domenica 05 settembre 2010

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Posts Tagged ‘LRA’

Ugandabout – agosto 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nell’agosto 2010.
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Ugandabout – luglio 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel luglio 2010.
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Ugandabout – giugno 2010

Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.
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UgandAbout – settembre 2009


Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel settembre 2009.
Vi segnaliamo che a partire da questo mese sarà più facile leggere gli articoli. Infatti, cliccando sui titoli dell’indice potrete andare velocemente ai testi degli articoli. Una scorciatoia per non sfogliare tutta la pagina!

PREVENZIONE DELL’INFEZIONE DA HIV/AIDS: QUANTO CONTANO ‘ABC’?
2 agosto 2009

LA THURMAN E LE BIMBE SOLDATO: UN FILM SUGLI ORRORI IN UGANDA
2 settembre 2009

CAMBIAMENTI CLIMATICI: RISCHIO ESTREMO PER I PAESI AFRICANI
4 settembre 2009

IN UGANDA IL COMMERCIO DEL CARBONIO PROVOCA L’ESPULSIONE DELLE COMUNITÀ LOCALI
8 settembre 2009

CONDOM AL FEMMINILE PER COMBATTERE L’AIDS IN UGANDA
9 settembre 2009

MORTALITÀ INFANTILE IN CALO, MA E’ ANCORA INSUFFICIENTE
10 settembre 2009

CATTURATO UNO DEI CAPI DEI RIBELLI UGANDESI
10 settembre 2009

CRESCITA RECORD NELLA PRODUZIONE DI RISO
10 settembre 2009

SCONTRI E INCIDENTI NEL BUGANDA, INCERTO IL BILANCIO
11 settembre 2009

CONTINUANO GLI SCONTRI A KAMPALA CHE IERI HANNO CAUSATO 7 MORTI
11 settembre 2009

9 MORTI A KAMPALA PER GLI SCONTRI TRA POLIZIA E DIMOSTRANTI DI ETNIA BAGANDA
12 settembre 2009

DOPO SCONTRI, NUOVI BILANCI E APPELLI AL DIALOGO
14 settembre 2009

PICCOLE CENTRALI PER USARE L’ENERGIA DEI FIUMI E AIUTARE L’AGRICOLTURA
14 settembre 2009

SEDUTA PARLAMENTARE STRAORDINARIA DOPO I DISORDINI
15 settembre 2009

UGANDA, IL GELO NELLA FORESTA
16 settembre 2009

I “REGNI TRADIZIONALI” DELL’UGANDA
16 settembre 2009

IN DEFENCE OF FREEDOM OF SPEECH
20 september 2009

PARLA UN MISSIONARIO: “LUCI E OMBRE DI UN RAPIDO SVILUPPO”
22 settembre 2009

IS GOVERNMENT RIGHT TO CHARGE RIOT SUSPECTS WITH TERRORISM?
27 september 2009


PREVENZIONE DELL’INFEZIONE DA HIV/AIDS: QUANTO CONTANO ‘ABC’?
2 agosto 2009

Nell’ambito del dibattito sull’efficacia del preservativo nel controllo dell’infezione da HIV, le evidenze sul modello ABC (Abstinence; Be faithful; Condom) utilizzato in Uganda suggeriscono che sia la riduzione dei partner e delle relazioni sessuali sia l’aumento dell’uso dei preservativi abbiano contribuito ad arrestare l’epidemia di AIDS nel paese.
Le prestigiose riviste mediche BMJ e Lancet hanno recentemente riaffermato le evidenze scientifiche a favore dell’efficacia del preservativo nel controllo dell’AIDS e la necessità di promuoverne l’effetto preventivo, separandolo dalle sue proprietà contraccettive. Il caso Uganda è considerato dalla comunità internazionale una delle più convincenti ‘success stories’ nel controllo dell’epidemia dell’AIDS nel Paese.
Secondo le stime di UNAIDS, la prevalenza nazionale dell’HIV si è ridotta significativamente verso la metà degli anni ’90, passando dal 15% nel 1991 al 5% nel 2001 e assestandosi intorno a questa percentuale negli ultimi anni. E’ noto che il Governo Ugandese ha focalizzato i suoi interventi di contrasto contro l’HIV/AIDS soprattutto sulla promozione dei primi due componenti dell’acronimo: astinenza e fedeltà coniugale.
Edward Green della Harvard School of Public Health, Daniel T. Halperin dell’AIDS Research Institute, Vinand Nantulya del Global Fund e Janice A. Hogle della Family Health International hanno riassunto i risultati di vari studi realizzati sul tema in una review pubblicata nel 2006 su AIDS and Behaviour.
Nonostante gli autori concludano che sia difficile stabilire esattamente cosa abbia permesso all’Uganda di arrestare l’epidemia dell’AIDS, gli studi disponibili suggeriscono che cambiamenti radicali nel comportamento sessuale della popolazione, supportate dal coinvolgimento politico ad alto, sarebbero l’elemento cruciale della storica riduzione della prevalenza di HIV nel Paese. In particolare, sembra che sia stata la riduzione nel numero dei partner sessuali ad avere un impatto significativo sulla diminuzione dei tassi di HIV nella popolazione.
In un’altra interessante review, Doug Kirby ha analizzato diverse fonti per supportare la tesi che il cambio comportamentale secondo il modello ABC sia stato l’elemento centrale per la riduzione della diffusione dell’HIV in Uganda.
Le più importanti informazioni sui cambiamenti comportamentali avvenuti in Uganda nel corso degli anni ’90, quando si è osservata la riduzione dell’incidenza e prevalenza dell’HIV nel Paese, derivano dai dati delle indagini di DHS e degli studi comportamentali condotti dal Global Programme on AIDS dell’OMS nel 1989 e 1995.
Queste indagini hanno dimostrato una diminuzione della percentuale di uomini e donne single attivi sessualmente tra il 1989 e il 1995, e una riduzione nel numero dei partner sessuali fra quelli attivi. I dati mostrano inoltre una riduzione della percentuale di uomini sposati con relazioni extraconiugali, e in generale una diminuzione del numero di partner occasionali sia fra gli uomini che fra le donne.
Questo cambio comportamentale si sarebbe associato al cambio di linea politica, centrata prima su messaggi di promozione dell’astinenza prematrimoniale e della fedeltà nei primi anni, poi sulla distribuzione di preservativi nel 1991/1992, come si è verificato dall’aumento significativo della quantità di preservativi inviati in Uganda da agenzie di cooperazione e donatori internazionali nel corso degli anni ’90.
Anche secondo Dan Kirby, quindi, la riduzione del numero dei partner sessuali sarebbe il fattore principale nel controllo della propagazione del virus nella popolazione, anche se un maggiore uso del preservativo avrebbe contribuito a ridurre ulteriormente la trasmissione fra chi ha continuato a mantenere relazioni sessuali occasionali con vari partner. Il preservativo avrebbe quindi giocato un ruolo importante solo dove i messaggi di astinenza e fedeltà hanno fallito.
Questa posizione è stata messa in discussione da un gruppo di ricercatori della ‘John Hopkins Bloomberg School of Public Health’. Maria Wawer e colleghi hanno presentato i risultati di uno studio condotto nella provincia del Rakai, in Uganda, il quale attribuiva all’aumento della mortalità dovuta all’AIDS e alla diffusione dei preservativi la causa della diminuzione nella prevalenza di HIV osservata nella regione fra il 1994 e il 2003.
Nonostante questa evidenza, Green e Kirby continuano a ritenere che la riduzione delle relazioni e dei partner sessuali abbia giocato un ruolo maggiore nel controllo dell’epidemia.
La promozione dell’utilizzo dei preservativi non è stata infatti un elemento centrale nelle prime fasi della risposta all’AIDS del Governo Ugandese per le resistenze manifestate dal Presidente Museveni e da alcuni leader religiosi, ma si è diffusa nel paese dalla metà degli anni ’90, quando già si stava verificando una significativa riduzione nell’incidenza di nuove infezioni. L’uso del preservativo non potrebbe quindi spiegare la diminuzione della trasmissione dell’HIV nel Rakai prima del 1994.
Ciononostante, secondo tutti gli autori, è probabilmente indispensabile sostenere tutte e tre le componenti della strategia ABC, piuttosto che promuovere uno solo dei 3 elementi. In particolare, sostengono che vi sarà sempre la necessità di promuovere l’uso dei preservativi a livello individuale e di gruppi maggiormente a rischio d’infezione.
fonte http://saluteinternazionale.infoAnnalisa Rosso

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LA THURMAN E LE BIMBE SOLDATO: UN FILM SUGLI ORRORI IN UGANDA
2 settembre 2009

«Era il 9 ottobre 1996 quando l’Esercito di Resistenza del Signore ha fatto irruzione nel dormitorio della mia scuola e mi ha rapito». Grace Akallo ha 26 anni ed è una delle 139 ragazze sequestrate tredici anni fa dal gruppo ribelle dell’Uganda in un commento di Aboke, nel nord del Paese. La sua storia l’ha raccontata in Campidoglio a Roma un paio di mesi fa e l’ha scritta nel libro ‘Girl Soldier’ del 2007. Adesso, con lo stesso titolo, la notte del rapimento e l’eroico tentativo di una suora italiana di sventarlo, rivivono in un film di Hollywood.
Protagonista, nei panni del personaggio ispirato alla religiosa Rachele Fassera, l’attrice americana Uma Thurman, che sveste gli abiti aderenti di Kill Bill per passare, sotto il velo, dalla parte dei buoni. E continuare a combattere. Fu proprio Suor Rachele, infatti – Caroline, nel film – a inseguire i rapitori che avevano portato via le ragazze, sfidando a ogni passo il pericolo delle mine lasciate dai ribelli lungo il percorso. Alla fine, dopo aver trattato con i sequestratori, riuscì a riprendersi 109 studentesse del St. Mary College, la scuola di cui era vicedirettrice. Una liberazione che volle dire salvezza da un destino da bambine-soldato o da premature concubine dei ribelli. Questa, infatti, accompagnata da stupri e mutilazioni, la sorte riservata dall’Esercito del Signore alle minori sequestrate. Tutti mini-miliziani impegnati nella guerriglia, invece, i maschi.
«Ovviamente in alcuni momenti la realtà diventa fiction. Ma stiamo tentando di mantenere il film il più fedele possibile ai fatti» dice alla Bbc Will Raee, regista indipendente californiano che firma la pellicola. «Anche per questo i bambini-soldato saranno attori ugandesi» aggiunge. Il sequestro di Aboke, avvenuto nel giorno del trentaquattresimo anniversario dell’indipendenza dell’Uganda – il 9 ottobre 1962 – è uno degli episodi emblematici dei vent’anni di guerriglia dell’Esercito del Signore nel nord del Paese: le organizzazioni internazionali stimano che nel conflitto furono rapiti oltre 30 mila bambini e morirono 100 mila persone.
Il gruppo dei ribelli, in lotta contro il governo centrale, fu fondato nel 1987, un anno dopo la presa del potere da parte di Yoweri Museveni, ancora oggi presidente dell’Uganda. «Fin da allora il leader del gruppo fu Joseph Kony, un fanatico religioso che si dichiara portavoce di Dio e che vorrebbe fondare un governo basato sui Dieci comandamenti» spiega al telefono dalla capitale Kampala, Topher Mugumya, manager di ‘Save the Children’.
Di Kony si sa anche che fin da piccolo manifestò segni di squilibrio e fu ‘curato’ dall’esorcismo di uno stregone. Il suo movimento è d’ispirazione cristiana ma sincretistico: i seguaci pregano piegandosi a terra come i musulmani e lo stesso leader avrebbe 100 mogli e oltre 130 figli.
«Il fanatismo del leader, però, non basta a spiegare un ventennio di guerriglia» chiarisce ancora Mugumya. All’origine ci furono le truppe delle fazioni sconfitte da Museveni da riassorbire dopo la guerra civile, poi il sostegno ai ribelli del governo sudanese. «Nel 2006, infine, l’azione dei governativi e il nuovo contesto politico dei Paesi vicini, hanno indebolito il movimento. Che ora però agisce nella Repubblica democratica del Congo e nella Repubblica centrafricana». Pochi giorni fa, Ann Veneman, direttore esecutivo dell’Unicef, ha lanciato l’allarme sull’ex Zaire, dove negli ultimi due anni l’Esercito del Signore ha ucciso 1.200 civili e la popoazione rischia la carestia: «I contadini hanno talmente paura dei ribelli che non escono di casa e non coltivano la terra» ha spiegato il direttore.
«Proprio perché le violenze sono ancora in corso, se fatto con responsabilità e intelligenza, il film può essere utile a richiamare attenzione», commenta l’ex bambino soldato ugandese John Baptist Onama, che ora insegna Europrogettazione all’università di Padova. Lui, nato a Gulu, capitale di quello stesso nord dove imperversò l’Esercito del Signore, fu arruolato qualche anno prima, nel 1980/81, quando già il Paese conosceva la lotta interna tra eserciti. «Mi piacerebbe però – aggiunge – che l’ultima parola non fosse la violenza ma la ricostruzione dopo la violenza».
fonte www.corriere.itAlessia Rastelli

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CAMBIAMENTI CLIMATICI: RISCHIO ESTREMO PER I PAESI AFRICANI
4 settembre 2009

Sono l’Africa e l’Asia meridionale le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze: sono le conclusioni di uno studio condotto su un campione di 166 Paesi dalla Maplecroft, società inglese che si occupa di analizzare i rischi internazionali per il mondo degli affari.
Lo studio – che ha preso in esame 32 parametri differenti quali economia, istituzioni e gestione, sviluppo umano e salute, ecosistemi (gestione delle foreste, impatto umano sull’erosione del suolo), sicurezza dell’approvvigionamento delle risorse (acqua, prodotti alimentari, energia) e infine ripartizione della popolazione e infrastrutture – pone ben 22 paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo.
Il documento, prendendo in esame i rischi implicati dalla località geografica del paese, ma anche la capacità delle singole nazioni di rispondere a eventuali emergenze e superarle grazie a denaro, strutture e tecnologie, pone quindi in testa alla classifica dei paesi a rischio i cosiddetti ‘Stati falliti’: la Somalia per l’Africa, Haiti per l’America Latina l’Afghanistan per l’Asia. In cima a questa classifica della paura figurano quasi la metà dei paesi africani, ma anche alcune zone dell’Asia meridionale (dal Bangladesh allo Sri Lanka, passando per Pakistan e, anche se con indicatori più ottimistici, l’India).
Fatta eccezione per Cile e Israele, nella lista dei 41 paesi a basso rischio figurano tutti i paesi europei e quelli della Penisola arabica. Gli Stati Uniti e l’Australia – principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica tra i paesi sviluppati – figurano tranquillamente tra i 15 paesi con minor rischio di subire conseguenze drammatiche dai cambiamenti climatici.

fonte www.misna.org

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IN UGANDA IL COMMERCIO DEL CARBONIO PROVOCA L’ESPULSIONE DELLE COMUNITÀ LOCALI
8 settembre 2009

Secondo i piani di commercio del carbonio, le imprese responsabili del rilascio dei gas serra possono scegliere tra la riduzione delle emissioni, oppure il pagamento del diritto di continuare a inquinare, investendo in progetti di riduzione dei gas in altri paesi.
Le Nazioni Unite considerano il mercato del carbonio un sistema efficace per orientare gli investimenti verso la riduzione dei gas serra. Il Meccanismo di sviluppo pulito (CDM, dall’acronimo inglese) previsto dal Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 e in vigore dal 2005, ammette due tipi di progetti forestali per assorbire i gas nocivi: il rimboschimento, ossia ricoprire di alberi terreni dove il bosco era presente fino a epoca più o meno recente, oppure l’imboschimento, ossia piantare nuovi alberi in aree che da oltre 50 anni sono prive di vegetazione.
Una di queste iniziative attuate in Uganda ha suscitato grandi controversie. Il progetto, lanciato dall’organizzazione olandese FACE (Forests Absorbing Carbon-Dioxide Emissions), coinvolta nel mercato volontario del carbonio, ha causato l’espulsione della comunità Benet dai suoi territori ancestrali, l’area scelta per piantare gli alberi.
La Fondazione FACE collabora con l’Autorità per la Fauna e la Flora dell’Uganda (Uwa, dalla sigla inglese) nella semina di alberi entro i limiti del Parco Nazionale Monte Elgon, nella regione orientale del paese.
Il piano della Fondazione prevedeva la semina di 25mila ettari di alberi per assorbire il biossido di carbonio e così compensare l’inquinamento di una nuova centrale termica a carbone per la produzione di 600 megawatt di elettricità in Olanda.
L’autorità ugandese emetterà certificati di riduzione delle emissioni grazie agli alberi piantati, che venderà all’impresa olandese GreenSeat, che si occupa di negoziare crediti di carbonio per i suoi clienti ricchi del Nord, in particolare compagnie aeree.
GreenSeat ha calcolato per esempio all’inizio dello scorso anno che con 28 dollari si coprono i costi della semina di 66 alberi, compensando le emissioni di biossido di carbonio di un aereo che vola dalla città tedesca di Francoforte, a Kampala.
Il progetto ha una vita utile garantita di 99 anni, ma le comunità indigene montane si oppongono strenuamente. Lo sgombero ha provocato gravi disagi agli abitanti della zona, divenuti occupanti illegali che hanno perso le loro terre e altri possedimenti per mano delle guardie forestali, ci ha spiegato Moses Mwanga, presidente del gruppo di pressione Benet, che difende i diritti della comunità.
Ci sono persone che vivono in condizioni patetiche. Dopo gli sgomberi sono venuti molti funzionari, ma non è servito. È già passato un anno e continuano gli oltraggi delle guardie forestali armate dell’Uwa” ha denunciato. “Ci fermano quando cerchiamo il bambù, di cui abbiamo bisogno per vivere, o quando portiamo gli animali al pascolo, o se vogliamo prendere il miele. Ci sono stati addirittura dei morti” ha aggiunto.
Mwanga ha ribadito che le espulsioni sono avvenute in terreni che sono poi stati imboschiti. “Quando si parla di foresta, si ha l’impressione che i benet siano arrivati qui da altre zone. Ma non è questa la verità. Siamo un popolo indigeno che vive sul Monte Elgon da tempo immemorabile” ha segnalato. “È la nostra casa, non una foresta” ha sottolineato.
Il governo, nel 1993, ha stabilito che l’area sarebbe dovuta diventare un parco nazionale senza che noi ne fossimo informati. Ci disturba che dicano che viviamo in una foresta, perché questa è la nostra casa: nei nostri confronti sono sempre state commesse ingiustizie” ha aggiunto.
Nel 1993, un anno prima dell’avvio del progetto dell’Uwa con la Fondazione FACE, il governo dell’Uganda ha dichiarato il Monte Elgon parco nazionale, e da allora, la popolazione che ha continuato a vivere al suo interno ha perso ogni diritto sulle proprie terre.
Ma il responsabile dell’Uwa per il Monte Elgon, Richard Matanda, ha smentito che l’espulsione dei benet avesse a che vedere con il progetto della Fondazione FACE. “Quella gente ha invaso la foresta che dobbiamo preservare. Sono stati espulsi per permetterci di piantare gli alberi, e contribuire a conservare la fauna e la flora. Tutto quello che facciamo nella zona, compresi gli sgomberi, deve attenersi ai principi di una gestione responsabile e alle leggi dell’Uganda” ha sostenuto.
Il meccanismo di sviluppo pulito ha prodotto nel 2008 intorno ai 32mila milioni di dollari in certificati di riduzione delle emissioni nel mondo, il doppio dell’anno precedente, secondo la consulente di Point Carbon, con sede a Oslo.

fonte www.ipsnotizie.itMichael Wambi

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CONDOM AL FEMMINILE PER COMBATTERE L’AIDS IN UGANDA
9 settembre 2009

Il ministero della Salute dell’Uganda ha deciso di promuovere l’utilizzo del condom per le donne per contrastare la diffusione del virus dell’Hiv. “Con questa iniziativa, cerchiamo di aiutare le donne a difendersi dalle gravidanze indesiderate e dalle malattie sessualmente trasmissibili” ha spiegato il dottor Zainab Akol, direttore nazionale del programma presso il ministero della Salute.
L’Uganda aveva già avviato la distribuzione di 1,5 milioni di condom femminili nel 1999, ma il progetto si arenò a causa della scarsa domanda da parte delle donne. “L’iniziativa non fu adeguatamente supportata dalla promozione del prodotto, ed è su questo aspetto che adesso concentreremo i nostri sforzi” ha aggiunto il dottor Akol, che ha annunciato la distribuzione di 100.000 preservativi nella parte orientale e centrale dell’Uganda.
fonte www.medici-oggi.it

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MORTALITÀ INFANTILE IN CALO, MA E’ ANCORA INSUFFICIENTE
10 settembre 2009

Diminuiscono in tutto il pianeta le morti tra i bambini con meno di cinque anni, ma il 99% dei decessi si verifica nei paesi poveri del Sud del mondo. A darne notizia è il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), che ha diffuso oggi uno studio realizzato da demografi ed esperti sanitari.
Il numero complessivo di morti infantili nel 2008 è sceso a otto milioni e 800.000, rispetto ai 12 milioni e 500.000 del 1990, anno di riferimento per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Odm/Mdg), grazie a metodi di prevenzione più efficaci per la malaria, azioni per ridurre la trasmissione del virus della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) da madre a figlio, crescente uso di vaccinazioni e utilizzo di integratori come la vitamina A.
Progressi significativi nella lotta alla mortalità infantile sono stati realizzati, secondo l’Unicef, in molti paesi, anche se il tasso globale di miglioramento è ancora insufficiente per raggiungere gli Odm e in Sudafrica la mortalità infantile è aumentata. “Rispetto al 1990, muoiono ogni giorno 10.000 bambini in meno – ha detto Ann Veneman, direttore generale dell’Unicef – ma, nonostante i progressi compiuti, è inaccettabile che ogni anno quasi nove milioni di bambini muoiano prima di aver compiuto cinque anni”.

fonte www.misna.org

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CATTURATO UNO DEI CAPI DEI RIBELLI UGANDESI
10 settembre 2009

È stato catturato nella giungla della Repubblica centrafricana, Mickman Opuk, uno degli esponenti di punta dei vertici della ribellione ugandese dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA). La cattura, riferisce oggi il quotidiano ufficiale ugandese ‘New Vision’, è avvenuta nell’ambito dell’offensiva avviata dai militari di Kampala in Centrafrica nel tentativo di stanare i combattenti del movimento guidato da Joseph Kony. Un portavoce dell’esercito ha precisato che oltre all’arresto, i militari hanno provveduto a liberare circa un centinaio di bambini che erano stati rapiti e arruolati con la forza.
Poco a poco li stiamo costringendo a venire allo scoperto – ha detto il comandante delle operazioni – e il fatto che ci abbiano autorizzato a varcare la frontiera dimostra ormai che Kony non è più al sicuro da nessuna parte”.
Un mese fa i ministri della Difesa di Congo, Centrafrica e Sud Sudan hanno stabilito libertà di movimento ai militari attraverso le frontiere dei tre paesi, dove i ribelli ugandesi – impegnati in un processo di pace mai concluso con il governo di Kampala – sono nascosti e da dove sferrano violenti attacchi alle popolazioni civili dei tre paesi. Le Nazioni Unite, che hanno lanciato l’allarme sulla minaccia alla sicurezza che i ribelli dell’LRA pongono in vari paesi della regione centrale africana, starebbero valutando la modifica dei mandati di alcuni missioni Onu nell’area per permettere ai caschi blu di intervenire nei confronti della ribellione ugandese.

fonte www.misna.org

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CRESCITA RECORD NELLA PRODUZIONE DI RISO
10 settembre 2009

Nel 2008 la produzione africana di riso ha registrato una crescita del 18% rispetto all’anno precedente, con un aumento record in Burkina Faso (del 241%) e a due cifre in altri paesi dell’Africa occidentale come il Senegal: sono questi i dati positivi diffusi dal Centro Africano per il Riso (Adrao o Warda secondo l’acronimo inglese) con sede a Cotonou, in Benin.
In un comunicato, l’organizzazione di ricerca panafricana sostiene che le nuove prospettive per il mercato del riso sono il risultato di una serie di strategie politiche messe in pratica dai governi africani nei primi mesi del 2008, in seguito all’ondata di proteste popolari per l’aumento a dismisura dei prezzi dei cerali e le conseguenti difficoltà ad alimentarsi.
Tra le misure suggerite dall’Adrao, il maggior sostegno dei governi africani ai produttori agricoli nell’acquisto di semi di buona qualità (come il riso speciale e tutto africano ‘Nerica’), di fertilizzanti a prezzi sovvenzionati e l’adozione di nuove tecniche per poter coltivare vaste distese di terreni abbandonate e risorse idriche finora poco sfruttate. L’obiettivo dei 23 paesi africani produttori di riso membri dell’Adrao è non solo di giungere alla sicurezza alimentare delle sue popolazioni ma anche quello di diventare un esportatore del prezioso chicco bianco sui mercati mondiali; l’organizzazione sottolinea che il doppio traguardo richiede un aumento del 15% delle superficie coltivate in Africa, un ulteriore sforzo nel settore della ricerca e delle nuove tecnologie per migliorare qualità e quantità delle produzioni di riso africano, introducendo ad esempio l’irrigazione su vasta scala.
Il centro panafricano dell’Adrao è stato istituito nel 1971 da undici paesi produttori; fa parte di una rete internazionale di ricerca agricola e il suo personale è operativo oltre che a Cotonou in Senegal, in Nigeria, in Tanzania e in Costa d’Avorio.

fonte www.misna.org

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SCONTRI E INCIDENTI NEL BUGANDA, INCERTO IL BILANCIO
11 settembre 2009

E’ ancora incerto il bilancio di violenti scontri avvenuti ieri a Kampala tra esercito e sostenitori del ‘kabaka’ del Buganda, titolo che spetta al capo tradizionale della più grande etnia ugandese, quella dei baganda.
Alcune fonti, come l’agenzia sudafricana Sapa, riferiscono di sette morti, tutti civili; la stampa ugandese parla invece di 3 vittime accertate e
di 39 persone ferite. Secondo una prima ricostruzione fornita dal quotidiano ugandese ‘New Vision’, gli incidenti sono cominciati subito dopo la diffusione della notizia (finora non confermata) dell’arresto di Katikkiro Walusumbi, un rappresentante della comunità baganda atteso a Kayunga, a nord-est della capitale, per organizzare questo sabato una manifestazione di protesta contro il governo.
Gli incidenti hanno interessato Kampala, ma anche altre città del Buganda: uffici e negozi sono rimasti chiusi – scrive il ‘New Vision’ – le strade sono andate deserte, la polizia e i soldati in tenuta antisommossa hanno fatto ampio uso di gas lacrimogeni. Diverse fonti hanno anche confermato la chiusura della Cbs, emittente radiofonica vicina ai baganda e di proprietà del loro ‘kabaka’.
Il Buganda è il più grande dei regni tradizionali rimasti nell’Uganda moderno e ha dato il nome al paese (nella sua versione in lingua swahili). Delimitato dal lago Vittoria, dal Nilo e dal lago Kyoga, ospita l’antica capitale Entebbe e l’attuale Kampala; i suoi tre milioni di abitanti (un sesto circa della popolazione ugandese) parlano il luganda, insieme all’inglese principale lingua locale che viene insegnata in scuole e università.

fonte www.misna.org

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CONTINUANO GLI SCONTRI A KAMPALA CHE IERI HANNO CAUSATO 7 MORTI
11 settembre 2009

Scontri nella capitale ugandese Kampala hanno lasciato sulla strada 7 morti, tutti civili. I sostenitori di Kabaca, leader tradizionale del maggiore gruppo etnico del paese, i bantu Baganda, hanno reagito al divieto imposto al loro capo di partecipare a un confronto politico in una zona del suo regno. Un fotografo dell’Associated Press ha riferito che i militari avrebbero aperto il fuoco contro alcuni edifici da dove i contestatori stavano lanciando pietre. Altre fonti riferiscono di scontri divampati in varie arie della città.
Il leader del Regno del Buganda, uno dei quattro in cui è diviso il paese, doveva partecipare a un incontro politico per sostenere la creazione di un sistema federale nel paese. Le sue posizioni sono fortemente avversate dal governo centrale perché il federalismo aumenterebbe il potere dei leader tradizionali, figure che ora hanno solo un ruolo di rappresentanza. A quanto sembra gli scontri starebbero proseguendo anche nella giornata di oggi, ma non si sa ancora se ci sono nuove vittime.

fonte http://it.peacereporter.net

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9 MORTI A KAMPALA PER GLI SCONTRI TRA POLIZIA E DIMOSTRANTI DI ETNIA BAGANDA
12 settembre 2009

La BBC ha annunciato che negli scontri tra ugandesi di etnia Baganda e le forze militari e di polizia, mercoledì e giovedì scorsi sarebbero morte perlomeno nove persone. La rivolta è stata un’escalation di violenza nella faida che da tempo contrappone il Governo centrale e il Re (o “Kabaka”) della tribù Baganda, Ronald Muwenda Mutebi II. I Baganda appartengono al Regno di Buganda, e sono il gruppo etnico più consistente del Paese.
La scorsa settimana, Mutebi aveva annunciato l’intenzione di recarsi in visita ufficiale a Kayunga, distretto situato a circa 45 chilometri a nordest di Kampala, appartenente al Regno di Buganda ma dove vivono molti persone di etnia Banyala, la cui maggioranza vorrebbe costituire un proprio regno indipendente.
I capi Banyala avevano annunciato proteste contro la visita, consigliando a Mutebi di annullarla. Il Governo centrale ha reagito intimando a Mutebi di non recarsi nel distretto, e arrestando diversi Baganda che stavano attrezzando l’area con tende e banchetti espositivi in vista del suo arrivo. La notizia degli arresti ha mandato su tutte le furie molti membri della tribù Baganda.
Flourescent presente a Kampala giovedì scorso, ha scritto:
“Stamane mi trovavo in un taxi, quando è iniziato il notiziario del mattino sulla CBS. Ovviamente quella di Kayunga era tra le prime notizie. C’era un uomo davanti a me, talmente infuriato che ha detto: “Ye lwaki bajooga Kabaka waffe bwebatyo? …hmmm? …Tebamanyi nagwebazannya naye. Tujakubookya! Nze singa naliyo eyo ekayunga tewali munyala yandivuddewo mulamu!” (Perchè sviliscono così il nostro Kabaka? … Non hanno idea con chi hanno a che fare… li BRUCEREMO! Se mi trovassi a Kayunga, non resterebbe vivo un solo Munyala!”
Nonostante la crescente tensione, Mutebi ha proseguito i preparativi per la visita a Kayunga, inviando il Primo Ministro mercoledì scorso per prendere gli accordi necessari. Tuttavia il Governo gli ha impedito di accedere al distretto per motivi di sicurezza. A Kampala, quanti appoggiavano la visita hanno contestato la decisione del Governo. La polizia ha reagito, e la situazione è presto precipitata in una vera e propria rivolta.
Fresh Apples ha assistito agli scontri, protrattisi per l’intera giornata di mercoledì. Ecco il suo resoconto: “La polizia spara colpi di Kalashnikov e gas lacrimogini contro i manifestanti, che nel frattempo stanno dando alle fiamme una stazione di polizia nel vecchio parcheggio dei taxi. Riesco a sentire molti colpi d’arma da fuoco. I taxi vengono fatti tornare indietro, verso i sobborghi. La polizia spara sui veicoli che provano a passare per la città, mandando in frantumi i finestrini.
Anche GayUganda, che vive a Kampala, descrive gli scontri: ”Una vera e propria rivolta spontanea della gente. Strade in fiamme, strade deserte. Le arterie principali sono interrotte. E il caos regna sovrano. E l’inno della rivolta è l’inno del Buganda. Dio, quanta gente lo conosceva prima d’oggi?
Gli ugandesi della capitale hanno usato anche Twitter e Facebook per raccontare l’accaduto:
Siamo vicini al taxi, sono le otto di sera e la gente attraversa con le mani alzate. C’è un incendio in mezzo alla strada.”
Ok. Ora stiamo proprio scappando per salvarci la vita.”
Altri ugandesi (che usano account Twitter protetti, per la privacy) riferiscono: “Kampala è in fiamme” e “intrappolato nel mezzo di una città in fiamme… la polizia spara gas lacrimogeni e proiettili veri! Che Dio ci salvi!
Araalingua, statunitense residente a Kampala, ha messo insieme una serie di messaggi di status da Facebook di suoi amici che vivono in città:
“C’è una rivolta a Kampala! Stazioni di polizia in fiamme, cadaveri per le strade… Cosa vogliono ottenere i Baganda, uno Stato sovrano tutto per loro?”
“Nel bel mezzo di una battaglia in cui non c’entra nulla. Pallottole, blocchi stradali, focolai, ingorghi e soldati ovunque. In questo momento ho nostalgia di casa.”
“Il rumore delle raffiche fuori dalla mia finestra mi preoccupa… spero che tutti voi là fuori stiate bene.”

Tumwi, su Ugandan Insomniac, riflette sul ruolo del Governo in queste rivolte:
“Il numero dei morti innocenti in questo trambusto mi manda il cuore in pezzi. Tutta questa distruzione è del tutto gratuita. Ma poteva essere prevenuta… ovviamente. Sicuramente, il Presidente Yoweri Museveni e il suo Governo avrebbero dovuto scoprire, con vent’anni di ritardo, che non si può sopprimere il dissenso con la forza. Non aveva funzionato per loro negli anni 1980 e, per la miseria, non funzionerà neanche stavolta.”
fonte
http://it.globalvoicesonline.orgRebekah Heacock tradotto da Stefano Ignone

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DOPO SCONTRI, NUOVI BILANCI E APPELLI AL DIALOGO
14 settembre 2009

È di 21 morti e almeno 96 feriti il bilancio delle violenze avvenute tra giovedì e sabato tra forze dell’ordine e sostenitori del re tradizionale della più grande etnia ugandese, quella dei baganda. Lo riferisce il quotidiano ugandese ‘The New Vision’ citando fonti ospedaliere.
Tra le vittime, anche un bambino di due anni, colpito da una pallottola vagante mentre si trovava nella sua casa. Secondo il generale Kale Kayihura, capo della polizia, “la situazione è sotto controllo” in tutta l’Uganda, dove circa 550 persone sono state arrestate in relazione alle violenze.
Rispondendo alle domande di giornalisti su possibili eccessi nella repressione delle forze dell’ordine, Kayihura ha sostenuto che alcuni giovani possedevano armi illegali. Il governo di Kampala ha chiesto un incontro urgente tra il re dei baganda, il ‘kabaka’ Ronald Muwenda Mutebi II, e il presidente Yoweri Museveni, che si è detto pronto al dialogo.
Restano intanto chiuse le cinque radio vicine a Mutebi accusate dal governo di “evitare la diffusione di possibili messaggi di odio in grado di fomentare violenze”.
All’origine degli scontri, secondo le ricostruzioni, il divieto imposto dal governo a un viaggio del ‘kabaka’ a Kayunga, capitale del Buganda, uno dei quattro antichi regni nei territori a nord-est della capitale, sede tradizionale dell’etnia baganda.
fonte www.misna.org

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PICCOLE CENTRALI PER USARE L’ENERGIA DEI FIUMI E AIUTARE L’AGRICOLTURA
14 settembre 2009

Piccole centrali idroelettriche rifornite da mini-sbarramenti sui corsi d’acqua potrebbero portare l’energia elettrica nelle zone rurali e garantire lo sviluppo agricolo: lo sottolinea un nuovo studio, realizzato dalle Nazioni Unite.
Steven Hunt, esperto in energie rinnovabili e uno degli autori della ricerca, sostiene che finora è sfruttato solo il 7% del potenziale idroelettrico africano, spesso attraverso grandi impianti che, oltre a essere costosi, hanno un impatto negativo sull’ambiente, come il controverso progetto di diga di Grand Inga nella Repubblica democratica del Congo.
Le piccole centrali idroelettriche, si legge nello studio, possono essere integrate nella rete elettrica nazionale, in reti locali o rimanere isolate, magari in associazione con sistemi di irrigazione. In genere, si definisce piccola centrale idroelettrica un impianto capace di produrre tra 10 chilowatt e 10 megawatt di potenza, la cui gestione può essere affidata alle comunità contadine senza richiedere grandi interventi della burocrazia. I piccoli sbarramenti contribuiscono non solo a regolare il regime delle acque superficiali, ma anche ad arricchire in modo più distribuito, attraverso l’infiltrazione, le falde sotterranee.
Per diffondere le conoscenze in materia sono stati creati alcuni centri regionali di formazione, come il Regional Centre for Small Hydro-power ad Abuja, promosso dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao).

fonte www.misna.org

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SEDUTA PARLAMENTARE STRAORDINARIA DOPO I DISORDINI
15 settembre 2009

Il Presidente Museveni ha convocato una sessione straordinaria del Parlamento durante la quale dovrebbe dare spiegazioni per i disordini verificatisi la settimana scorsa, in cui sono morte 24 persone e altre 96 sono rimaste ferite, e riguardo alle tensioni con il kabaka (sovrano) del Buganda, accusato dal governo di Kampala di aver violato la Costituzione entrando in politica.
Durante la seduta Museveni cercherà di assolvere l’amministrazione ugandese dalle accuse di responsabilità politica per gli scontri e difenderà la condotta degli agenti della sicurezza durante i disordini, accusati dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch di aver reagito con eccessiva violenza e di aver addirittura sparato contro civili inermi. Il presidente affronterà probabilmente anche un altro argomento delicato: la libertà di stampa, riguardo a cui dovrà difendere il provvedimento di sospensione di nuove licenze per i media emanato ieri.
Il leader del partito di opposizione FDC, Kizza Besigye, ha dichiarato che il governo dovrebbe ammettere le proprie responsabilità per gli scontri avvenuti all’interno e nei dintorni della capitale dopo che era stato impedito a un responsabile del re del Buganda di recarsi in uno dei suoi territori tradizionali.
Intanto fonti locali hanno reso noto che 164 persone, per la maggior parte giovani tra i 18 e i 30 anni, accusati di riunione non autorizzata, tafferugli e incitamento alla violenza, sono stati rinviati a giudizio ieri e resteranno in carcere fino all’inizio del processo.
fonte http://it.peacereporter.net

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UGANDA, IL GELO NELLA FORESTA
16 settembre 2009

Il Nord dell’Uganda è perseguitato da una feroce guerra intestina da numerosi anni. L’esercito del comandante Kony, un delirante mistico in abiti militari, minaccia indisturbato il territorio e le persone. La gente non lavora, non coltiva i campi, una porzione di paese appassisce nella paura. La caccia all’uomo, diventata nel tempo poco credibile, continua senza sosta e l’esercito regolare di Kampala ha ottenuto l’autorizzazione dalla Repubblica Centrafricana per operare nei territori di sua competenza dove sembra si siano nascosti alcuni dei ribelli al seguito di Kony.
L’Uganda, fatta eccezione per la zona semidesertica della Karamoja, non è l’Africa del deserto arrugginito dal sole. E’ una perla di laghi e di fertilissimo verde, ma la paura impedisce ogni forma duratura di riscatto. La vita è ferma, l’istruzione dei bambini, i passi dei loro interminabili tragitti per andare a scuola non sono sicuri, l’economia è in arresto. Negli ultimi mesi l’esercito ugandese ha operato nelle zone del Parco della Garamba, nella Repubblica Democratica del Congo e, proprio qui, i ribelli nascosti avrebbero commesso numerosi massacri di civili, fino a disperdersi nel territorio della Repubblica Centrafricana, teatro delle nuove operazioni belliche.
Il criminale Kony, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, sembra diventato un fantasma. Compare per qualche grido d’assalto alla stampa locale, il governo sembra conoscere ogni suo spostamento; di lui si raccontano le gesta terribili e le stranezze efferate del privato, ma fugge e continua a fuggire. I villaggi scompaiono dalle cartine e la popolazione è contagiata da troppo tempo da una paura paralizzante.
Nella zona orientale, soltanto vicino alla missione di Dongu, da 25 villaggi ne sono rimasti 5. La gente che scappa è finita a sovrappopolare i centri urbani che non riescono a sostenere i nuovi arrivi.
Quegli abitanti in fuga sono diventati i disperati straccioni delle città, i nuovi ammalati, i pària della vita urbana. E quella terra verde che poteva nutrire ancora quei centri abitati e quelle famiglie è stata abbandonata.
Improduttiva e dimenticata.
Gli aiuti mirati delle ONG, le attività delle missioni disperse nei luoghi più remoti della lingua acholi – quella parlata nel nord del paese – é ormai chiaro che non potranno bastare a sollevare il popolo e quelle terre da ferite così profonde. Famiglie mendicanti, figlie femmine rapite e stuprate, giovani maschi drogati per combattere in fasce rappresentano ormai una diaspora costante interna ai confini ugandesi.
E’ davvero strano raccontare di questa foresta piena di spettri che continua a uccidere e a fare saccheggi. Strano che il governo non riesca ad ottenere risultati, ma ripetute condizioni da parte dei ribelli e fasulli annunci di tregue e mediazioni. Negoziati di carta. Strano, soprattutto ora che le nuovi basi dei ribelli sono in Congo, ricercate anche dai militari congolesi appoggiati dalla missione ONU. Gli interrogativi di una guerriglia interna che sembra troppo utile a tanti iniziano a diffondersi anche tra le persone più comuni e la sensazione è che quei feroci assassini non siano solo fantasmi. Non per tutti.
Le ultime notizie dicono che l’esercito regolare è diventato più attivo, finalmente. E il governo del presidente Museveni cosa fa? Mantiene cristallizzata la sua finta repubblica, non si affanna ‘all’occidentale’, come é solito dichiarare, sui grandi traumi del suo paese e riesce a rimanere sempre con le mani pulite. Amico dell’Occidente pur esprimendo allergia per il concetto politico del multipartitismo, a suo avviso molto poco adeguato al pianeta Africa, non ha sradicato la piaga di un conflitto fatale per la sua gente ed è rimasto, indiscutibile faraone, al posto di comando.
L’annunciato impegno del governo per il rientro dei profughi nei villaggi si è dissolto senza troppe spiegazioni. I campi profughi che andavano chiusi sono rimasti lì, gonfi di orfani e disperati. La lettura di questo scontro tra il governo dei buoni e l’opposizione dei cattivi sanguinari sembra spiegare sempre meno i fatti e con sempre meno persuasione.
Le cause sono lontane nel tempo. Il governo ha lavorato sempre per il sud dell’Uganda, la terra del Presidente, seppellendo il Nord e spaccando in due il paese. Oscuri intrecci sono quelli che animano Kampala. Oscuri i rapporti tra il Presidente e la tribù dei pastori seminomadi Karamojong, improvvisamente ben armata di fucili automatici ai danni della popolazione del Nord. Nello scontro con i ribelli non convertiti e rimasti al seguito di Kony è sempre stato lo stesso governo centrale a coinvolgere la popolazione dei villaggi contro il nemico finendo con l’incentivare la persecuzione porta a porta dei civili.
Le operazioni di Kony hanno ricevuto cospicui aiuti dal Sudan, mentre dal 2001, l’annovero dei rivoltosi nella lista nera dei terroristi, ha coperto Musuveni di succulenti dollari americani e lo ha fregiato di frequenti strette di mano con la Casa Bianca.
Ma allora come fa un governo con sponsor occidentali di grosso calibro e soldati ben addestrati a non annientare i ribelli? E’ proprio questa domanda, apparentemente ingenua, a far calare un’ombra sui piani del governo. A cosa serve una guerra che appare troppo ridicola per sembrare infinita? A ridurre all’inettitudine un paese intero, forse. A lasciare in pace il potere, a lasciare quella gente lì dove sta, come sta.
Emily è una bambina di Gulu. Era seguita da un progetto di adozione a distanza. Di lei non si hanno notizie da tempo. Dove è fuggita, chi l’ha presa, nessuno può stabilirlo in una terra fuori controllo. Per lei, piccola di 9 anni, la foresta era davvero abitata di fantasmi. La guerra lì nasce e cresce come una pianta da terra. C’è e basta. Fa parte del paesaggio, si attacca ai colori della frutta e ai piedi scalzi arroventati dal terreno. Emily e tanti bambini sono diventati invisibili. Perduti. Ma c’é la guerra in Uganda, ancora guerra e ce ne sarà anche per domani. Non c’è tempo per cercarli, né modo. E’ fredda la foresta che li ha mangiati ai margini dei villaggi. Qualcuno in città dice che forse un giorno torneranno. Altri non li aspettano più.

fonte
www.altrenotizie.orgRosa Ana de Santis

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I “REGNI TRADIZIONALI” DELL’UGANDA
16 settembre 2009

Gli scontri della settimana scorsa in Uganda tra la polizia e i sostenitori del ‘Kabaka’, il re tradizionale del Baganda, Ronald Muwenda Mutesi II, hanno posto all’attenzione della nazione e della comunità internazionale la questione dei regni tradizionali ugandesi.
Si tratta di un problema che risale al 19esimo secolo, quando con l’arrivo della colonizzazione venne sconvolto l’equilibrio che si era creato tra i diversi regni che rientrano nel territorio dell’Uganda odierno. L’amministrazione coloniale inglese integrò nel proprio ambito i re dei diversi regni ugandesi, secondo il principio della ‘indirect rule’, che trasformava i poteri tradizionali africani e asiatici in agenti del colonizzatore britannico.
I
l regno più importante era (ed è ancora) il Buganda, che si estende nell’Uganda centrale lungo le rive del Lago Vittoria. I colonizzatori inglesi, in cambio della collaborazione del re (Kabaka) del Buganda, permisero al regno di estendesi a scapito del regno di Bunyoro, originando una disputa tra i due regni che dura ancora oggi.
Il regno di Bunyoro, che attualmente ha 700mila abitanti, si trova nell’Uganda occidentale, lungo le rive del lago Albert. Il Bunyoro (retto da un ‘Omukama’) , che all’epoca della conquista coloniale era uno dei regni militarmente più forti, si oppose alla colonizzazione. Per questo motivo fu punito dagli inglesi con il trasferimento di alcuni territori al Buganda. La recente scoperta di importanti giacimenti di petrolio sul suo territorio ha reso strategico il controllo di questo regno da parte delle autorità centrali di Kampala.
Sulla riva orientale del Lago Vittoria, il Busoga è uno dei regni più antichi del paese. Governato da un Kyabazinga, il regno ha circa due milioni di sudditi. Il regno è stato agitato da una lotta di successione dopo la morte nel 2008 del re Henry Wako Muloki. L’intronizzazione di Edward Columbus Wambuzi come nuovo Kyabazinga (sovrano) non ha risolto del tutto la disputa. Sempre in Uganda occidentale si trova il regno Toro con circa 800mila sudditi, che ha stretti legami con il leader libico Muammar Gheddafi.
Nel nord Uganda, gli Acholi sono organizzati in gruppi di clan presieduti da un Rwot, o capo supremo. Dopo due decenni di violenza contro i civili da parte dei ribelli del Lord’s Resistance Army (Esercito di Resistenza del Signore, LRA), circa due milioni di Acholi sono stati costretti a rifugiarsi in campi profughi. Dato che gli appartenenti all’LRA sono essi stessi acholi, le autorità locali stanno utilizzando il sistema tradizionale di giustizia di questa popolazione, chiamato ‘Mato oput’, nel quale il colpevole viene assolto se confessa il suo delitto e si dimostra pentito – per cercare di recuperare i membri dell’LRA che decidono di abbandonare il movimento di guerriglia.
Nell’Uganda sud-occidentale, la popolazione Banyankore (o Banyankole) è suddivisa in due gruppi, il minoritario Bahima (pastori) e quello maggioritario Bairu (agricoltori). Questi sono i regni più importanti dal punto di vista storico e demografico ma ve ne sono diversi altri riconosciuti dal governo di Kampala.
Dopo l’indipendenza (1962), il rapporto tra il governo centrale di Kampala e i diversi regni è stato al centro della discussione politica tra i sostenitori di uno Stato centralizzato e quelli di una federazione nell’ambito della quale i re continuassero a esercitare un ruolo politico e amministrativo.
Dopo il golpe di Milton Obote (1966), i regni vennero aboliti (1967). Vennero ristabiliti come ‘istituzioni culturali’ nel 1993 dall’attuale Presidente Yoweri Museveni, la cui ascesa al potere era stata appoggiata dai sudditi del Buganda.
Il Buganda è entrato in conflitto con le autorità centrali di Kampala da quando, circa due anni fa, ha reiterato l’antica richiesta di trasformare l’Uganda in una federazione.
Sullo sfondo rimangono le elezioni presidenziali del 2011 e le dispute territoriali tra i diversi regni, che se non gestite con accortezza potrebbero compromettere l’unità nazionale.
fonte
www.fides.org

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IN DEFENCE OF FREEDOM OF SPEECH
20 september 2009

The government closed four radio stations accusing them of inciting violence and spreading a hate campaign. What’s your take?
Mutabazi: “That was absolutely in order. The government took the decision to close because at that time two people were already dead. How many more should we have waited to die before coming in yet it was clear that what was coming from these radios were not helping matters.”
Mwesige: “The government’s action – and here I guess the Broadcasting Council and government are one and the same – was excessive. We have laws, draconian ones I must add, that the government could have invoked to bring ‘offending’ radio presenters to order. They did not have to close the radio stations. Kalundi Serumaga was arrested allegedly for utterances he made on WBS but the station was not closed. And here I am not condoning Kalundi’s arrest, which was equally unwarranted, but pointing out the contradictions in the government’s stance towards the media. I must add, however, that journalists and media owners should also recognise that there is a section of the public that supports the government’s decision to close the radio stations because they felt they had overstepped their mandate and were in fact promoting ethnic hatred and inciting violence.
They should recognise the legitimate fears out there that if they don’t exercise their power with responsibility, there is a real danger that they could indeed incite violence and ethnic hatred. We are often reminded about what happened in Rwanda where Radio Mille Collines used hate speech to add fire to the fuel of genocide. But we must also recognise that African governments, including ours, have exploited these fears to muzzle legitimate expression and press freedom. We should distinguish between hate speech, which should be condemned, and dissent and criticism, which are legitimate.”

Was the closure of radio stations the answer to the violent demonstrations?
Mutabazi: “Absolutely. They were. These radios were mobilising people against the authority. The police had issued clear instructions about the whole thing but these radios were opposing that – the authority of the police.”
Mwesige: “The riots provided the trigger for the closure of the radio stations, but this is something we had seen coming. The President had been warning radio stations and other media houses. In April 2007, I attended a meeting where the President accused radio station owners of ‘irresponsibility and irrationality’ by allowing their media houses to be used by what he called saboteurs – his description of the political opposition. He blamed the media and saboteurs for the deaths in the Mabira demonstration and reminded the owners that their stations had been ‘licensed to inform, educate and entertain, not to ‘nnoy, insult, misinform and sabotage’. At the same meeting, the President revealed that he had instructed his security agencies to monitor programming on all radio stations and bring to his attention those that break the law.
Now, I have always been a big advocate of quality in the media. The media indeed have the responsibility to be accurate and fair but the government is wrong to criminalise their failures in that direction.”

Human rights organisations have condemned the closure of these radio stations, saying it’s an abuse of freedom of expression. Is there a limit to freedom?
Mutabazi: “Definitely there are limits to freedom of expression. What is more important than the right to live? So I don’t agree that freedom of expression is more important than the right to live so we have a duty to protect that.”
Mwesige: “Article 29 of the Constitution provides that every person shall have the right to freedom of speech and expression, which shall include freedom of the press and other media. Article 43 of the Constitution provides for circumstances under which this freedom and other freedoms in our Bill of Rights could be limited. It says in the enjoyment of the rights and freedoms prescribed in our Bill of Rights, no person shall prejudice the fundamental or other human rights and freedoms of others or the public interest. But that same article also provides that the limitations on fundamental human rights, including the right to freedom of expression, must be acceptable and demonstrably justifiable in a free and democratic society. In my view, legislation against hate speech, for instance, would probably be a justifiable limitation in a free and democratic society, but laws that tantamount to saying you can’t abuse or annoy the President would not pass the constitutional bar that our Supreme Court has set. That is why I am hoping that the Supreme Court will soon strike down the law of sedition, under which Serumaga was charged.
Serumaga accused the President of poor upbringing and blamed this for Uganda’s current crisis. Now, it may be bad manners for Serumaga to use the language he used, but surely that is protected speech. Similarly, the President may have a point about radio stations being used to incite violence and ethnic hatred, but he loses my sympathy when he justifies their closure on the additional grounds that the stations were abusing him and the NRM. I think as Uganda’s chief ‘abuser’, the President should recognise that this comes with the territory. It is obviously distasteful when we allow our politics and public dialogue to be characterised by abuses and insults, but we face a greater danger when we criminalise expression simply on account of it being annoying or uncomfortable.”

The government has accused some radio talk show presenters of deviating from the principles of journalism. Shall we see government coming up with strict regulations on the presenters?
Mutabazi: “There are already laws regulating presenters. However, we don’t believe in censorship but a good job.”
Mwesige: “You bet. As we approach the 2011 elections, we are going to see more moves by the government to rein in the media. I think talk show hosts and radio presenters as well as journalists have a responsibility to conduct research, to correct distortions on the airwaves, to be fair and all that. But I don’t agree that they should be sent to jail for violating these standards which many of us hold dearly.”

Is the rapid increase of FM radio stations to over 40 in the last 10 years a sign of development or disaster?
Mutabazi: “It is a sign of development and our policy is to spread it across the country. The only problem is the misuse of this platform. Most of the producers and DJs or presenters are not qualified and this is something we want to sort out so that we have qualified and objective people.”
Mwesige: “As long as the spectrum is regulated and listeners can get clear signals from whatever station they choose to listen to, I don’t see any disaster here. But I must add that the proliferation of radio stations has not necessarily improved the quality of information out there.”

What should the government do to help the media in Uganda maintain ethical standards?
Mutabazi: “Not all qualified journalists are angels. For example, the performance of WBS talk show host and the one of Mr Sserumaga was uncalled for.Mr Kibazo should have taken charge of the programme; this is not like the print media where somebody has a choice to buy the copy or not. “
Mwesige: “The government should support the creation of more credible and independent regulatory bodies that can conduct research on media performance and practice and use civic mechanisms to hold those who violate ethical standards accountable. It is disturbing that the Broadcasting Council is known for either denying licences to radio stations or closing them. It is not known for providing meaningful media monitoring information that civil society and the media could use to hold journalists accountable.
Instead of investing in such activities, the President is busy giving public resources to security organisations that are now charged with the extra responsibility of media monitoring. I hear the Uganda Police even has a media crimes desk!
The government should also ensure that all its departments facilitate fast citizen access to information. It should tear down the walls of secrecy and the culture of silence around many official operations.”

Even the qualified journalists have fallen prey to the law. Is this an issue of qualifications or intimidation?
Mutabazi: “We intend to interact more with the media and organize several workshops and seminars to sensitize the media. We also need to ensure and enforce the minimum qualification of people in the media. ”
Mwesige: “It is very difficult to operate in an environment where one man decides what is acceptable speech and what is not. I mean I can understand, even as I disagree, the government’s decision to charge journalists under our draconian laws. At least we know those laws and we should continue the struggle to have them repealed or amended. But what about recent moves by the government to arrogate itself the right to decide who can host a talk show on Radio One or WBS? Under what law are these people operating?”
fonte www.monitor.co.ug

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PARLA UN MISSIONARIO: “LUCI E OMBRE DI UN RAPIDO SVILUPPO”
22 settembre 2009

L’Uganda è un paese in rapida trasformazione, una trasformazione che si è velocizzata ulteriormente con l’arrivo della pace e la fine del conflitto che per 20 anni ha scosso il nord del paese; una trasformazione che porta con sè luci e ombre”: è un quadro a tutto tondo dei notevoli passi in avanti compiuti dall’Uganda negli ultimi anni quello che, in un’intervista con la MISNA, tratteggia monsignor Giuseppe Filippi, oggi vescovo della diocesi di Kotido (nella delicatissima regione della Karamoja, estremo nord-est dell’Uganda a ridosso dei confini di Kenya e Sudan), ma per anni superiore provinciale dei missionari comboniani a Kampala.
Per comprendere la rapidità della trasformazione ugandese a cui fa riferimento basta prendere in esame i dati relativi alla crescita economica nazionale, che a lungo si è aggirata intorno al 15% e che, nonostante la crisi economica, si attesterà intorno a un +5% anche per l’anno in corso. I numeri della macroeconomia in Africa non vanno sempre d’accordo con lo sviluppo reale delle condizioni di vita delle sue popolazioni, ma l’Uganda negli ultimi anni – soprattutto da quando con l’avvio dei negoziati di pace nel 2006 tra il governo e ribelli del Lord’s Resistance Army (LRA, Esercito di Resistenza del Signore) ha chiuso un conflitto ventennale – è riuscita a compiere grandi passi in avanti, con miglioramenti sensibili nella vita politica, in quella economica, nei sistemi sanitari e dei servizi ai cittadini e, soprattutto, nel rapido sviluppo che negli ultimi anni ha registrato il settore scolastico.
L’introduzione di programmi di ‘Educazione Universale’ sia nella scuola primaria che secondaria, si è accompagnato al ‘boom’ delle università. “Nel paese ci sono ben 27 università, ciascuna con 5-6000 studenti. Questo sviluppo, sicuramente positivo, porta con se’ alcune complicazioni e stanno cominciando a nascere problemi di qualità della formazione con forti discrepanze tra varie zone del paese” dice padre Filippi.
Con l’aumento delle università e la crescente urbanizzazione della popolazione, a cominciare dai giovani che lasciano le campagne per recarsi nei grandi centri urbani, aumentano anche i laureati ‘prodotti’ dal sistema scolastico ugandese. “Ma il paese non è in grado di assorbirli tutti – spiega padre Filippi – e la disoccupazione sta registrando gli aumenti maggiori proprio tra i giovani laureati. Così sta crescendo l’insoddisfazione e sono in molti a volersene andare. Con lo sviluppo e la globalizzazione crescono le aspettative di questi ragazzi. Aspettative a cui, oggettivamente, il paese non riesce ancora a far fronte appieno”. Il miglioramento delle condizioni di vita, dell’economia e dello sviluppo in genere hanno portato a un aumento notevole della popolazione, passata dai 9 milioni di abitanti del 1975 ai 31 milioni stimati oggi.
La sovrappopolazione sta diventando una questione seria. La crescita demografica sta portando ad un aumento delle tensioni a vari livelli: nelle famiglie, nelle comunità tradizionali, ma soprattutto nel delicato settore delle proprietà terriere” spiega il vescovo missionario toccando un tema centrale: la terra.
Quello della terra è un problema ricorrente in Uganda, così come in molti altri paesi africani soprattutto se in fase di post-conflitto. La fine della guerra nel nord ha acceso la questione terra tra gli occupanti dei campi per sfollati che, ritornati nelle zone di origine, si sono ritrovati a contendersi i terreni in assenza di certificati di proprietà ufficiali. La situazione si riesce a controllare se nelle comunità ci sono degli anziani, memoria storica e riconosciuta dei villaggi, ma altrimenti la terra sta già dando vita a forti tensioni sia nelle zone rurali che intorno ai centri urbani. Tensioni in grado, come avvenuto recentemente nella zona di Kampala con il ‘Kabaka’ (re) dei Baganda, di sfociare in violenze” spiega padre Filippi.
Tra luci e ombre, lo sviluppo accelerato registrato negli ultimi anni dall’Uganda ha provocato contraccolpi non solo nelle zone rurali, ma anche nei centri urbani con un aumento sostenuto della classe media. “Una volta le uniche automobili che giravano in città erano quelle dei militari, dei politici, delle associazioni umanitarie, dei missionari e dell’Onu. Oggi le strade sono trafficate come quelle italiane e noi missionari siamo gli unici ad andare in giro con macchine di seconda mano” dice con ironia Filippi, lamentando come lo sviluppo economico rapido e la globalizzazione della cultura abbia favorito la rimozione dei valori tradizionali degli ugandesi senza però che questi valori venissero rimpiazzati da nuovi.

fonte www.misna.org

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IS GOVERNMENT RIGHT TO CHARGE RIOT SUSPECTS WITH TERRORISM?
27 september 2009

Following the recent riots in Kampala and other parts of Buganda, at least 30 suspected rioters have been charged with terrorism for allegedly burning the Natete Police Station. Inside Politics’ Risdel Kasasira faces-off Information Minister Kabakumba Matsiko and Shadow Attorney General Erias Lukwago on the charge and its implications for democracy in the country.

The government has charged 29 suspected rioters who burnt cars and police posts with terrorism. Do you think this is justified?
Kabakumba: “You may need to look at the terrorism law. Arson is one of them. It’s definitely justified. What do you call a situation where people use intimidation and torch a police station? It’s definitely right to charge them with terrorism.”
Lukwago: “That’s an abuse of due process of the law. These were spontaneous riots; there was no planning. There was no intention, it was purely spontaneous. This is an abuse of the due process of the law. Terrorism is defined as the systematic use of terror especially as a means of coercion. What were the terror acts in the recent riots?”
Kabakumba: “You define arson. It was planned, and by the way, very well planned. It was well coordinated and executed. People were intimidated and they are still intimidated. At that time, there were no shops open in the city. Wasn’t that coercion?”"
Lukwago:
Basically that’s what we are asking. Even if they (rioters) went to the extent of torching police stations, terrorism has got an element of instilling fear with an intention to bring down government, but not overthrowing it. In this case, people were expressing dissatisfaction with the government and in the process, they destroyed property. That doesn’t translate to terrorism. Otherwise you would be charging people with terrorism everyday. There is violence everyday in our society. We live in a violent society. They would have been charged probably with trespass, but not the capital offence of terrorism. With terrorism, there is an element of connivance. There must be premeditated intention. You conceive a plot and execute it with a specific target. This particular case was a reaction to an event. The event was the blocking of Katikkiro of Buganda from going to Kayunga District.”

A person who burns property faces arson charges. Why terrorism?
Kabakumba: “You read the Terrorism Act. Arson is one of them. It’s terrorism.”
Lukwago: “Probably arson would work. That is why you get a wide spectrum of charges. But we know; it was a directive from the President to prefer those charges against these people. Critics are pointing to the riots as having provided an opportunity for the government to crack down on peaceful dissent?”
Kabakumba: “Instead Mengo were using riots to threaten. They can’t turn it around to blame it on us. The government came in to stop destruction of property and stop rioters who were threatening the security of the country. It’s completely unacceptable to blame it on the government.”
Lukwago:
“The reason why President Museveni says it was orchestrated by the Opposition when he was addressing Parliament is because he wants to use it as an occasion to score a political gain. He has been habouring interests of dealing with us decisively. They have been waiting for that occasion. As we talk now, I have been summoned by the CID over the same issue. The summons were delivered to the Speaker of Parliament on Thursday and I was supposed to go there on Friday but I sent my lawyer because I wasn’t able. The offence they say I have committed is inciting violence.”

What does this mean for democracy in Uganda?
Kabakumba: “In any democracy, peaceful demonstrations are allowed. Not riots to kill and destroy property. There is no government that will sit and watch people killing each other and destroy property. We have to intervene.”
Lukwago: “Well, we have a long way to go. We are going down the drain. The steps we had taken in democracy will lose meaning. It’s now a totalitarian rule. They have stifled public debate. Some of us are worried that other options like subversive acts could be used and that means total chaos. If you stifle debate, people have no choice but to use violence.
The police say some rioters were armed but have hardly come up with any evidence, nearly three weeks after the riots, beyond the one incident at Mukwano Arcade. Won’t such claims appear deliberately crafted to stifle peaceful protests?”

Kabakumba: “Be patient. Investigations are still going on. We shall come up with who did what and who used what to destroy or burn what. Just keep watching.”
Lukwago:
“That’s another excuse by the police and other security agencies to use excessive force to manage crowds. They are supposed to use reasonable force. They are not supposed to use lethal weapons. But if they give an excuse of an armed crowd, they will use lethal weapons. This is a move to justify their intentions. You remember when the President was addressing Parliament. He said the police should shoot to disable. But is that possible? Are they trying to say that the police are incompetent and cannot arrest these people? What about those who were killed? Were they armed? Who killed them?”
fonte www.monitor.co.ug

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UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli

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