’Africa orientale e australe (COMESA) e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO). In una nota congiunta le parti hanno fatto sapere di aver siglato un’intesa che intende promuovere la cooperazione interregionale, attraverso lo stimolo dell’attività del settore privato.
L’obiettivo dell’accordo, è tra gli altri, quello di permettere la creazione di una rete che consenta ai soggetti privati dei due blocchi di interagire con le autorità di COMESA ed ECOWAS, migliorando e aumentando le opportunità commerciali. Ma oltre agli aspetti commerciali, l’accordo prevede una collaborazione crescente nell’inserimento delle donne nell’ambiente professionale e nelle piccole e medie imprese, e un più stretto legame nei settori dello sviluppo agricolo e della sicurezza alimentare, con un accento particolare sulla realizzazione del Programma Globale di Sviluppo dell’Agricoltura in Africa, voluto dall’Unione Africana (UA) per sviluppare il settore agricolo nel continente.
fonte www.misna.org
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
Avrà sede a Bujumbura la rete interuniversitaria dei Grandi Laghi, una delle iniziative varate in questi giorni nella capitale burundese dal ministro dell’Istruzione e della Ricerca, Saïdi Kibeya, e dai suoi omologhi della Repubblica democratica del Congo e del Rwanda.
Il protocollo firmato dai tre ministri istituisce la cooperazione interuniversitaria in seno alla Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi (CEPGL), renderà possibile la libera circolazione di professori, ricercatori e studenti e prevede il lancio di un programma comune denominato ‘Educazione e Ricerca’. In ogni paese verranno scelte cinque università che contribuiranno al progetto di rete regionale mentre un polo di eccellenza in tecnologia dell’informazione e della comunicazione sarà basato a Kigali, con la collaborazione dell’americana ‘Carnegie Mellon University’.
Tra le sfide che il mondo universitario africano deve rilevare, i ministri dell’Istruzione e della Ricerca indicano risorse materiali e umane insufficienti, ristrutturazione di alcune sedi, maggior controllo sugli attestati rilasciati dalle facoltà. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno almeno 20.000 africani qualificati lasciano il continente per emigrare nel Nord del mondo, anche a causa di strutture universitarie carenti e di opportunità professionali limitate: il fenomeno conosciuto come ‘fuga dei cervelli’ secondo stime correnti costa all’Africa quattro miliardi di dollari.
fonte www.misna.org
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
Ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) hanno attaccato nei giorni scorsi una città mineraria nel sud-est del Centrafrica. “Individui armati, che gli abitanti hanno riconosciuto come ‘Tongo tongo’ - appellativo delle popolazioni locali per identificare i membri della ribellione ugandese – sono entrati nella cittadina di Nzako e hanno disperso la popolazione con colpi d’arma da fuoco esplosi in aria” ha riferito un agente di polizia locale, secondo cui gran parte dei residenti della zona si sono rifugiati nei boschi alle porte della città.
Nessun bilancio di vittime è stato reso noto, ma testimoni hanno riferito di decine di civili sequestrati dai ribelli e condotti nella foresta. A confermare la persistenza degli attacchi e delle violenze causati dai ribelli ugandesi in tutto il territorio lungo le frontiere di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Sudan è un bilancio diffuso oggi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (OCHA) nella Provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo.
Secondo il documento, in questa zona nell’arco del 2009 sono state 849 le vittime degli attacchi dell’LRA, mentre in un solo anno i ribelli si sono stati responsabili di 1486 rapimenti e della fuga di oltre 365.000 persone dalle loro case. “All’inizio del 2008 in tutta la provincia c’erano circa 65.000 sfollati - sostiene Ocha – mentre oggi, a distanza di 12 mesi, gli sfollati sono saliti a 450.000 e ben 365.000 sono stati causati dalle scorrerie dell’LRA”.
Secondo l’ente delle Nazioni Unite, i numeri di persone uccise o rapite “sorpassano di gran lunga quelli causati in quattro anni dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) attivi nella regione del Kivu”.
Guidato da Joseph Kony, l’LRA fu costituito nel 1988 nel nord dell’Uganda. Nel 2005 i suoi combattenti si sono allontanati dalle loro basi tradizionali per installarsi nell’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo, da dove lanciano attacchi in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
fonte www.misna.org
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
Dopo il successo ottenuto con l’apertura del centro cardiochirurgico Salam di Khartoum, Emergency si lancia in un progetto di assistenza medica ancora più significativo e ambizioso. L’associazione, fondata nel 1994 in sostegno delle vittime civili delle guerre, ha infatti firmato assieme ai governi di undici Paesi africani un memorandum per la creazione dell’ANME (African Network of Medical Excellence), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite.
La firma del memorandum, avvenuta nel corso di una apposita conferenza organizzata l’11 e 12 febbraio a Khartoum da Emergency e dal Ministero della Salute sudanese, è un evento storico per l’Africa: l’organizzazione presieduta da Cecilia Strada è infatti riuscita a riunire attorno al tavolo delle trattative ben undici Paesi (oltre al Sudan erano presenti i rappresentanti di Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Congo, Ruanda, Somalia e Uganda). Alcuni di questi stati sono ancora oggi in guerra tra loro, ma ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzione l’approccio medico al continente.
L’idea è quella di replicare il successo del Salam, il centro di cardiochirurgia inaugurato a Khartoum nell’aprile del 2007, creando nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. Come il centro Salam, che in quasi tre anni di vita ha curato pazienti provenienti da tredici Paesi, anche le nuove strutture fungeranno da centri regionali specializzati, operando in campi scelti con l’apporto degli stessi governi riuniti alla conferenza. Tra di essi figurano la pediatria, l’ostetricia e la ginecologia, la ricostruzione plastica, l’oncologia, la traumatologia e la riabilitazione. A Bangui, in Repubblica Centrafricana, è già attivo un centro pediatrico, mentre a breve un centro di chirurgia pediatrica verrà aperto nella capitale ugandese Kampala.
La formazione del personale locale figura tra i punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente. “La strategia di costruire strutture ospedaliere partendo dal basso è puramente teorica, visto che finora in Africa ha sempre fallito“, ha spiegato nel corso della conferenza Gino Strada, direttore esecutivo e tra i fondatori di Emergency. “Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare il contrario: che anche in Africa è possibile costruire strutture d’eccellenza a costo zero per i pazienti”.
Un progetto sposato da tutte e undici le delegazioni presenti a Khartoum, che con la firma del memorandum hanno ribadito come quello all’assistenza sanitaria sia tra i diritti umani fondamentali e inalienabili di ogni individuo. Il concetto era già stato lanciato da Emergency nel 2008 quando, alla presenza dei ministri della Sanità di otto Paesi africani, fu siglato a Venezia il ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’ che si rifà ai concetti di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale come principi base di qualsiasi progetto di assistenza medica.
A testimoniare la bontà del progetto di Emergency, che in sedici anni di attività è intervenuta in quindici Paesi curando più di tre milioni e mezzo di civili, vi sono gli ottimi risultati ottenuti dal centro Salam e riconosciuti dagli stessi ospiti della conferenza, i quali hanno avuto parole di elogio per una delle strutture più all’avanguardia del continente e del mondo intero.
Con più di 12.500 pazienti esaminati e 2.456 ricoverati, dalla sua apertura il Salam ha realizzato più di duemila operazioni a cuore aperto, con un tasso di mortalità di appena il 3 percento. In Sudan, Emergency gestisce anche un centro pediatrico situato nel campo profughi di Mayo, alle porte della capitale Khartoum, e ha in progetto di aprire a breve altre due strutture nelle città di Nyala, in Darfur e di Port Sudan, sul Mar Rosso.
fonte http://it.peacereporter.net - Matteo Fagotto
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
“La mia prima preoccupazione è quella di offrire alla Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi che siano motivati e ben formati per servire i fedeli” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. John Baptist Kaggwa, Vescovo di Masaka, incaricato della formazione dei sacerdoti dell’Uganda.
Mons. Kaggwa si occupa in particolare della gestione dei seminari in Uganda. “Nel Paese oltre ai Seminari minori, vi sono 5 Seminari maggiori, dei quali 4 sono nazionali, che appartengono cioè alla Conferenza Episcopale, ed uno interdiocesano” afferma il Vescovo di Masaka. “Siamo soddisfatti per le numerose vocazioni. Cito un solo dato: ciascuno dei 4 Seminari della Conferenza Episcopale accoglie 150 seminaristi, per un totale di oltre 600 studenti solo per questi 4 Istituti”.
Mons. Kaggwa non nasconde però alcune difficoltà riscontrate nella formazione del clero. “Sentiamo la responsabilità di discernere affinché i nuovi sacerdoti siano veramente persone dedite a servire la Chiesa e i suoi fedeli. Abbiamo inoltre delle difficoltà finanziarie, perché sostenere questo cammino formativo costa parecchio e il nostro è un Paese povero. Siamo quindi grati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli che, tramite la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, ci aiuta nella formazione del clero e dei religiosi. Cerchiamo anche di sensibilizzare i fedeli locali ad offrire un contributo per la formazione dei loro sacerdoti, anche se questo da solo non basta”.
L’Uganda è un Paese dove convivono diverse confessioni cristiane e altre religioni. Chiediamo a Mons. Kaggwa lo stato dei rapporti ecumenici e interreligiosi nel suo Paese. “In Uganda abbiamo un’organizzazione che riunisce la Chiesa cattolica, l’anglicana e l’ortodossa. Ci riuniamo una volta all’anno per discutere argomenti di interesse comune: la situazione politica, l’assistenza sanitaria e lo sviluppo umano del nostro popolo. Non siamo però ancora riusciti a risolvere alcuni problemi di carattere dottrinale, come quello dei matrimoni misti. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, abbiamo dei forum di discussione su argomenti che riguardano la giustizia, l’assistenza sanitaria, la diffusione dell’AIDS, la distribuzione di medicine. Nel complesso la convivenza interreligiosa è positiva”.
“La Chiesa cattolica – prosegue il Vescovo – ha un futuro di convivenza, di dialogo e di lavoro comune. Questo è vero anche dal punto di vista dell’insegnamento: le nostre scuole sono aperte a tutti, così come vi sono studenti cattolici che frequentano scuole di altre confessioni religiose. Nella scuola pubblica è permesso l’insegnamento della propria religione”.
“Dobbiamo migliorare la nostra convivenza cercando un dialogo più approfondito sugli argomenti che ci separano, tenendo però conto dell’orientamento della Chiesa cattolica. Dobbiamo ricordare l’ammonimento di Paolo VI secondo il quale nel dialogo ecumenico non vi devono essere compromessi sulle questioni dottrinali” conclude Mons. Kaggwa.
fonte www.fides.org
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
The Government has set tough conditions for new companies intending to invest in the oil production in the country. The permanent secretary of the Ministry of Energy, Kabagambe Kaliisa, told the natural resources committee yesterday that for a company to be approved by the Government, it must have a capital base of at least $24b (sh48 trillion).
“Since the investment required in the short to long-term (2010-2020) is $8b, a company with a market capitalisation of three times the size of the required investment would be credible” he said. He explained that the oil and gas operations are moving into the development and production phases. “Therefore, the type of companies required to carry these activities forward need to have the necessary risk capital and access to project finance for both the short and long-term investment.”
Kabagambe added that the companies must have good operator experience, not only in exploration and production of gas and oil but also in refining, pipeline development and operations. There was also need for licensing and maintaining several oil companies to avoid monopoly, he stressed. In addition, the companies must be agreeable to the Government’s current development strategies which include early commercialisation of the resources, value addition, training of Ugandans and paying taxes. “In order to approve the transactions, the Government ought to consider its best interest to propel the industry further” he said.
Kabagambe was appearing before the committee to explain the current transactions between the oil companies in Uganda. He said 15 oil and gas fields have been explored since 2006, with an exceptionally high drilling success of 94%. He said a reserve of two billion barrels of oil is in place, worth $50b.
He explained that the oil reservoirs have to be tested and appraised. Power generation and transmission facilities may cost $300m, oil processing and transportation equipment another $1.5b, refinery development $2b, further drilling $200m and expanded storage and pipeline infrastructure $4b, he estimated. “Therefore, when a bigger player expresses interest in joining the petroleum industry, it signifies benefits to the country” he said.
Kabagambe informed the committee that Tullow does not have the required capacity and has decided to invite partners. He said French Total and the Chinese state-owned oil company, CNOOC, are being evaluated to partner with Tullow. “In recognising the need to avoid a monopoly, Tullow has presented their plan to partner with both Total and CNOOC” he told the MPs. “However, the Government has asked Tullow to reconsider its proposal of operating two out of the three exploration areas instead of each partner operating an exploration area.” Tullow was asked to submit joint operating and sales agreements with Total and CNOOC.
The Government recently announced that it had approved the deal for Tullow to take over the 50% share of its partner, Heritage, in two blocks in the Lake Albert region at $1.5b. The decision ended a bid by Italian company Eni to buy Heritage’s stake. The PS said the transaction will be subject to a capital gains tax of $300m (sh6b) to $400m (sh8b).
The committee, however, expressed anger over the fact that the oil production sharing agreements had not been made public. “Our hands are tied. All these issues need to be discussed after we have read the oil agreements” MP Beatrice Anywar said. Her colleague, Anifa Kawooya, said the Government should not delay the production process, saying billions were being lost as a result.
Fred Kabanda, the ministry principal geologist, declined to comment on when production will commence but said Tullow plans to start selling crude oil mid this year, especially to cement industries. The officials also announced that a national oil company will be formed to increase national participation and accelerate knowledge transfer.
fonte http://allafrica.com - Mary Karugaba & Micha Grieser
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
Omosessualità aggravata. Un reato considerato alla stregua dell’omicidio e del furto che, con questi ultimi, potrebbe avere in comune non solo la previsione delle aggravanti, appunto, ma anche la determinazione della pena: la morte o, nel migliore dei casi, al carcere a vita. È quanto previsto dall’Anti-homosexuality Bill, meglio noto come ‘Kill Gay Bill’, che il parlamento ugandese sta discutendo in questi giorni per apprestersi a votare entro la fine del prossimo mese.
Il disegno di legge, presentato dal deputato David Bahati, si allinea totalmente alle politiche in materia di omosessualità adottate dalla maggior parte degli Stati dell’Africa subsahariana e che prevedono severe punizioni per coloro che frequentano un partner dello stesso sesso.
In Uganda, tuttavia, è in atto una vera e propria crociata capeggiata dal pastore cristiano fondamentalista Martin Ssempa, classe 1968. Il disegno di legge, per il quale è ancora in ballo l’emendamento riguardante la riduzione dalla pena di morte a vent’anni di galera, ha attirato l’attenzione dell’Occidente portando lo stesso presidente Yoweri Museveni a prenderne le distanze e a chiederne una revisione di stampo moderato. La misura, lesiva di una gran parte dei dettami contenuti nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ firmata a Parigi nel 1948, potrebbe, se passasse senza modifiche, prevedere la perseguibilità degli omosessuali di nazionalità ugandese che abbiano relazioni anche fuori dai confini nazionali. Per loro sarebbe richiesta un’estradizione immediata al fine di permetterne una punizione esemplare nel proprio paese.
Ssempa, prima voce nel coro degli ‘inflessibili’ , capeggerà oggi una marcia anti-gay per esercitare pressioni sui legislatori e dare, ha detto il religioso, “una cartolina che (Museveni) possa inviare al suo amico Barack Obama“. Una cartolina che, secondo le stime, dovrebbe essere firmata da milioni di persone che in tutto il paese si uniranno in una sola voce per richiedere il passaggio della legge che, di fatto, inasprirà le pene previste per il reato di omosessualità (che in Uganda è già comunque criminalizzata).
“Vogliamo far vedere – ha ribadito Ssempa – quante persone appoggiano realmente la legge“. Rimane comunque forte la reazione dei paesi donatori, fra cui gli Stati Uniti, che hanno minacciato l’amministrazione di Kampala di attuare aspre sanzioni di natura economica se non si provvederà a far cadere la proposta di legge. Tuttavia, proprio dalle ricche comunità cristiano-evangeliche degli States, nel marzo 2009 arrivarono in Uganda tre sacerdoti per partecipare ad una serie di dialoghi sulla “cura dell’omosessualità“.
Scott Lively, un missionario che ha scritto diversi libri contro l’omosessualità, Caleb Lee Brundidge, che si autodefinisce un ex omosessuale che conduce “seminari di guarigione” e Don Schmierer, la cui missione è “mobilitare il corpo di Cristo per la grazia e la verità in un mondo affetto dall’omosessualità“, hanno tenuto, in qualità di esperti in materia, dei seminari alla presenza di politici, insegnanti e forze dell’ordine per dimostrare come, secondo loro, sia possibile rieducare i gay e per denunciare il naturale portamento di questi ultimi a sodomizzare i ragazzi. Un vero e proprio simposio che partiva da assiomi come “il movimento gay è un’istituzione del male che ha come obiettivo quello di sconfiggere il matrimonio e sostituirlo con una cultura della promiscuità sessuale”.
Dopo un anno dalle loro accese disserzioni, i tre cercano ora di prendere le distanze dal disegno di legge ugandese e da coloro che lo stanno promuovendo.
Probabilmente neanche loro credono nell’equità e nell’efficacia di una disposizione che metterà a repentaglio la libertà, quando non la vita stessa, di circa 500mila esseri umani. È questo il numero stimato di omosessuali in una terra che oggi conta 31 milioni di persone.
fonte http://it.peacereporter.net - Antonio Marafioti
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
Trenta milioni di migranti africani contribuiscono alle economie dei paesi d’origine con 40 miliardi di dollari di rimesse, circa 29 miliardi e 500 milioni di euro: i dati sono stati diffusi nel corso di un seminario di studio sulle migrazioni africane, organizzato a Capo Verde da Caritas/Migrantes.
Secondo un documento presentato agli incontri i flussi di rimesse valgono pressappoco il 3% del Prodotto interno lordo (PIL) del continente, all’incirca “quanto gli stati ricevono sotto forma di aiuti allo sviluppo” e “di più rispetto al totale degli investimenti esteri in forma diretta”.
Durante il seminario è stato evidenziato che circa la metà delle rimesse africane arriva in Nigeria (10 miliardi) e in Egitto (8 miliardi e mezzo). Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un terzo delle rimesse giunge in zone rurali e depresse, “con un aggravio economico per gli elevati costi di transazione causato dalla scarsa presenza di intermediari finanziari locali”.
fonte http://allafrica.com
Cambio valuta: in data 26/02/2010 1 dollaro USA è pari a 2040 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2768,7296 scellini ugandesi
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Tag:Africa, chiesa ugandese, Emergency, Eni, Joseph Kony, Killa Gay Bill, Lord's Resistance Army, medicina, mercato comune africano, migranti, mine, Museveni, oil companies, omosessualità, ribelli, Uganda, Unicef, unione doganale | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
UgandAbout – dicembre 2009
Last Updated on lunedì, 4 gennaio 2010 02:21 Written by Simona Meneghelli lunedì, 4 gennaio 2010 02:21
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel dicembre 2009.
TRATTATO CONTRO MINE: AFRICA PROTAGONISTA, IL NORD DEL MONDO SI DEFILA
3 dicembre 2009
RIBELLI E MILITARI UGANDESI METTONO A RISCHIO RACCOLTI
3 dicembre 2009
MORBILLO, DRASTICO CALO DELLA MORTALITÀ INFANTILE
9 dicembre 2009
PIÙ VACCINAZIONI PER CONTRASTARE DIFFUSIONE POLIOMIELITE
14 dicembre 2009
WOMEN ACTIVISTS DISSATISFIED WITH DOMESTIC VIOLENCE LAW
14 december 2009
‘CUCINE SICURE’ PER PROTEGGERE DONNE E AMBIENTE
16 dicembre 2009
ELEZIONI: PARTITO DI GOVERNO SCEGLIE MUSEVENI PER SUCCEDERE A SE STESSO
30 dicembre 2009
VERSO ELEZIONI, VESCOVI CRISTIANI INVITANO A RESPONSABILITÀ E CORRETTEZZA
30 dicembre 2009
TELEFONI CELLULARI PER TUTTI, MA INTERNET È ANCORA PER POCHI
30 dicembre 2009
TRATTATO CONTRO MINE: AFRICA PROTAGONISTA, IL NORD DEL MONDO SI DEFILA
3 dicembre 2009
“Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove”: alla MISNA, che lo raggiunge a Cartagena, il direttore della Campagna italiana contro le mine, Giuseppe Schiavello, sottolinea la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare.
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato “liberi da mine” Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (Icbl) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine.
Secondo l’ultimo ‘Landmine monitor report’ – il documento che su base annuale fa il punto della situazione – significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka. A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest’anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda.
“Alcune richieste sono ovviamente giustificate – dice alla MISNA Schiavello – e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime”. Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario).
In una nota, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona; oltre agli Stati Uniti non hanno ancora aderito al Trattato grandi paesi come Cina, Russia, Pakistan e India.
fonte www.misna.org
RIBELLI E MILITARI UGANDESI METTONO A RISCHIO RACCOLTI
3 dicembre 2009
Sta ostacolando le attività agricole, con conseguenze dirette sulle condizioni di vita della popolazione, il clima d’insicurezza generato dalla presenza di ribelli del movimento ugandese Esercito di Resistenza del Signore (Lra) e dagli scontri tra questi ultimi e i militari ugandesi, inviati nella Repubblica centrafricana per sconfiggerli.
Lo si apprende da fonti del Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp) che nella città meridionale di Zemio, circa mille chilometri a est di Bangui, fornisce assistenza più o meno a 2000 sfollati.
Secondo alcune testimonianze, i contadini locali non coltivano i campi per paura di essere vittime dei ribelli o di trovarsi coinvolti negli scontri. Lasciata l’Uganda al termine di un difficile processo di pace che non ha mai portato alla firma di un accordo, i ribelli dell’Lra si sono divisi in vari gruppi che effettuano incursioni e saccheggi nel nord della Repubblica democratica del Congo, nel sud della Repubblica centrafricana e nel Sudan meridionale.
Voci non confermate indicano che il capo dell’Lra, Joseph Kony, si trovi nella Repubblica centrafricana.
fonte www.misna.org
MORBILLO, DRASTICO CALO DELLA MORTALITÀ INFANTILE
9 dicembre 2009
Una diminuzione del 78% dei decessi dovuti al morbillo: è il risultato di otto anni (2000-2008) di campagne di vaccinazioni e sforzi nella lotta alla malattia infantile, comunicato da diverse organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e il Fondo dell’Onu per l’infanzia (Unicef).
“Tutte le regioni coinvolte tranne una, il sudest asiatico, ha raggiunto con due anni di anticipo l’obiettivo di far scendere la mortalità del 90% entro il 2010” si legge in una nota congiunta. Sono previste per l’anno prossimo campagne di vaccinazione nazionali in alcuni dei paesi più popolosi, come Cina, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Vietnam Nigeria ed Etiopia. I risultati meno entusiasmanti provengono da India, Indonesia e Bangladesh, dove la mortalità è diminuita soltanto del 46% nel periodo preso in esame.
“Per eliminare i rischi di ricaduta, i paesi devono continuare campagne di vaccinazione di monitoraggio ogni due anni, finché il loro sistema sanitario non sarà in grado di fornire due dosi a ogni bambino e di curare la malattia” scrivono ancora gli esperti, ricordando anche che la cosiddetta ‘iniziativa contro il morbillo’ – il programma promosso dalle organizzazioni internazionali – è confrontata a un finanziario di circa 40 milioni di euro.
Il morbillo è una delle malattie più contagiose e una delle più letali per i bambini.
fonte www.misna.org
PIÙ VACCINAZIONI PER CONTRASTARE DIFFUSIONE POLIOMIELITE
14 dicembre 2009
Insufficienti campagne di vaccinazione hanno causato un passo indietro nella lotta alla poliomielite portando da 13 a 19 il numero dei paesi africani colpiti nel 2009 da questa malattia che si trasmette per via orale e che, nei casi più gravi, può provocare paralisi irreversibili.
Lo hanno sottolineato i 150 delegati di vari paesi africani da oggi riuniti ad Harare per una conferenza sulle vaccinazioni infantili in Africa promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nella capitale dello Zimbabwe, i delegati hanno espresso preoccupazione per la ricomparsa della malattia in paesi in cui era stata sconfitta, citando in particolare i casi di Angola, Ciad, Repubblica democratica del Congo e Nigeria.
“Occorre aumentare gli investimenti dei singoli paesi per la prevenzione – ha detto il direttore regionale dell’Oms in Africa, Louis Gomes Sambo – e occorre un maggior contributo della comunità internazionale in questo senso”. Secondo stime correnti, il 74% dei minori in Africa è vaccinato contro la poliomielite, un tasso ancora inferiore però alle reali esigenze del continente.
fonte www.misna.org
WOMEN ACTIVISTS DISSATISFIED WITH DOMESTIC VIOLENCE LAW
14 december 2009
The new law against gender-based violence will not stop abuse against women if the root causes of mistreatment are not addressed, women rights activists have warned.
Prof. Sylvia Tamale, the dean of the Faculty of Law at Makerere University, said the law does not address structural and institutional issues relating to gender-based violence. “It is merely reactive and is inept to prevent the root causes of domestic violence” she said. Tamale was speaking at the Nora’s Sisters Dialogue on the rights and roles of women at Makerere University on Friday. Presenting a paper on ‘Domestic Violence and Gender Relations in Contemporary Uganda’ Tamale said while the law attempts to create harmony and peace within families, it does not elevate women to top positions in society.
She argued that for any law to address violence against women, it must first deal with the powerful sexist cultural values and patriarchal power relations. “Hot temper or alcohol abuse, for example, may facilitate incidents of domestic violence, but neither of them is by any means the underlying reason for the abuse” Tamale said.
She urged the Government to sensitise the public on the prejudices, stereotypes, biases, misinformation and myths about women in society.
Miria Matembe, a renown women’ rights activist, said the best way for women to advocate for their rights was through negotiation. “I don’t support the idea that gender equality and women empowerment should be attained at the cost of the family” she said.
The Norwegian ambassador, Bjorg Leite, said Uganda had created an enabling environment to fight discrimination against women.
fonte www.allafrica.com – Taddeo Bwambale
‘CUCINE SICURE’ PER PROTEGGERE DONNE E AMBIENTE
16 dicembre 2009
Cucine ecologiche vantaggiose per l’ambiente e per la salute, ma anche utili per la promozione e la difesa delle donne, soprattutto in Africa: è l’iniziativa presentata oggi a Copenhagen che prevede l’introduzione di fornelli a basso consumo energetico in alcune comunità dell’Uganda e del Sudan, nell’ambito di un progetto pilota.
Secondo i promotori dell’iniziativa, tra cui il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam) “Le cucine a basso impatto ambientale proteggono la natura poiché richiedono un minor consumo di legna. Il loro utilizzo può portare a una riduzione del 50% della legna raccolta nel nord Darfur, combattendo così la deforestazione e limitando l’esposizione delle donne a possibili violenze”. Nei villaggi, sono spesso le donne e le bambine a doversi spostare per raccogliere legna nei campi e nelle foreste, ma anche in zone inaridite dalla siccità, rischiando per strada di essere vittime di abusi o violenze.
“Allo stesso tempo – sottolinea il Pam – il forte consumo di legna è all’origine di una deforestazione che non conosce tregua”. Inoltre, i nuovi fornelli, permettono di ridurre anche le insalubri emissioni di fumo dei tradizionali fuochi all’aperto. “Con queste cucine – ha detto Josette Sheeran, direttore esecutivo del Pam – le donne diventano anche loro protagoniste nella battaglia contro il cambiamento climatico e la fame, permettendo anche alle comunità di trovare soluzioni pratiche, immediate e sostenibili”.
fonte www.misna.org
ELEZIONI: PARTITO DI GOVERNO SCEGLIE MUSEVENI PER SUCCEDERE A SE STESSO
30 dicembre 2009
Il Comitato centrale del partito di governo ugandese, Movimento nazionale di resistenza (Nrm), ha confermato il presidente in carica Yoweri Museveni come proprio candidato alle prossime elezioni politiche previste nel 2011.
Lo ha annunciato il capogruppo del partito in Parlamento, precisando che “all’unanimità” il comitato centrale del Nrm ha indicato che “la leadership del presidente Museveni deve continuare anche dopo il 2011”. La nomina dovrà essere ratificata dal prossimo Congresso del partito, ma sono in pochi ad attendersi sorprese. Museveni, che non ha ancora espresso pubblicamente la volontà di ricandidarsi, è comunque indicato come il grande favorito del prossimo appuntamento elettorale.
Al potere dal 1986, quando prese il controllo del paese mettendo fine agli anni delle dittature di Idi Amin e Milton Obote, il governo Museveni fu duramente contestato nelle scorse elezioni (2005) per aver eliminato il limite di due mandati consecutivi alla presidenza. In vista del prossimo appuntamento con le urne l’opposizione potrebbe però presentarsi in un fronte compatto esprimendo un unico candidato per tutte le formazioni della minoranza.
fonte www.misna.org
VERSO ELEZIONI, VESCOVI CRISTIANI INVITANO A RESPONSABILITÀ E CORRETTEZZA
30 dicembre 2009
In preparazione delle elezioni generali del 2011 i capi religiosi cristiani hanno diffuso una lunga lettera pastorale con una serie di raccomandazioni affinché le consultazioni popolari si svolgano in modo libero, corretto e credibile. Il documento, elaborato dal Consiglio Cristiano Unito d’Uganda, che riunisce le Chiese cattolica, anglicana e ortodossa, vuole evidenziare semplicemente ciò che già è stabilito dalla Costituzione, hanno precisato i firmatari. In più, i vescovi ugandesi sollecitano tutti gli aventi diritti al voto a iscriversi nelle liste degli elettori e a partecipare alle elezioni come “atto di patriottismo”, dando la propria preferenza in modo responsabile senza seguire il cosiddetto ‘voto di scambio’ una pratica “pericolosa” per il paese.
“Non vogliamo vedere ripetersi irregolarità come la privazione del diritto di esercizio del voto, non adempimento ai dettami costituzionali, anomalie nella registrazione dei votanti e scarso controllo” ha detto l’arcivescovo ortodosso Jonah Lwanga che presiede il Consiglio.
I presuli sollecitano il governo a finanziare adeguatamente la Commissione elettorale e ad approvare le riforma elettorali entro il prossimo febbraio, così che ci sia il tempo adeguato per informare ed educare i votanti sulle nuove regole; chiedono inoltre che le carte d’identità siano rilasciate a tutti gli aventi diritto molto prima dell’avvio delle registrazioni elettorali in modo da garantire che partecipino solo i cittadini ugandesi.
Dopo le elezioni del 2006, l’opposizione consegnò diverse denunce di presunte malversazioni alla Corte Suprema la quale ammise l’esistenza di irregolarità ma non tali e tante da giustificare l’annullamento del voto. Pur condividendo l’opinione sulla necessità di contrastare le irregolarità e l’estorsione di voti con la violenza o la corruzione, i vescovi hanno chiesto ai partiti di opposizione di non boicottare le attività della commissione elettorale che criticano per inefficienza e parzialità.
La lettera pastorale di 16 pagine, intitolata “Verso libere e corrette elezioni presidenziali, parlamentari e amministrative nel 2011” è stata firmata dall’arcivescovo della Chiesa d’Uganda Henry Luke Orombi, dall’arcivescovo ortodosso Jonah Lwanga e dall’arcivescovo cattolico Cyprian Kizito Lwanga.
fonte www.misna.org
TELEFONI CELLULARI PER TUTTI, MA INTERNET È ANCORA PER POCHI
30 dicembre 2009
I contratti di telefonia cellulare in Africa hanno superato tutte le previsioni arrivando a 246 milioni di cellulari alla fine del 2008, con una diffusione che dal 2003 è passata dal 5% a oltre 30%, ed è in costante aumento.
Nell’ultimo rapporto della International Telecommunication union (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle telecomunicazioni nel mondo, l’Africa resta il continente con il più alto tasso di crescita nella diffusione dei cellulari, e si conferma anche qui la tendenza mondiale che vede la telefonia mobile soppiantare quella via cavo.
Ma se i ‘telefonini’ sono in rapida diffusione, secondo le statistiche dell’Itu, diffuse in questi giorni da Johannesburg, altrettanto non si può dire di Internet. Attualmente meno del 5% degli africani ha accesso alla rete e la ‘banda larga’ per la telefonia è quasi inesistente.
Secondo gli esperti dell’Itu, a frenare la diffusione di internet, e di tutti i vantaggi che se ne possono ricavare, sarebbero la mancanza di una vera liberalizzazione del mercato e una limitata disponibilità di infrastrutture, come la mancanza di reti cablate e scarso accesso alla banda larga.
Di conseguenza non solo la diffusione di Internet è limitata ma il servizio è anche molto costoso. In alcuni paesi la connessione mensile costa più di uno stipendio medio.
fonte www.misna.org
Cambio valuta: in data 05/01/2010 1 dollaro USA è pari a 1920 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2768,1661 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Tag:Africa, cucine ecologiche, elezioni, Joseph Kony, Lord's Resistance Army, mine, morbillo, Museveni, poliomielite, siccità, telefonia cellulare, Uganda, vaccinazioni | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
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