Posts Tagged ‘mercato comune africano’
Ugandabout – giugno 2010
Last Updated on venerdì, 2 luglio 2010 12:27 Written by Simona Meneghelli venerdì, 2 luglio 2010 12:27
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.
Clicca qui per leggere le notizie del mese
Tag:Africa, AIDS, alcohol, armi, crimini di guerra, EAC, elezioni, Joseph Kony, Kampala, Lord's Resistance Army, LRA, malaria, mercato comune africano, Museveni, Nilo, OMS, teachers salaries, tubercolosi, Uganda | Posted under UgandAbout | Nessun commento
Ugandabout – febbraio 2010
Last Updated on lunedì, 1 marzo 2010 11:55 Written by Simona Meneghelli lunedì, 1 marzo 2010 11:55
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
Guaritori tradizionali o medicina scientifica? Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul ‘Pluralismo medico in Africa’, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure.
“Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.
“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria ospedali e cliniche, pubbliche e private, ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di Scienze Sociali a Yaoundé.
Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una ‘multiterapia’ alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire. Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria.
fonte www.misna.org
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
“Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove”. E’ il commento all’agenzia Misna di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, che nei giorni scorsi ha rilasciato all’agenzia un commento di valutazione della II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona che si è tenuta ai primi di dicembre a Cartagena (Colombia).
La Conferenza si è conclusa con l’annuncio di altri quattro paesi – Rwanda, Zambia, Albania e Grecia – dichiarati liberi da mine.
Il direttore della Campagna italiana ha sottolineato in particolar modo la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla Conferenza di Cartegena revisione, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare. La Conferenza ha infatti riunito oltre mille delegati provenienti da tutto il mondo e si è conclusa con l’adozione, da parte di 120 governi, del Piano d’azione di Cartagena che fissa gli obiettivi da conseguire nei prossimi cinque anni per un mondo finalmente libero da mine e altri ordigni.
Un quinquennio importante anche perché per la prima volta si darà maggiore attenzione al recupero e all’assistenza delle vittime da mina il cui destino è spesso legato a doppio filo alla reale capacità del paese in cui vivono di far fronte a bisogni ed esigenze particolari. Sottolineando l’elemento fondamentale alla base del Trattato – nato da una iniziativa diplomatica ‘dal basso’ organizzata dalla società civile internazionale – Sylvie Brigot, direttrice della Campagna Internazionale contro le Mine (ICBL), ha detto che in futuro sarà ancora “l’alleanza tra governi e società civile a determinare il successo del Trattato”, ma ha anche detto che tra i paesi del nord del mondo soltanto l’Australia ha tenuto fede agli impegni presi per sostenere le attività di bonifica e di recupero delle vittime.
“Proprio l’assistenza a chi è sopravvissuto all’esplosione di una mina, – dice una nota della ICBL – ai loro familiari e alle comunità locali i cui territori non sono stati bonificati sono stati i temi più significativi affrontati durante la conferenza anche perché è proprio questo l’ambito in cui si sono registrati i progressi meno evidenti“. Aperto alla firma nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999, il Trattato di Ottawa ha finora raccolta le adesioni di 156 paesi; a non aver firmato sono però 39 stati tra cui alcuni stati chiave tra i quali Stati Uniti (a Cartegena presenti per la prima volta con una delegazione), Cina, India, Russia e Pakistan.
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato liberi da mine Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine.
Secondo l’ultimo ‘Landmine Monitor Report’ – il documento che su base annuale fa il punto della situazione – significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka.
A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest’anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda. “Alcune richieste sono ovviamente giustificate – ha detto dice all’agenzia Misna Schiavello – e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime”.
Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario). In una nota alla Conferenza, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona.
Un fatto importante: secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo. Gli Stati Uniti – evidenzia sempre HRW – non hanno esportato mine antipersona dal 1992, non le producono dal 1997 e non hanno in atto programmi per la loro acquisizione in futuro.
fonte www.unimondo.org
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
ENI, the Italian firm that showed interest in Uganda’s oil fields, has withdrawn its bid after Tullow exercised its right of first option. Two oil fields, blocks 1 and 3A in western Uganda, are owned by Heritage and Tullow in a 50-50% joint venture.
The firm’s spokesperson was quoted in the media on Friday as saying: “Eni today revoked the sale and purchase agreement for the acquisition of Heritage’s 50% interest in blocks 1 and 3A in Uganda, for which Tullow has recently exercised its pre-emption right.” Tullow is selling part of its own stake to allow for the entry of bigger oil companies that have the capacity and experience to build a refinery and pipeline. The company of Irish origin last week announced it preferred working with the Chinese state-owned oil company CNOOC or France’s Total.
Meanwhile, CNOOC said it is paying $2.5b for a stake in Tullow’s Ugandan oil assets. According to Hong Kong media, the purchase was expected to be signed in London last Friday. “We are still receiving all proposals from the licensed companies (Tullow and Heritage) to sell part of their stakes and it is a normal process” Ernest Rubondo, the commissioner in the petroleum and exploration department, said yesterday.
Rubondo did not want to comment on Eni’s withdrawal. He, however, said Heritage was determined to sell its interest and he was convinced they would get a buyer because “many companies are interested in Uganda’s oil”. “Once we have scrutinised all the proposals and found the best company with Ugandan interests at heart, we shall inform the public.” Meanwhile, President Yoweri Museveni over the weekend met Russian-based oil company Lukoil and encouraged the firm to invest in Uganda’s oil exploration and refining sector.
Andrei Sapozhnikov, the Lukoil vice-president for business development, handed over his company’s investment proposal to the President, according to a statement from State House. “Sapozhnikov expressed interest in the oil exploration, refinery and the training of local manpower to facilitate the development of the sector” said the statement. Lukoil, according to the firm’s website, is Russia’s largest oil company and the second largest private oil company worldwide by proven hydrocarbon reserves.
The company has about 1.1% of global oil reserves and 2.3% of global oil production. Lukoil dominates the Russian energy sector, with 18% of Russian oil production and 19% of oil refining. Most of its exploration and production activity is located in Russia, and its main resource base is in Western Siberia.
However, it is also carrying out projects in Kazakhstan, Egypt, Azerbaijan, Uzbekistan, Saudi Arabia, Colombia, Venezuela, Cote d’Ivoire, Ghana and Iraq. Its petroleum products are sold in Russia, eastern and western Europe, and the US. Present at the meeting with the Lukoil delegation was state minister for investment Aston Kajara, the boss of the Uganda Investment Authority, Maggie Kigozi, Uganda’s ambassador to Russia, Moses Ebuk, and the Russian ambassador to Uganda.
fonte http://allafrica.com- Ibrahim Kasita
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
Sono 28, più della metà dei quali in Africa, i paesi in cui - secondo l’Humanitarian Action Report (HAR) 2010 dell’Unicef, il Fondo dell’Onu per l’infanzia - i bambini soffrono particolari situazioni di crisi a causa dei più svariati fattori, dalle difficoltà finanziarie ed economiche planetarie ai mutamenti climatici fino alle conseguenze di scontri e conflitti.
“Le necessità maggiori – sottolinea una nota diffusa a Ginevra la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto – riguardano l’Africa sub-sahariana, dove 24 milioni di persone del Corno d’Africa sono colpiti da siccità, cronica insicurezza alimentare e conflitti armati. Le tre operazioni dell’Unicef più grandi sono in corso della Repubblica democratica del Congo, il Sudan e l’Etiopia”. Ma vengono anche segnalati come situazioni degne di particolare attenzione quelle riguardanti Benin, Camerun, Repubblica del Congo (Brazzaville), Ghana, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo.
Sottotitolando il rapporto ‘Partnering for children in emergencies’, l’Unicef ha lanciato un appello per un miliardo e 200 milioni di dollari necessari per garantire “assistenza salvavita a milioni di bambini e donne in condizioni di disperata necessità”. Fondi d’emergenza annuali per almeno 263 milioni di dollari sono indispensabili per la sola Africa centrale e occidentale.
L’Unicef opera in 200 diversi paesi ed è attualmente molto specialmente impegnata ad Haiti ma Hilde Johnson, vice-direttore esecutivo del Fondo, ha precisato: “ Dobbiamo certo intensificare il nostro sforzo per Haiti garantendo però che tutti i bambini del mondo, dal Corno d’Africa all’Afghanistan al Pakistan e altrove, ricevano l’assistenza necessaria”.
fonte www.misna.org
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
Forte crescita del commercio regionale (+47%), nuovo clima di fiducia tra gli investitori, maggior partecipazione della regione al mercato mondiale dei capitali: è il bilancio positivo dell’Unione Doganale in vigore dal 2005 tracciato dal Segretario generale della Comunità dell’Africa orientale (EAC), Juma Volter Mwapachu, in un’intervista al settimanale online ‘Les Afriques’.
Tra le questioni aperte, secondo il diplomatico tanzaniano, ci sono l’incremento delle capacità produttive dei cinque paesi membri, una semplificazione delle pratiche doganali per ridurre i costi finali dei prodotti e un nuovo impegno per migliorare le infrastrutture regionali. Tra i temi in agenda per il 2010, difesa regionale, sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, ma anche i negoziati con l’Unione Europea (UE) per la firma degli Accordi di partenariato economico (APE).
“Dopo un primo impegno preso a Novembre 2007, stiamo lavorando per assicurare sviluppo alla nostra regione e per incrementare le sua capacità produttive. Non vogliamo essere soltanto un mercato d’importazione di prodotti UE” ha detto Mwapachu a ‘Les Afriques’.
Il trattato istitutivo dell’EAC firmato ad Arusha nel 1999 tra Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, è entrato in vigore l’anno dopo; nel decennale della nascita della Comunità, gli stati membri hanno firmato un protocollo per la creazione di un mercato comune, come ulteriore passo sulla via dell’integrazione, introducendo oltre alla libera circolazione delle merci quella dei capitali, delle persone e dei servizi. Entro il 1° luglio, i governi dovrebbero ratificarlo per dare il via libera al nuovo progetto comune. Insieme con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e il Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA), l’EAC partecipa a un progetto per creare un mercato unico del quale facciano parte 26 paesi.
fonte www.misna.org
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
Una maggior integrazione regionale, in vista di realizzare una piena Comunità economica africana (CEA), e lo sviluppo del commercio interno: sono questi i due principali punti contenuti nell’accordo siglato tra due dei più importanti blocchi commerciali africani, il mercato comune dell’Africa orientale e australe (COMESA) e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO). In una nota congiunta le parti hanno fatto sapere di aver siglato un’intesa che intende promuovere la cooperazione interregionale, attraverso lo stimolo dell’attività del settore privato.
L’obiettivo dell’accordo, è tra gli altri, quello di permettere la creazione di una rete che consenta ai soggetti privati dei due blocchi di interagire con le autorità di COMESA ed ECOWAS, migliorando e aumentando le opportunità commerciali. Ma oltre agli aspetti commerciali, l’accordo prevede una collaborazione crescente nell’inserimento delle donne nell’ambiente professionale e nelle piccole e medie imprese, e un più stretto legame nei settori dello sviluppo agricolo e della sicurezza alimentare, con un accento particolare sulla realizzazione del Programma Globale di Sviluppo dell’Agricoltura in Africa, voluto dall’Unione Africana (UA) per sviluppare il settore agricolo nel continente.
fonte www.misna.org
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
Avrà sede a Bujumbura la rete interuniversitaria dei Grandi Laghi, una delle iniziative varate in questi giorni nella capitale burundese dal ministro dell’Istruzione e della Ricerca, Saïdi Kibeya, e dai suoi omologhi della Repubblica democratica del Congo e del Rwanda.
Il protocollo firmato dai tre ministri istituisce la cooperazione interuniversitaria in seno alla Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi (CEPGL), renderà possibile la libera circolazione di professori, ricercatori e studenti e prevede il lancio di un programma comune denominato ‘Educazione e Ricerca’. In ogni paese verranno scelte cinque università che contribuiranno al progetto di rete regionale mentre un polo di eccellenza in tecnologia dell’informazione e della comunicazione sarà basato a Kigali, con la collaborazione dell’americana ‘Carnegie Mellon University’.
Tra le sfide che il mondo universitario africano deve rilevare, i ministri dell’Istruzione e della Ricerca indicano risorse materiali e umane insufficienti, ristrutturazione di alcune sedi, maggior controllo sugli attestati rilasciati dalle facoltà. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno almeno 20.000 africani qualificati lasciano il continente per emigrare nel Nord del mondo, anche a causa di strutture universitarie carenti e di opportunità professionali limitate: il fenomeno conosciuto come ‘fuga dei cervelli’ secondo stime correnti costa all’Africa quattro miliardi di dollari.
fonte www.misna.org
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
Ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) hanno attaccato nei giorni scorsi una città mineraria nel sud-est del Centrafrica. “Individui armati, che gli abitanti hanno riconosciuto come ‘Tongo tongo’ - appellativo delle popolazioni locali per identificare i membri della ribellione ugandese – sono entrati nella cittadina di Nzako e hanno disperso la popolazione con colpi d’arma da fuoco esplosi in aria” ha riferito un agente di polizia locale, secondo cui gran parte dei residenti della zona si sono rifugiati nei boschi alle porte della città.
Nessun bilancio di vittime è stato reso noto, ma testimoni hanno riferito di decine di civili sequestrati dai ribelli e condotti nella foresta. A confermare la persistenza degli attacchi e delle violenze causati dai ribelli ugandesi in tutto il territorio lungo le frontiere di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Sudan è un bilancio diffuso oggi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (OCHA) nella Provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo.
Secondo il documento, in questa zona nell’arco del 2009 sono state 849 le vittime degli attacchi dell’LRA, mentre in un solo anno i ribelli si sono stati responsabili di 1486 rapimenti e della fuga di oltre 365.000 persone dalle loro case. “All’inizio del 2008 in tutta la provincia c’erano circa 65.000 sfollati - sostiene Ocha – mentre oggi, a distanza di 12 mesi, gli sfollati sono saliti a 450.000 e ben 365.000 sono stati causati dalle scorrerie dell’LRA”.
Secondo l’ente delle Nazioni Unite, i numeri di persone uccise o rapite “sorpassano di gran lunga quelli causati in quattro anni dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) attivi nella regione del Kivu”.
Guidato da Joseph Kony, l’LRA fu costituito nel 1988 nel nord dell’Uganda. Nel 2005 i suoi combattenti si sono allontanati dalle loro basi tradizionali per installarsi nell’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo, da dove lanciano attacchi in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
fonte www.misna.org
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
Dopo il successo ottenuto con l’apertura del centro cardiochirurgico Salam di Khartoum, Emergency si lancia in un progetto di assistenza medica ancora più significativo e ambizioso. L’associazione, fondata nel 1994 in sostegno delle vittime civili delle guerre, ha infatti firmato assieme ai governi di undici Paesi africani un memorandum per la creazione dell’ANME (African Network of Medical Excellence), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite.
La firma del memorandum, avvenuta nel corso di una apposita conferenza organizzata l’11 e 12 febbraio a Khartoum da Emergency e dal Ministero della Salute sudanese, è un evento storico per l’Africa: l’organizzazione presieduta da Cecilia Strada è infatti riuscita a riunire attorno al tavolo delle trattative ben undici Paesi (oltre al Sudan erano presenti i rappresentanti di Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Congo, Ruanda, Somalia e Uganda). Alcuni di questi stati sono ancora oggi in guerra tra loro, ma ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzione l’approccio medico al continente.
L’idea è quella di replicare il successo del Salam, il centro di cardiochirurgia inaugurato a Khartoum nell’aprile del 2007, creando nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. Come il centro Salam, che in quasi tre anni di vita ha curato pazienti provenienti da tredici Paesi, anche le nuove strutture fungeranno da centri regionali specializzati, operando in campi scelti con l’apporto degli stessi governi riuniti alla conferenza. Tra di essi figurano la pediatria, l’ostetricia e la ginecologia, la ricostruzione plastica, l’oncologia, la traumatologia e la riabilitazione. A Bangui, in Repubblica Centrafricana, è già attivo un centro pediatrico, mentre a breve un centro di chirurgia pediatrica verrà aperto nella capitale ugandese Kampala.
La formazione del personale locale figura tra i punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente. “La strategia di costruire strutture ospedaliere partendo dal basso è puramente teorica, visto che finora in Africa ha sempre fallito“, ha spiegato nel corso della conferenza Gino Strada, direttore esecutivo e tra i fondatori di Emergency. “Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare il contrario: che anche in Africa è possibile costruire strutture d’eccellenza a costo zero per i pazienti”.
Un progetto sposato da tutte e undici le delegazioni presenti a Khartoum, che con la firma del memorandum hanno ribadito come quello all’assistenza sanitaria sia tra i diritti umani fondamentali e inalienabili di ogni individuo. Il concetto era già stato lanciato da Emergency nel 2008 quando, alla presenza dei ministri della Sanità di otto Paesi africani, fu siglato a Venezia il ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’ che si rifà ai concetti di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale come principi base di qualsiasi progetto di assistenza medica.
A testimoniare la bontà del progetto di Emergency, che in sedici anni di attività è intervenuta in quindici Paesi curando più di tre milioni e mezzo di civili, vi sono gli ottimi risultati ottenuti dal centro Salam e riconosciuti dagli stessi ospiti della conferenza, i quali hanno avuto parole di elogio per una delle strutture più all’avanguardia del continente e del mondo intero.
Con più di 12.500 pazienti esaminati e 2.456 ricoverati, dalla sua apertura il Salam ha realizzato più di duemila operazioni a cuore aperto, con un tasso di mortalità di appena il 3 percento. In Sudan, Emergency gestisce anche un centro pediatrico situato nel campo profughi di Mayo, alle porte della capitale Khartoum, e ha in progetto di aprire a breve altre due strutture nelle città di Nyala, in Darfur e di Port Sudan, sul Mar Rosso.
fonte http://it.peacereporter.net - Matteo Fagotto
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
“La mia prima preoccupazione è quella di offrire alla Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi che siano motivati e ben formati per servire i fedeli” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. John Baptist Kaggwa, Vescovo di Masaka, incaricato della formazione dei sacerdoti dell’Uganda.
Mons. Kaggwa si occupa in particolare della gestione dei seminari in Uganda. “Nel Paese oltre ai Seminari minori, vi sono 5 Seminari maggiori, dei quali 4 sono nazionali, che appartengono cioè alla Conferenza Episcopale, ed uno interdiocesano” afferma il Vescovo di Masaka. “Siamo soddisfatti per le numerose vocazioni. Cito un solo dato: ciascuno dei 4 Seminari della Conferenza Episcopale accoglie 150 seminaristi, per un totale di oltre 600 studenti solo per questi 4 Istituti”.
Mons. Kaggwa non nasconde però alcune difficoltà riscontrate nella formazione del clero. “Sentiamo la responsabilità di discernere affinché i nuovi sacerdoti siano veramente persone dedite a servire la Chiesa e i suoi fedeli. Abbiamo inoltre delle difficoltà finanziarie, perché sostenere questo cammino formativo costa parecchio e il nostro è un Paese povero. Siamo quindi grati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli che, tramite la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, ci aiuta nella formazione del clero e dei religiosi. Cerchiamo anche di sensibilizzare i fedeli locali ad offrire un contributo per la formazione dei loro sacerdoti, anche se questo da solo non basta”.
L’Uganda è un Paese dove convivono diverse confessioni cristiane e altre religioni. Chiediamo a Mons. Kaggwa lo stato dei rapporti ecumenici e interreligiosi nel suo Paese. “In Uganda abbiamo un’organizzazione che riunisce la Chiesa cattolica, l’anglicana e l’ortodossa. Ci riuniamo una volta all’anno per discutere argomenti di interesse comune: la situazione politica, l’assistenza sanitaria e lo sviluppo umano del nostro popolo. Non siamo però ancora riusciti a risolvere alcuni problemi di carattere dottrinale, come quello dei matrimoni misti. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, abbiamo dei forum di discussione su argomenti che riguardano la giustizia, l’assistenza sanitaria, la diffusione dell’AIDS, la distribuzione di medicine. Nel complesso la convivenza interreligiosa è positiva”.
“La Chiesa cattolica – prosegue il Vescovo – ha un futuro di convivenza, di dialogo e di lavoro comune. Questo è vero anche dal punto di vista dell’insegnamento: le nostre scuole sono aperte a tutti, così come vi sono studenti cattolici che frequentano scuole di altre confessioni religiose. Nella scuola pubblica è permesso l’insegnamento della propria religione”.
“Dobbiamo migliorare la nostra convivenza cercando un dialogo più approfondito sugli argomenti che ci separano, tenendo però conto dell’orientamento della Chiesa cattolica. Dobbiamo ricordare l’ammonimento di Paolo VI secondo il quale nel dialogo ecumenico non vi devono essere compromessi sulle questioni dottrinali” conclude Mons. Kaggwa.
fonte www.fides.org
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
The Government has set tough conditions for new companies intending to invest in the oil production in the country. The permanent secretary of the Ministry of Energy, Kabagambe Kaliisa, told the natural resources committee yesterday that for a company to be approved by the Government, it must have a capital base of at least $24b (sh48 trillion).
“Since the investment required in the short to long-term (2010-2020) is $8b, a company with a market capitalisation of three times the size of the required investment would be credible” he said. He explained that the oil and gas operations are moving into the development and production phases. “Therefore, the type of companies required to carry these activities forward need to have the necessary risk capital and access to project finance for both the short and long-term investment.”
Kabagambe added that the companies must have good operator experience, not only in exploration and production of gas and oil but also in refining, pipeline development and operations. There was also need for licensing and maintaining several oil companies to avoid monopoly, he stressed. In addition, the companies must be agreeable to the Government’s current development strategies which include early commercialisation of the resources, value addition, training of Ugandans and paying taxes. “In order to approve the transactions, the Government ought to consider its best interest to propel the industry further” he said.
Kabagambe was appearing before the committee to explain the current transactions between the oil companies in Uganda. He said 15 oil and gas fields have been explored since 2006, with an exceptionally high drilling success of 94%. He said a reserve of two billion barrels of oil is in place, worth $50b.
He explained that the oil reservoirs have to be tested and appraised. Power generation and transmission facilities may cost $300m, oil processing and transportation equipment another $1.5b, refinery development $2b, further drilling $200m and expanded storage and pipeline infrastructure $4b, he estimated. “Therefore, when a bigger player expresses interest in joining the petroleum industry, it signifies benefits to the country” he said.
Kabagambe informed the committee that Tullow does not have the required capacity and has decided to invite partners. He said French Total and the Chinese state-owned oil company, CNOOC, are being evaluated to partner with Tullow. “In recognising the need to avoid a monopoly, Tullow has presented their plan to partner with both Total and CNOOC” he told the MPs. “However, the Government has asked Tullow to reconsider its proposal of operating two out of the three exploration areas instead of each partner operating an exploration area.” Tullow was asked to submit joint operating and sales agreements with Total and CNOOC.
The Government recently announced that it had approved the deal for Tullow to take over the 50% share of its partner, Heritage, in two blocks in the Lake Albert region at $1.5b. The decision ended a bid by Italian company Eni to buy Heritage’s stake. The PS said the transaction will be subject to a capital gains tax of $300m (sh6b) to $400m (sh8b).
The committee, however, expressed anger over the fact that the oil production sharing agreements had not been made public. “Our hands are tied. All these issues need to be discussed after we have read the oil agreements” MP Beatrice Anywar said. Her colleague, Anifa Kawooya, said the Government should not delay the production process, saying billions were being lost as a result.
Fred Kabanda, the ministry principal geologist, declined to comment on when production will commence but said Tullow plans to start selling crude oil mid this year, especially to cement industries. The officials also announced that a national oil company will be formed to increase national participation and accelerate knowledge transfer.
fonte http://allafrica.com - Mary Karugaba & Micha Grieser
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
Omosessualità aggravata. Un reato considerato alla stregua dell’omicidio e del furto che, con questi ultimi, potrebbe avere in comune non solo la previsione delle aggravanti, appunto, ma anche la determinazione della pena: la morte o, nel migliore dei casi, al carcere a vita. È quanto previsto dall’Anti-homosexuality Bill, meglio noto come ‘Kill Gay Bill’, che il parlamento ugandese sta discutendo in questi giorni per apprestersi a votare entro la fine del prossimo mese.
Il disegno di legge, presentato dal deputato David Bahati, si allinea totalmente alle politiche in materia di omosessualità adottate dalla maggior parte degli Stati dell’Africa subsahariana e che prevedono severe punizioni per coloro che frequentano un partner dello stesso sesso.
In Uganda, tuttavia, è in atto una vera e propria crociata capeggiata dal pastore cristiano fondamentalista Martin Ssempa, classe 1968. Il disegno di legge, per il quale è ancora in ballo l’emendamento riguardante la riduzione dalla pena di morte a vent’anni di galera, ha attirato l’attenzione dell’Occidente portando lo stesso presidente Yoweri Museveni a prenderne le distanze e a chiederne una revisione di stampo moderato. La misura, lesiva di una gran parte dei dettami contenuti nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ firmata a Parigi nel 1948, potrebbe, se passasse senza modifiche, prevedere la perseguibilità degli omosessuali di nazionalità ugandese che abbiano relazioni anche fuori dai confini nazionali. Per loro sarebbe richiesta un’estradizione immediata al fine di permetterne una punizione esemplare nel proprio paese.
Ssempa, prima voce nel coro degli ‘inflessibili’ , capeggerà oggi una marcia anti-gay per esercitare pressioni sui legislatori e dare, ha detto il religioso, “una cartolina che (Museveni) possa inviare al suo amico Barack Obama“. Una cartolina che, secondo le stime, dovrebbe essere firmata da milioni di persone che in tutto il paese si uniranno in una sola voce per richiedere il passaggio della legge che, di fatto, inasprirà le pene previste per il reato di omosessualità (che in Uganda è già comunque criminalizzata).
“Vogliamo far vedere – ha ribadito Ssempa – quante persone appoggiano realmente la legge“. Rimane comunque forte la reazione dei paesi donatori, fra cui gli Stati Uniti, che hanno minacciato l’amministrazione di Kampala di attuare aspre sanzioni di natura economica se non si provvederà a far cadere la proposta di legge. Tuttavia, proprio dalle ricche comunità cristiano-evangeliche degli States, nel marzo 2009 arrivarono in Uganda tre sacerdoti per partecipare ad una serie di dialoghi sulla “cura dell’omosessualità“.
Scott Lively, un missionario che ha scritto diversi libri contro l’omosessualità, Caleb Lee Brundidge, che si autodefinisce un ex omosessuale che conduce “seminari di guarigione” e Don Schmierer, la cui missione è “mobilitare il corpo di Cristo per la grazia e la verità in un mondo affetto dall’omosessualità“, hanno tenuto, in qualità di esperti in materia, dei seminari alla presenza di politici, insegnanti e forze dell’ordine per dimostrare come, secondo loro, sia possibile rieducare i gay e per denunciare il naturale portamento di questi ultimi a sodomizzare i ragazzi. Un vero e proprio simposio che partiva da assiomi come “il movimento gay è un’istituzione del male che ha come obiettivo quello di sconfiggere il matrimonio e sostituirlo con una cultura della promiscuità sessuale”.
Dopo un anno dalle loro accese disserzioni, i tre cercano ora di prendere le distanze dal disegno di legge ugandese e da coloro che lo stanno promuovendo.
Probabilmente neanche loro credono nell’equità e nell’efficacia di una disposizione che metterà a repentaglio la libertà, quando non la vita stessa, di circa 500mila esseri umani. È questo il numero stimato di omosessuali in una terra che oggi conta 31 milioni di persone.
fonte http://it.peacereporter.net - Antonio Marafioti
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
Trenta milioni di migranti africani contribuiscono alle economie dei paesi d’origine con 40 miliardi di dollari di rimesse, circa 29 miliardi e 500 milioni di euro: i dati sono stati diffusi nel corso di un seminario di studio sulle migrazioni africane, organizzato a Capo Verde da Caritas/Migrantes.
Secondo un documento presentato agli incontri i flussi di rimesse valgono pressappoco il 3% del Prodotto interno lordo (PIL) del continente, all’incirca “quanto gli stati ricevono sotto forma di aiuti allo sviluppo” e “di più rispetto al totale degli investimenti esteri in forma diretta”.
Durante il seminario è stato evidenziato che circa la metà delle rimesse africane arriva in Nigeria (10 miliardi) e in Egitto (8 miliardi e mezzo). Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un terzo delle rimesse giunge in zone rurali e depresse, “con un aggravio economico per gli elevati costi di transazione causato dalla scarsa presenza di intermediari finanziari locali”.
fonte http://allafrica.com
Cambio valuta: in data 26/02/2010 1 dollaro USA è pari a 2040 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2768,7296 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Tag:Africa, chiesa ugandese, Emergency, Eni, Joseph Kony, Killa Gay Bill, Lord's Resistance Army, medicina, mercato comune africano, migranti, mine, Museveni, oil companies, omosessualità, ribelli, Uganda, Unicef, unione doganale | Posted under UgandAbout | Nessun commento
UgandAbout – novembre 2009
Last Updated on mercoledì, 2 dicembre 2009 12:05 Written by Simona Meneghelli mercoledì, 2 dicembre 2009 12:05
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel novembre 2009.
MALARIA, NUOVA SPERANZA “UN VACCINO ENTRO 5 ANNI”
5 novembre 2009
BREVE NOTIZIA DALL’UGANDA
5 novembre 2009
ALTRO PASSO VERSO MERCATO COMUNE AFRICANO
11 novembre 2009
MSF: I TAGLI DEI FONDI PER LA LOTTA ALL’AIDS POSSONO VANIFICARE I SUCCESSI RAGGIUNTI
11 novembre 2009
VERTICE E CONTROVERTICE SU FAME NEL MONDO, GIORNATA CONCLUSIVA
18 novembre 2009
SUD DEL MONDO, DONNE E CLIMA NEL RAPPORTO SULLA POPOLAZIONE MONDIALE
19 novembre 2009
VENT’ANNI DI DIRITTI DELL’INFANZIA, ANNIVERSARIO CONVENZIONE ONU
20 novembre 2009
BASTA RIFIUTI PER LE STRADE DI KAMPALA: ORDINE PRESIDENZIALE
23 novembre 2009
IL ‘JESUIT REFUGEE SERVICE’ AL SERVIZIO DEI RIFUGIATI IN UGANDA
26 novembre 2009
UGANDA’S TEMPERATURE TO RISE BY 1.5 DEGREES
26 november 2009
LAND BILL PASSED
26 november 2009
MALARIA, NUOVA SPERANZA “UN VACCINO ENTRO 5 ANNI”
5 novembre 2009
HIV, tubercolosi e malaria: sono queste le malattie che mietono più vittime in Africa ogni anno. Contro la parassitosi trasmessa dalle zanzare potrebbe però essere disponibile entro cinque anni un vaccino, capace di limitare la diffusione delle febbri che uccidono oltre 800 mila persone all’anno, la maggior parte bambini sotto ai cinque anni. L’annuncio è stato fatto durante la V Conferenza sulla malaria che si chiuderà a Nairobi venerdì 6 novembre, alla quale partecipano oltre mille tra ricercatori, soci finanziatori ed esponenti politici.
Le relazioni di apertura della conferenza hanno sottolineato come negli ultimi anni i progressi verso la realizzazione di un vaccino siano stati più veloci. Alcuni test giunti alla fase finale di sperimentazione, in particolare, sono molto promettenti e fanno ritenere che, insieme a una distribuzione più capillare di zanzariere, potranno portare a debellare la malattia in tempi brevi.
Christian Loucq, direttore dell’organizzazione non governativa PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI), finanziata dalla fondazione di Bill e Melinda Gates, ha dichiarato al settimanale Jeune Afrique: “Siamo nella fase tre di valutazione clinica del vaccino RTS, S, che ha già mostrato un tasso di efficacia del 53% negli ultimi test fatti in Kenya e Tanzania. Si tratta di un risultato eccellente, con il quale entriamo nell’ultima fase di sperimentazione, che durerà 35 mesi, con ottime possibilità di riuscita. Ritengo che fra cinque anni avremo a disposizione un vaccino per la commercializzazione“.
La ricerca, intanto, va ancora avanti e si stanno mettendo a punto vaccini di seconda generazione. “Insieme ai test sul vaccino RTS, S, che blocca lo sviluppo della malattia – ha detto ancora Loucq – stiamo studiando un vaccino che impedisca la trasmissione del parassita dall’uomo alla zanzara. Queste nuove strategie sono entusiasmanti e ci porteranno ad avere in dieci anni un tasso di efficacia dell’80% nella lotta alla malaria“. Loucq ha comunque ribadito che il vaccino da solo non basterà a debellare la malaria e che zanzariere e insetticidi sono comunque indispensabili.
Molto è però legato ai finanziamenti per la ricerca e la lotta alla diffusione del parassita, che nel caso dell’ong di Loucq provengono soprattutto dai Gates e da Usaid. Il problema dei finanziamenti non riguarda poi soltanto la ricerca e i test di sperimentazione, perché una volta che il vaccino diventerà una realtà bisognerà vedere in quanti potranno permetterselo.
A questo proposito, la casa farmaceutica britannica che lo produce, la GlaxoSmithKline, ha annunciato che se la sperimentazione darà buoni frutti non farà difficoltà sul prezzo. Il colosso britannico ha avviato un progetto pilota per i test in collaborazione con l’Oms in sette paesi dell’Africa sub-sahariana (Burkina Faso, Gabon, Ghana, Kenya, Malawi, Mozambico e Tanzania) e prevede di coinvolgere fino a 16mila bambini.
fonte www.repubblica.it - Cristina Nadotti
BREVE NOTIZIA DALL’UGANDA
5 novembre 2009
Charles Arop, uno dei comandanti dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra), si è consegnato ai militari dell’esercito ugandese. Secondo le Nazioni Unite, Arop sarebbe stato a capo di un gruppo di circa 150 uomini responsabile anche dell’attacco del 25 dicembre 2008 a Faradje, nella Repubblica Democratica del Congo, durante il quale furono uccise 143 persone.
fonte www.misna.org
ALTRO PASSO VERSO MERCATO COMUNE AFRICANO
11 novembre 2009
A poco più di un anno della conferenza di Kampala in cui i capi di stato e di governo di 26 paesi africani hanno deciso di creare un mercato comune, è infine pronto il programma tecnico-economico per raggiungere questo obiettivo.
Il progetto è quello di riunire in un unica organizzazione i tre organismi regionali – Comunità dell’Africa orientale (Eac), Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc) e Mercato comune dell’Africa orientale e australe (Comesa) – per creare una zona di libero scambio che va da Città del Capo a Il Cairo.
A rendere noto che, benché con sei mesi di ritardo sul mandato della conferenza, si è infine giunti alla definizione di una ‘road map’, lavoro particolarmente complesso per il sovrapporsi e contraddirsi di almeno 30 accordi bilaterali e multilaterali africani, sono stati i rappresentanti dei diversi organismi regionali, nel corso di una riunione tecnica a Dar es Salaam, in Tanzania. Il programma dovrà essere sottoposto all’approvazione dei capi di stato e di governo la prossima settimana.
Secondo fonti diplomatiche l’area di libero scambio africana, che riunirà paesi popolati complessivamente da oltre mezzo milione di persone e con un prodotto interno lordo totale di oltre 400 miliardi di euro, potrà essere operativo entro due o tre anni.
fonte www.misna.org
MSF: I TAGLI DEI FONDI PER LA LOTTA ALL’AIDS POSSONO VANIFICARE I SUCCESSI RAGGIUNTI
11 novembre 2009
La riduzione dei finanziamenti per l’AIDS a livello internazionale rischia di minare i progressi compiuti negli ultimi anni nella lotta contro la mortalità e le malattie legate all’AIDS. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) ‘Punishing Success? Early Signs of an International Retreat from Commitment to HIV/AIDS Care and Treatment’, presentato nei giorni scorsi a Johannesburg, in Sud Africa.
Il rapporto di MSF evidenzia come l’estensione del trattamento contro l’HIV non solo abbia salvato la vita dei pazienti sieropositivi, ma sia stato negli ultimi anni un fattore centrale nel ridurre la mortalità in numerosi paesi particolarmente colpiti dall’HIV/AIDS in Africa meridionale. In Malawi e in Sud Africa, MSF ha registrato una consistente diminuzione della mortalità nelle aree in cui la terapia anti-retrovirale è molto diffusa. L’estensione di tale trattamento ha avuto anche un impatto positivo sull’incidenza delle altre malattie, nel caso della tubercolosi (TBC), ad esempio, si è notata una diminuzione dei casi a Thyolo, in Malawi e nella provincia di Western Cape, in Sud Africa.
“Nei circa dieci anni di applicazione del trattamento anti-AIDS – dichiara Tido von Schoen-Angerer, responsabile della Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali di MSF – abbiamo notato significativi miglioramenti sia per i singoli pazienti che per la salute pubblica. Tuttavia, i recenti tagli costringeranno medici e infermieri a respingere i pazienti sieropositivi quando giungono nelle cliniche: sarebbe come tornare indietro agli anni Novanta, cioè ai tempi in cui il trattamento non era ancora disponibile”.
Il supporto internazionale nella lotta all’HIV-AIDS ormai vacilla, come dimostrano i forti tagli nei finanziamenti. Il consiglio direttivo del Global Fund, una delle principali fonti di finanziamento per i programmi di lotta contro l’Aids nei paesi in via di sviluppo, non è in grado di rispondere ai reali bisogni dei diversi paesi e la settimana prossima voterà se sospendere o meno tutte le nuove proposte di finanziamento per il 2010. Inoltre il PEPFAR, programma di lotta all’AIDS degli Stati Uniti, non prevede aumenti nei fondi per i prossimi due anni.
“Il Global Fund non deve coprire il deficit causato dai suoi finanziatori – dice von Schoen-Angerer – la proposta cancellazione dei finanziamenti del 2010 e altre misure per limitare l’estensione del trattamento, stanno punendo i successi ottenuti in questi anni e impedendo ai paesi di salvare vite umane”. Nel 2005 i leader mondiali hanno promesso di provvedere entro il 2010 alla copertura finanziaria globale dei programmi per la lotta all’AIDS, una promessa che ha incoraggiato molti paesi africani a lanciare ambiziosi programmi per il trattamento anti-retrovirale.
“Che cosa resta della promessa fatta ai pazienti colpiti da Aids? Abbiamo dato loro speranza, dobbiamo lottare per loro. Fin dall’inizio sapevamo che il trattamento serve per salvare vite” dichiara Olesi Ellemani Pasulani, medico di MSF presso il Thyolo District Hospital in Malawi. “Far pagare i trattamenti contro l’AIDS ai paesi più poveri sarebbe un colossale tradimento”.
Ridurre i fondi in questo momento significherebbe lasciar morire prematuramente i pazienti che hanno urgente bisogno del trattamento e potrebbe portare alla pericolosa interruzione della terapia per chi l’ha già iniziata. In Uganda i tagli hanno già cominciato a colpire: alcune strutture hanno dovuto bloccare il trattamento sui nuovi pazienti sieropositivi. Altri paesi sono rimasti indietro rispetto agli obiettivi prefissati di estendere il trattamento. In Sud Africa precedenti problemi legati ai finanziamenti, ora risolti, hanno causato l’interruzione del trattamento e il divieto di trattare nuovi pazienti, provocando almeno 3.000 decessi.
Il rapporto mostra come, soprattutto nella aree in cui l’AIDS è molto diffuso, trattare questa malattia ha un impatto positivo in particolare sulla salute di donne e bambini. “E’ necessario un maggior impegno sulle altre priorità sanitarie, ma questo dovrebbe verificarsi in aggiunta e non in sostituzione di un costante impegno nella lotta all’HIV/AIDS” aggiunge Tido von Schoen-Angerer.
Attualmente, più di 4 milioni di pazienti con HIV/AIDS nei paesi in via di sviluppo ricevono una terapia anti-retrovirale. Si stima che 6 milioni di persone che hanno bisogno di un trattamento salva-vita attendano di accedere alla terapia. MSF gestisce programmi contro l’HIV/AIDS in 30 paesi e fornisce trattamento anti-retrovirale a più di 140mila adulti e bambini sieropositivi.
fonte www.unimondo.org
VERTICE E CONTROVERTICE SU FAME NEL MONDO, GIORNATA CONCLUSIVA
18 novembre 2009
“La fame è la più micidiale arma di distruzione di massa del nostro pianeta; non uccide soldati, uccide bambini che non hanno ancora compiuto un anno di vita”: riflettendo su queste parole, pronunciate dal presidente brasiliano Luiz Iniacio Lula da Silva al vertice Fao (Food and agricolture organization, ente Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), capi di stato e rappresentanti di governo chiudo oggi a Roma un incontro che secondo molti osservatori non ha portato a nessun atto concreto se non a una piena consapevolezza che il fenomeno si è ulteriormente aggravato e che le politiche finora messe in atto hanno sostanzialmente fallito l’obiettivo dell’Onu di eliminare lo spettro della fame entro il 2015.
“Di fronte alla minaccia di una catastrofe finanziaria internazionale - ha aggiunto Lula – causata dalla speculazione irresponsabile e dalla omissione degli stati a regolare il sistema finanziario, i governanti del mondo non hanno avuto remore a spendere centinaia e centinaia di miliardi di dollari per salvare dal fallimento le banche. Con meno della metà di queste risorse, sarebbe possibile sradicare la fame dal mondo. La lotta contro la fame resta purtroppo praticamente al margine dell’azione dei governi, come fosse invisibile”.
Parole forti che nei discorsi dei rappresentanti dei paesi del Sud del mondo hanno trovato riflessi e concreti esempi. Di riforme agrarie contro il latifondismo imposto da pochi privilegiati a scapito di comunità locali indifese ha per esempio parlato il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ricordando il chiaro esempio del suo paese che ha pagato la sua lotta ai lasciti del periodo coloniale con l’isolamento internazionale imposto da alcuni paesi occidentali (Londra e Washington in testa) e una conseguente crisi scio-economica. “E’ evidente che la povertà è una causa fondamentale dell’insicurezza globale alimentare” ha sottolineato il presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma, aggiungendo che parte del problema è dato anche dall’impossibilità, per molti paesi, di utilizzare moderni sistemi di coltivazione e dall’essere semplici strumenti di sistemi mercantili globali che regolano i prezzi senza tener conto dei costi affrontati da chi produce.
Al vertice che si conclude oggi sono arrivate anche le voci del concomitante Forum parallelo della Società Civile concluso ieri a pochi chilometri di distanza dal quartier generale Fao,con uno slogan: ‘Sovranità alimentare prima di tutto’. Nella dichiarazione finale del Forum – che dallo scorso Venerdì ha riunito 642 persone di 93 diversi paesi e 450 organizzazioni della società civile – si legge: “La sovranità alimentare comporta la trasformazione dell’attuale sistema alimentare per assicurare che coloro che producono cibo abbiano equo accesso a terra, acqua, semi, biodiversità agricola e marina. Tutti hanno il diritto e la responsabilità di partecipare alle decisioni relative alla produzione e distribuzione di cibo. I governi devono rispettare, proteggere e favorire il diritto al cibo così come il diritto a un cibo che sia adeguato, disponibile, accessibile, culturalmente accettabile e nutriente”.
fonte www.misna.org
SUD DEL MONDO, DONNE E CLIMA NEL RAPPORTO SULLA POPOLAZIONE MONDIALE
19 novembre 2009
E’ dedicato ai cambiamenti climatici in corso – tema della conferenza internazionale di Copenhagen a Dicembre – il Rapporto 2009 dell’Unfpa (Fondo Onu per la popolazione) sullo stato della popolazione mondiale. Nelle 104 pagine del documento, che conferma la quota di un miliardo di abitanti raggiunta dall’Africa come già anticipato nelle scorse settimane da altre organizzazioni, si sottolineano gli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo soprattutto nei paesi del Sud del mondo e a discapito delle categorie più deboli e delle donne in particolare che sono, viene più volte ribadito, la chiave di volta vera per affrontare le sfide poste dal fenomeno.
“I cambiamenti climatici in corso – aggiunge il rapporto – comporteranno un ulteriore aumento dei movimenti migratori con milioni di persone che abbandoneranno aree sempre più frequentemente alluvionate o colpite da estrema siccità. Milioni di persone che ora vivono lungo le coste potrebbero essere costrette a spostarsi per l’innalzamento del livello dei mari così come periodi di prolungata siccità potrebbero spingere milioni di contadini ad abbandonare le aree rurali per le città”.
I cambiamenti del clima cui si sta assistendo – nell’ultimo secolo i dieci anni più caldi in assoluto sono stati registrati dal 1997 in poi – secondo l’analisi dei dati raccolti dall’Unfpa “non solo stanno mettendo a rischio vite umane, ma stanno anche esacerbando le differenze tra ricchi e poveri e amplificando le ineguaglianze tra uomini e donne”. In molti paesi, continua il documento, le donne rappresentano la parte più importante della forza lavoro impiegata in agricoltura e proprio per questo motivo risentono più di altri delle conseguenze del cambiamento.
“La marginalizzazione e la discriminazione contro le donne, oltre che una mancanza di attenzione all’ineguaglianza di genere – dice l’Unfpa – costituisce una minaccia alla loro salute e al generale benessere delle società minando alla base le possibilità di resistenza dei singoli paesi alle nuove realtà cui vanno incontro”.
La resistenza ai cambiamenti climatici, sottolinea ancora l’organismo dell’Onu, avrà più probabilità di riuscita in quelle società dove non esistono preclusioni di qualunque tipo all’accesso alle scuole, alla sanità e dove tutti godono di un’equa protezione da parte della legge partecipando in pieno alla vita politica e sociale del paese o della comunità di appartenenza.
fonte www.misna.org
VENT’ANNI DI DIRITTI DELL’INFANZIA, ANNIVERSARIO CONVENZIONE ONU
20 novembre 2009
Nei 20 anni trascorsi dalla sua stesura, la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia “ha trasformato il modo in cui i bambini sono visti e trattati in tutto il mondo”: è un successo nella crescita di consapevolezza sulla dignità e sui diritti dei bambini quello che l’Unicef celebra oggi, nel giorno in cui ricorre il ventennale della Convenzione.
Dal 1990 i decessi di bambini con meno di cinque anni di età sono scesi da 12 milioni e mezzo l’anno a otto milioni e 800.000: una diminuzione del 28%. La scolarizzazione primaria è salita all’84% e la differenza di accesso alla scuola tra maschi e femmine si sta sempre più riducendo. Passi avanti sono stati compiuti inoltre per contrastare il coinvolgimento di minori nei conflitti, il lavoro infantile e lo sfruttamento sessuale e per il lavoro domestico, ancora tra le piaghe peggiori dell’infanzia, insieme con le malattie facilmente curabili che continuano ad uccidere milioni di bambini nei paesi poveri.
La Convenzione sui diritti dell’infanzia è il trattato Onu con il maggior numero di ratifiche, 193, ovvero tutte le nazioni con l’eccezione degli Stati Uniti e della travagliata Somalia, benché entrambi i governi abbiano espresso la volontà di colmare questa mancanza. A oggi 70 nazioni hanno completamente recepito il dettame dei 54 articoli della convenzione nelle loro legislazioni nazionali. Ma la violenza e gli abusi contro i bambini restano una realtà molto presente a ogni latitudine – si stima siano 1 miliardo ogni anno i bambini maltrattati in qualche forma – e la lotta di civiltà avviata ha ancora strada da fare.
Un appello per il rispetto della dignità dei bambini è stato formulato anche da Benedetto XVI durante l’Udienza generale di Mercoledì scorso: “Il mio pensiero va a tutti i bambini del mondo, specialmente a quanti vivono in condizioni difficili e soffrono a causa della violenza, degli abusi, della malattia, della guerra o della fame”. Il Papa si è rivolto alla comunità internazionale “affinché si moltiplichino gli sforzi per offrire un’adeguata risposta ai drammatici problemi dell’infanzia. Non manchi il generoso impegno di tutti affinché siano riconosciuti i diritti dei fanciulli e rispettata sempre più la loro dignità”.
Il grande lavoro legale e culturale da fare per creare intorno ad ogni bambino “un ambiente protettivo” è stato sottolineato dall’Unicef in una nota: “La grande sfida dei prossimi 20 anni è unire l’impegno dei governi con la responsabilità delle società e degli individui [...] trasformare i principi della Convenzione in realtà concreta per ogni bambino, fare in modo che tali principi guidino l’azione di ogni essere umano”, con l’obiettivo di costruire una società in cui “il benessere superiore dell’infanzia sia messo al centro di ogni attività umana”.
fonte www.misna.org
BASTA RIFIUTI PER LE STRADE DI KAMPALA: ORDINE PRESIDENZIALE
23 novembre 2009
Mai più rifiuti per le strade di Kampala: l’ordine, più o meno con questo tono perentorio, è arrivato sulla scrivania dell’amministrazione della capitale ugandese direttamente dal presidente Yoweri Museveni che ha chiesto maggiore pulizia per le strade, i marciapiedi e i giardini pubblici di Kampala. L’ordine è stato accompagnato dal conferimento di risorse finanziarie, pari a circa 7 milioni di euro, per l’acquisto di macchinari e la manutenzione della rete stradale.
Il consiglio comunale di Kampala ha preso atto del decreto e il sindaco della città, Nasser Sebaggala, ha anzi sottolineato come lo spirito di collaborazione tra enti locali e governo non possa che far bene alla cittadinanza. Kampala conta attualmente un milione 350.000 abitanti circa: situata a un’altitudine di oltre mille metri a pochi chilometri della rive del lago Vittoria, deve il suo nome agli impala, specie di antilopi che un tempo popolavano numerosi l’area. Dei circa 900 chilometri di strade che costituiscono il sistema viario della città, solo 300 risultano asfaltate.
Con le risorse messe disposizione, l’amministrazione conta di finanziare l’illuminazione pubblica delle strade, il loro miglioramento e la costruzione di marciapiedi.
fonte www.misna.org
IL ‘JESUIT REFUGEE SERVICE’ AL SERVIZIO DEI RIFUGIATI IN UGANDA
26 novembre 2009
“Se i leader dei rifugiati condivideranno anche solo con una ventina di membri delle rispettive comunità quanto hanno appreso nel corso del workshop sui loro diritti e doveri, il JRS (Jesuit Refugee Service) avrà di fatto offerto a oltre 600 rifugiati e richiedenti asilo gli strumenti indispensabili per la loro integrazione nelle società ospitanti” ha detto la responsabile per le Comunicazioni del JRS Africa Orientale, Angelika Mendes, alla newsletter Dispatches, inviata all’Agenzia Fides.
Angelika Mendes ha curato i gruppi di studio organizzati nella capitale ugandese, Kampala, dal JRS in collaborazione con alcuni gruppi e organizzazioni di rifugiati. L’iniziativa, cui ha contribuito l’avvocato Godwin Buwa dell’organizzazione partner Refugee Law Project, ha dato la possibilità a 30 leader di rifugiati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi, dall’Eritrea e dall’Etiopia, di approfondire la conoscenza dei propri diritti e doveri.
Il workshop si è aperto presentando ai partecipanti la teoria e la terminologia della migrazione forzata, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei rispettivi fondamenti giuridico-legali. Sono state quindi spiegate in dettaglio le varie questioni legate al processo di asilo, alla possibilità di accedere all’educazione, nonché ai servizi di formazione e al mercato del lavoro. Dopo aver risposto a una serie di quesiti specifici, l’avv. Buwa ha fornito ai partecipanti informazioni sulla proprietà di beni mobili e immobili, soffermandosi in particolare sulla legislazione riguardante il titolo di proprietà. Il legale del Refugee Law Project ha illustrato successivamente il ruolo del governo ugandese e dell’agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) in fatto di protezione dei rifugiati.
Secondo stime dell’UNHCR, nel maggio di quest’anno in Uganda si trovavano oltre 140.000 tra rifugiati e richiedenti asilo. Gran parte dei rifugiati sono ospitati in undici insediamenti sostenuti dalla stessa UNHCR, tuttavia le politiche liberali ugandesi in fatto di rifugiati consentono a quanti sono autosufficienti di vivere al di fuori delle strutture di accoglienza. È per questo motivo che nella sola Kampala risiedono 20.000 tra rifugiati e richiedenti asilo.
Il Programma urbano del JRS presta fin dal 1988 assistenza a richiedenti asilo e rifugiati che vivono a Kampala in condizioni di vulnerabilità. Nel 2009 il programma si è incentrato su tre obiettivi: aiuti di emergenza, advocacy ed educazione. Più di 1.300 rifugiati e richiedenti asilo hanno fin qui ottenuto una qualche forma di assistenza in fatto di sistemazione abitativa, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie e trasporti. Il personale JRS costituisce inoltre un punto di riferimento per le vittime di torture e per quanti necessitano di assistenza legale.
fonte www.fides.org
UGANDA’S TEMPERATURE TO RISE BY 1.5 DEGREES
26 november 2009
Uganda’s average temperature will increase by up to 1.5 degrees Celsius in the next 20 years as a result of global warming, according to the State of the Uganda Population Report, released yesterday by finance minister Syda Bbumba. “Climate change is likely to increase average temperatures in Uganda by up to 1.5 degrees Celsius in the next 20 years and by up to 4.3 degrees Celsius by the 2080s” the report, authored by the Population Secretariat, says. “Such rates of increase are unprecedented” the study added.
In addition, climate change in Uganda will lead to more erratic weather patterns. The report predicts an increase in rainfall but unevenly distributed, with more intense and more frequent showers, leading to floods and landslides, as well as more severe and longer spells of drought. The changes in temperature are likely to have a significant impact on water resources, food security, health and infrastructure, the study says. In terms of water resources, it notes that River Rwizi in Mbarara and River Nyamwamba in Kasese are already drying up, while the water levels of Lake Wamala, Lake Kyoga and Lake Victoria are going down. “Since Lake Victoria receives 80% of its water from direct rainfall and 20% from basin discharge, climatic contributions cannot be ignored” the report says, noting that water levels dropped to alarmingly low levels in December 2005.
Climate change will also impact on agriculture and food security. The study projects a loss in agricultural productivity in Uganda of between 15% and 25%. It also predicts a shift in the viability of coffee- growing areas, potentially wiping out $266m or 40% of export revenue.
“The food crisis in the country threatens to reach alarming levels” the report notes, estimating that currently 40% of deaths among children in Uganda are due to malnutrition. “Given that Uganda’s annual population growth rate is 3.2%, while the annual growth rate of food production is only about 1.5%, the food crisis is worsening.”
In terms of health, temperature increase has extended the habitats of mosquitoes, with highland areas that were historically malaria-free, such as Kabale, Kisoro and Rukungiri, now also experiencing epidemics. The report shows an increase in the cases of malaria in the last 10 years ranging from 23% in Rukungiri to 135% in Mbarara. In addition, it says “rising temperatures help mosquitoes breed more, bite more and live longer.”
The study lists several other diseases, affecting people, animals and plants, that are on the rise as a result of climate change, such as cholera and dysentery caused by floods and respiratory diseases caused by prolonged dry spells. The tsetse fly belt has expanded, resulting into increased cases of sleeping sickness, nagana and the associated drug resistance. In Katakwi, grasshopper epidemics in 2005 destroyed all cereals, the main source of food security in Usuk county. Also, armyworms have been reported in Wakiso, Tororo and Pallisa districts, while Newcastle disease epidemics in poultry have been more frequent in Rakai and Soroti.
The weather changes will also trigger migrations and competition for strategic resources, leading to regional insecurity, according to the study. It calls for the implementation of regulations aimed at preserving the environment, such as dealing decisively with encroachers and illegal timber loggers. It also recommends erecting more boreholes, protecting water resources, and setting up early warning systems and seasonal forecasts to allow farmers adjust to the changing weather conditions. “It is necessary to strengthen the capacity of the Department of Meteorology to enable it provide efficient, timely and reliable weather and climate information.”
The report also calls for the involvement of women in measures to mitigate the effects of climate change. “In urban areas, women are capable of implementing energy efficient programmes at the household level, while women in rural areas can be trained to use biomass and biogas in addition to promoting solar energy.”
fonte www.newvision.co.ug – Raymond Baguma
LAND BILL PASSED
26 november 2009
The Land Amendment Bill was finally passed yesterday after an acrimonious five-day debate that divided the House along party lines. The President still has to approve the Bill before it becomes law. The Bill aims at punishing those who take part in illegal evictions of lawful tenants. It also gives the tenants the first option of buying in case the landlord wants to sell his land. Similarly, tenants must give the landlord the first option of buying back the kibanja in case they want to sell.
“I am relieved that it is out of the way” said lands minister Omara Atubo after Parliament passed the Bill on yesterday afternoon. Buganda opposition MPs, led by Hussein Kyanjo, walked out after the Speaker, Edward Ssekandi, refused to grant his request that the debate be deferred to next week to allow Muslim MPs time to organise for the Idd celebrations today. The MPs who walked out were Susan Nampija (CP), Erias Lukwago (DP), Michael Mabike (Independent), Dr. Lulume Bayiga (DP), Kyanjo (JEEMA), Latiff Sebagala (DP) and John Kawanga. Although the Bill faced stiff resistance from opposition and Buganda MPs, it sailed through with minor amendments.
The debate was characterized by heated exchanges with Speaker Edward Ssekandi several times warning the legislators against the use of blackmail. One of the most controversial sections, which stated that somebody claiming interest in land under customary tenure shall not be evicted except upon a court order, was deleted after strong opposition from MPs from northern and eastern Uganda.
The House also approved the amendment saying that the annual nominal ground rent will be determined by the minister, in case the district land board fails to do so, within six months after the commencement of the Land Amendment Act. The period was previously only 30 days.
MPs agreed that lawful tenants can only be evicted for non-payment of ground rent, and that a registered tenant can only be evicted upon a court order. Eviction without a court order will under the new Bill be a criminal offence and attract a prison sentence of up to seven years. The law does not allow the tenant selling the land without the knowledge of the registered owner. If he does so, he risks a fine of up to sh1.9m and four years in jail, while the transaction will be declared invalid. Equally a transaction for the sale of the land by the owner without giving the first option to the tenant is invalid. Ssekandi commended the MPs for their contributions and urged them to go and sensitise their constituents. When the matter was put to vote, 112 MPs, all from the ruling NRM party, voted in favour of the Bill. The 52 opposition MPs who opposed the Bill were joined by three from the Government side. The three were Kaddunabbi Lubega, Peter Mutuluza and Rebecca Lukwago, all from Buganda. Buganda caucus chairperson, Rose Nsereko (NRM) voted for the Bill. Voting was conducted by show of hands with the clerks tallying.
After the dramatic exercise, the Speaker declared the voting had been transparent. Ssekandi disregarded pleas by opposition MPs that voting should be repeated by use of roll-call method. “We should develop a culture of accepting defeat. Those against the Bill have been defeated” the Speaker said. Mabikke (Independent) stirred up the House when he said that the Speaker’s plea was not in the spirit of how the NRM reacted to the 1980 election defeat, when it opted to wage a guerilla war.
Earlier, Atubo described the debate on the Bill as extra-ordinary. He acknowledged that the Bill does not address the cause of evictions. “As Government, we are trying to cure evictions. The first dose of treatment is to maintain the status quo” he noted. Responding to arguments that the current law is enough to stop evictions, Atubo said the Bill has radical provisions which criminalise evictions. “It allows for the court to award compensation and retribution. If you evict, the court will assess the damage caused and award damages and you will go back to your land.” He clarified that the Bill does not protect tress-passers and squatters, saying that those illegally entering land are liable to four years of imprisonment or fine of sh1.9m.
Atubo said the debate had at times been intimidating and insulting. “I compare those remarks to a rotten egg thrown at a politician. You get your handkerchief and clean yourself.” At the end of the debate, local government minister Adolf Mwesige announced that the Government would table the Regional Tier Bill in Parliament next week.
fonte www.newvision.co.ug – Milton Olupot, Joyce Namutebi, Henry Mukasa and Mary Karugaba
Cambio valuta: in data 02/12/2009 1 dollaro USA è pari a 1875 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2830,6159 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Tag:AIDS, clima, fame nel mondo, Kampala, land bill, malaria, mercato comune africano, rifugiati, sud del mondo | Posted under UgandAbout | Nessun commento
Benvenuto
Nuovo del blog? Benvenuto!
DONA ORA ONLINE
Sostieni i nostri progetti
Mailinglist
Categorie
Commenti
- Stefania su Why not? – Venerdì
- Serena Ragni su Why not? – Venerdì
- lele su Why not? – Venerdì
- Serena Ragni su Why not? – Venerdì
- cinzia su Why not? – Venerdì
Parole chiave
Contattaci
Associazione
Italia Uganda
Onlus
Via Bona di Savoia 1A
27100 Pavia
tel/fax 0382 467742
email info@italiauganda.it