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	<title>blog.italiauganda.it &#187; mercato comune africano</title>
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	<description>parole da e sull&#039;Uganda</description>
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		<title>Ugandabout &#8211; giugno 2010</title>
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		<comments>http://blog.italiauganda.it/2010/07/ugandabout-giugno-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 12:27:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Meneghelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.

CORTE PENALE INTERNAZIONALE: A KAMPALA ANCHE TESTIMONIANZE CRITICHE
3 giugno 2010
PER ELEZIONI DEL 2011, PRESIDENTE CHIEDE A DONATORI DI NON INTERFERIRE
3 giugno 2010
MSF: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI MINA L&#8217;ACCESSO ALLE CURE DELL&#8217;AIDS IN AFRICA
5 giugno 2010
 NILO SALE LA TENSIONE
5 giugno 2010
COMMISSARIO DIRITTI UMANI: PERSEGUIRE [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a name="giu2010_top"></a>Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel giugno 2010.<br />
<span id="more-1889"></span></p>
<p><a href="#giu2010_1"><strong>CORTE PENALE INTERNAZIONALE: A KAMPALA ANCHE TESTIMONIANZE CRITICHE</strong></a><br />
3 giugno 2010</p>
<p><a href="#giu2010_2"><strong>PER ELEZIONI DEL 2011, PRESIDENTE CHIEDE A DONATORI DI NON INTERFERIRE</strong></a><br />
3 giugno 2010</p>
<p><a href="#giu2010_3"><strong>MSF: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI MINA L&#8217;ACCESSO ALLE CURE DELL&#8217;AIDS IN AFRICA</strong></a><br />
5 giugno 2010</p>
<p><a href="#art5_feb10"> </a><a href="#giu2010_4"><strong>NILO SALE LA TENSIONE<br />
</strong></a>5 giugno 2010</p>
<p><a href="#giu2010_5"><strong>COMMISSARIO DIRITTI UMANI: PERSEGUIRE RESPONSABILI VIOLENZE NEL NORD</strong></a><br />
8 giugno 2010</p>
<p><strong><a href="#mag2010_3"></a></strong></p>
<p><a href="#art5_feb10"> </a><a href="#giu2010_6"><strong>COSÌ POSSIAMO SALVARE 8 MILIONI DI BIMBI</strong></a><br />
11 giugno 2010</p>
<p><a href="#giu2010_7"><strong>CRESCE L&#8217;ECONOMIA E DIMINUISCE IL PESO DEI DONATORI INTERNAZIONALI</strong></a><br />
11 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="#mag2010_2">U</a><a href="#giu2010_8">N MISTERIOSO AGGUATO AI MILITARI UGANDESI DI STANZA IN CENTRAFRICA ACCRESCE LE PREOCCUPAZIONI PER LA STABILITÀ DEL PAESE</a></strong><br />
15 giugno 2010</p>
<p><strong><a href="#mag2010_3"></a></strong></p>
<p><a href="#art5_feb10"> </a><a href="#giu2010_9"><strong>THREE MILLION UGANDANS ARE DRUNKARDS</strong></a><br />
16 june 2010</p>
<p><a href="#giu2010_10"><strong>ARMI LEGGERE, A KAMPALA UNA MACCHINA PER DISTRUGGERLE</strong></a><br />
21 giugno 2010</p>
<p><a href="#art5_feb10"> </a><a href="#giu2010_11"><strong>ALL TEACHERS SHOULD GET PAY RISE</strong></a><br />
21 june 2010</p>
<p><strong><a href="#mag2010_1"></a></strong></p>
<p><strong><a href="#mag2010_2"></a></strong></p>
<p><a href="#giu2010_12"><strong>MERCATO COMUNE, SPERANZE DALLA TANZANIA ALL’UGANDA</strong></a><br />
25 giugno 2010</p>
<p><a href="#art5_feb10"> </a><strong><a href="#mag2010_4"></a></strong></p>
<p><a href="#giu2010_13"><strong>PROVINCIA ORIENTALE: NUOVE INCURSIONI RIBELLI UGANDESI, BENI RUBATI</strong></a><br />
28 giugno 2010</p>
<hr /><strong> </strong><strong> </strong><a name="giu2010_1"></a><strong>CORTE PENALE INTERNAZIONALE: A KAMPALA ANCHE TESTIMONIANZE CRITICHE</strong><br />
3 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Da quando sono cominciate, nel 2008, le indagini sul Kivu, nessun mandato di cattura è stato emesso. Se la Cpi arrestasse delle persone per i crimini commessi nella regione, le cose andrebbero meglio e sapremmo cosa dire alle vittime di violenze</em>&#8220;: è la testimonianza di Justine Masika Bihamba, dell&#8217;organizzazione non governativa &#8216;Sinergia per le donne vittime di violenze sessuali&#8217;, rilasciata a Kampala, capitale dell’Uganda, dove si svolge la prima Conferenza internazionale sull’operato e il futuro della Corte penale internazionale (Cpi) con sede all&#8217;Aia.<br />
<span style="color: #990000;">Il dibattito di ieri ha dato la parola alle vittime di crimini di guerra e contro l&#8217;umanità che oltre a criticare la lentezza procedurale hanno anche sottolineato che i risarcimenti versati alle donne vittime di violenze sessuali sono spesso troppo ridotti e non consentono loro di ricominciare una vita normale né di ritrovare la dignità</span><span style="color: #990000;">. </span>Come in risposta alle vittime intervenute a Kampala, il procuratore generale della Cpi, Luis Moreno Ocampo, ha assicurato che &#8220;<em>la Corte sta adottando nuove strategie per arrestare i ricercati</em>&#8220;.<br />
Per <span style="color: #990000;">il caso di Joseph Kony</span>, fondatore e capo dell&#8217;Esercito di Resistenza del Signore (Lra, Lord resistance army), Ocampo lo ha <span style="color: #990000;">definito “<em>emblematico della conseguenza dell&#8217;impunità: altre 2000 persone sono state uccise da quando è stato emesso il mandato di cattura</em>&#8220;;</span> per il presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir, contro cui Ocampo ha emesso un ordine di cattura per presunte responsabilità di crimini di guerra in Darfur, sarebbe “<em>solo una questione di tempo</em>&#8220;.<br />
Complimentandosi per l&#8217;andamento delle indagini in corso in Kenya sulle violenze elettorali del 2007, il procuratore ha annunciato l&#8217;apertura di processi contro alcuni dirigenti entro fine anno e ha poi criticato l&#8217;atteggiamento di non-cooperazione da parte di Kinshasa sul caso di John Bosco Ntaganda, l&#8217;ex-capo ribelle responsabile di gravi crimini nell&#8217;Ituri e oggi componente di primo piano nell&#8217;esercito regolare congolese. Ieri, Belgio, Danimarca e Finlandia hanno firmato un accordo di collaborazione con la Cpi, dando la loro disponibilità ad accogliere nei propri carceri futuri accusati.<br />
E&#8217; la prima volta che esponenti governativi, delle Nazioni Unite e della società civile di quasi tutti i 111 paesi che aderiscono ai principi della Corte si riuniscono per valutare il suo operato e migliorarne il funzionamento, anche riesaminando il Trattato di Roma, che il 17 Luglio 1998 ne sancì l’istituzione.<em><br />
</em><em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://www.unimondo.org"></a></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong>PER ELEZIONI DEL 2011, PRESIDENTE CHIEDE A DONATORI DI NON INTERFERIRE</strong><a name="giu2010_2"></a><br />
3 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Vi posso garantire che le presidenziali del 2011 si terranno come previsto. Niente e nessuno potrà disturbare il processo, nessuno ci potrà intimidire</em>” si legge in un messaggio del presidente Yoweri Museveni indirizzato al parlamento in risposta alle critiche espresse dal partito del suo diretto oppositore, Kizza Besigye, il ‘Forum per il cambiamento democratico’ (Fdc).<br />
Al centro dei dissensi politici soprattutto la composizione della Commissione elettorale, in particolare il suo presidente, Badru Kiggundu, “<em>scelto consensualmente tra tutte le forze politiche</em>” sostiene Museveni. Inoltre, rivolgendosi ai paesi donatori, in particolare all’Unione Europea e agli Stati Uniti, il presidente ha affermato di “<em>non aver bisogno del loro sostegno per organizzare le elezioni</em>” sottolineando che “<em>sarebbero più utili se concentrassero le loro azioni nell’energia e le infrastrutture</em>”, settori prioritari nella politica del governo per assicurare sviluppo al paese.<br />
Nel suo messaggio il presidente elenca i risultati economici conseguiti negli ultimi anni: l’Uganda – governata da Museveni ininterrottamente dal 1986 – ha saputo attrarre sempre più investimenti esteri grazie alla scoperta di significative riserve petrolifere e una notevole stabilità economica e politica, diventando la terza potenza economica del continente.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong><a name="giu2010_3"></a>MSF: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI MINA L&#8217;ACCESSO ALLE CURE DELL&#8217;AIDS IN AFRICA</strong><br />
5 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>La riduzione degli impegni finanziari da parte dei paesi donatori nei confronti della lotta all’HIV/AIDS, rischia di minare i progressi fatti negli ultimi anni e causare molte più morti inutili&#8221;</em>. È la denuncia che Medici Senza Frontiere (MSF) esprime nel recente rapporto dal titolo “No time to quit: HIV/AIDS treatment gap widening in Africa”.<br />
Il rapporto si fonda su analisi portate avanti in otto paesi dell’Africa sub-sahariana e illustra come la maggior parte delle istituzioni internazionali che erogano fondi come PEPFAR, Banca Mondiale, UNITAID e i paesi che finanziano il Fondo Globale, da un anno e mezzo abbiano deciso di tagliare, ridurre o interrompere i loro finanziamenti per le cure e i farmaci antiretrovirali (ARV) contro l’HIV. “<em>Come è possibile interrompere la sfida a metà strada e far finta che la crisi sia passata? Nove milioni di persone in tutto il mondo hanno urgente bisogno di cure e non hanno accesso a farmaci salvavita, due terzi di loro nella sola Africa sub-sahariana. Esiste un reale rischio che molti pazienti muoiano nei prossimi anni se non verranno fatti i passi necessari per affrontare il problema. L’ulteriore riduzione degli aiuti impedirà ad un numero maggiore di persone l’accesso alle cure e metterà a rischio tutti i progressi fatti dall’introduzione dei farmaci antiretrovirali ad oggi</em>” avverte Mit Philips, analista delle politiche sulla salute per MSF e tra gli autori del rapporto.<br />
<span style="color: #990000;">Il Piano di emergenza per l’AIDS della Presidenza degli Stati Uniti (PEPFAR) ha ridotto il suo budget per l’acquisto di farmaci antiretrovirali nel 2009 e 2010, e ha bloccato il budget complessivo. Altri donatori, come UNITAID e la Banca Mondiale, hanno annunciato riduzioni negli investimenti dei prossimi anni per i <span style="color: #990000;">farmaci antiretrovirali in Malawi, Zimbabwe, Mozambico, Uganda e Repubblica Democratica del Congo (RDC). Anche il Fondo Globale per l’HIV, Tubercolosi e Malaria &#8211; la più grande istituzione finanziaria per la lotta all’HIV &#8211; sta fronteggiando un calo dei finanziamenti</span></span><span style="color: #990000;">. Stati Uniti, Olanda e Irlanda hanno già annunciato che diminuiranno le loro quote contributive annuali. L’Italia è in arretrato con il pagamento della quota per il 2009.<br />
</span>Tra il 2009 e il 2010, gli stanziamenti già approvati si sono ridotti dell’8-12%. I tagli generalizzati si sono tradotti nella riduzione del numero di persone in grado di iniziare un trattamento antiretrovirale, in Sudafrica, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, dove il numero dei nuovi pazienti che hanno iniziato le cure è diminuito di ben sei volte. Sistemi sanitari già fragili verranno portati allo stremo, a causa di un sempre maggior numero di pazienti che richiederanno un’assistenza più specialistica per l’insorgenza di patologie opportuniste.<br />
L’esaurimento delle scorte e la sospensione nella distribuzione dei medicinali sono già una realtà e diventeranno sempre più frequenti se non saranno disponibili fondi a sufficienza. Recentemente alcuni governi e altri soggetti in Malawi, Zimbabwe, RDC, Kenya e Uganda, hanno fatto diretta richiesta a MSF di forniture straordinarie di medicinali. “<em>Una riduzione dei finanziamenti provocherà la morte di molte più persone e l’aumento del numero degli orfani. I pazienti  sieropositivi spesso devono accudire altre persone, in primo luogo i propri bambini. Perderanno la speranza e moriranno. Senza medicinali non c’è futuro</em>” dichiara Catherine Mango, una donna sieropositiva del Kenya.<br />
I farmaci antiretrovirali evitano che la malattia precipiti, facendo sì che i pazienti vivano più a lungo. Ciò significa che il numero dei pazienti in cura aumenta ogni anno. Per questo è necessario un incremento costante e stabile dei finanziamenti. “<em>L’HIV/AIDS è un’emergenza sanitaria globale che richiede ancora una risposta eccezionale. MSF chiede un rinnovato e continuo impegno da parte dei donatori e dei governi nazionali nella lotta all’HIV/AIDS, affinché tale disastrosa emergenza di salute pubblica possa essere affrontata in maniera adeguata</em>” conclude Mit Philips.<br />
Nelle scorse settimane l&#8217;ex-direttore esecutivo di MSF Italia, Gianfranco De Maio, con un editoriale dal titolo &#8216;La facoltà di fare e mantenere promesse&#8217; ha ricordato che Medici Senza Frontiere è intervenuta nel dibattito che precede l’annuale Assemblea Mondiale della Salute, organizzata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) indirizzando ai delegati una lettera aperta riguardo agli argomenti considerati più nevralgici in questo momento: malnutrizione infantile, innovazione medico-scientifica e proprietà intellettuale, contraffazione farmaceutica.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.unimondo.org" target="_blank">www.unimondo.org</a></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong><a name="giu2010_4"></a>NILO SALE LA TENSIONE</strong><a href="#mag2010_1"><strong><br />
</strong></a>5 giugno 2010<a href="#temperature_nov"> </a></p>
<p style="text-align: justify;">Erodoto chiamava l’Egitto &#8216;Dono del Nilo&#8217;, ma sono molti i doni dimenticati risalendo lungo il suo corso fino agli altipiani dell’Etiopia e al lago Tana, dove nasce il Nilo azzurro, oppure al Lago Vittoria, in Uganda, dove inizia la corsa del Nilo bianco: tanti quanti sono i Paesi che attraversa.<br />
<span style="color: #990000;">Il 14 maggio i ministri di Uganda, Etiopia, Rwanda e Tanzania si sono riuniti a Entebbe, in Uganda, per firmare un Accordo strutturale di cooperazione sulle acque del Nilo</span>, il Cooperative Framework Agreement (CFA), che di fatto servirà a istituire una Commissione permanente di gestione e sfruttamento futuro delle acque del grande fiume da parte di tutti i Paesi del suo bacino. Il Kenya ha firmato la settimana successiva. Ma Egitto e Sudan hanno disertato l&#8217;incontro.<br />
<span style="color: #990000;">Il bacino idrografico del Nilo, lungo 6695 chilometri, comprende un territorio di 3 milioni di chilometri quadrati, con 300 milioni di persone direttamente coinvolte dal suo sistema idrico interconnesso, che, per la grossa crescita demografica che sta investendo la <span style="color: #990000;">regione, raddoppieranno nei prossimi 25 anni. Oggi sono 160 milioni quelli la cui vita dipende strettamente dal fiume e 9 i Paesi interessati: Egitto, Sudan, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda.<br />
</span> </span><span style="color: #990000;">La questione è semplice, bastano poche parole per dirla: si tratta di come usare e distribuire equamente le potenzialità delle risorse idriche che il Nilo mette a disposizione, tra le quali ad esempio l’energia idroelettrica o la capacità di irrigazione per lo sviluppo di una moderna agricoltura, tutte enormi occasioni di crescita economica.</span> Con questo obiettivo viene avviato il CFA, come protocollo d’intesa, che vincola i Paesi aderenti a formare la futura Commissione di gestione secondo determinati criteri.<br />
<span style="color: #990000;">Semplice a dirla, ma nei fatti la questione ha una natura molto più complessa e radici antiche, che affondano le loro origini nel terreno sabbioso degli accordi coloniali, stipulati dalla Gran Bretagna con l’Egitto nel 1929. E intanto la popolazione dell’intero bacino resta poverissim<span style="color: #990000;">a</span></span><span style="color: #990000;">.</span> Per ovviare a questa situazione le negoziazioni hanno inizio nel 1997, ma solo nel 1999 nasce la Nile Basin Initative (NBI), che deve spianare la strada per una Commissione di gestione, ma dieci anni di negoziati, che hanno visto manovre politiche, intrighi, diffidenza, sospetti e abbandoni, non hanno portato a niente. Inoltre la NBI, che serviva anche a dare un riconoscimento legale a tutti i Paesi del bacino nello sfruttamento delle acque, sia su scala regionale che internazionale, finirà il suo mandato nel 2012, occorre quindi elaborare una nuova cornice di controllo. In questi dieci anni la NBI si è rivelata legalmente fragile: l’Egitto ha continuato ad esercitare il proprio diritto di veto per le opere sul Nilo. Solo nell’ultimo anno due incontri, a Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo nel maggio 2009 e ad Alessandria d’Egitto nel luglio dello stesso anno, si sono conclusi con un nulla di fatto per la posizione inflessibile espressa da Egitto e Sudan, con il rifiuto di una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua.<br />
In un meeting straordinario, tenutosi a Sharm El Sheikh nell’aprile di quest’anno, l’Egitto, che detiene l’attuale presidenza a rotazione del Consiglio dei ministri del Nilo, propone di istituire la Commissione prima di concludere i negoziati sull’accordo, in altre parole prima di chiudere il protocollo d’intesa. La tattica dell’Egitto di attaccare il carro davanti ai buoi, per cui molti accusano il ministro delle Risorse idriche Nasr Eddin Allam di mancanza di imparzalità in qualità di presidente di turno, sembra evidentemente andare nella direzione di uno svuotamento della Commissione, crearla al di fuori degli accordi vorrebbe dire avere un’istituzione vuota, meno forte della NBI. Nel vertice di Sharm fonti riportano di tentativi, portati nottetempo dal ministro egiziano, di inserire nel testo degli accordi clausole capestro per gli altri Paesi, eroicamente sventati dal ministro dell’Acqua della Tanzania, il prof. Mark Mwandosya.<br />
L’atteggiamento egiziano viene definito anacronistico dal Primo ministro etiope appena rieletto, Meles Zenawi, il quale sostiene che è arrivato il momento di cercare una soluzione in cui “<em>tutti risultino vincitori</em>”. È questo il contesto in cui il 14 maggio viene presa la decisione di firmare il CFA a Entebbe da parte dei Paesi che si trovano a monte del bacino: il protocollo resterà aperto per la firma per la durata di un anno, fino al 13 maggio 2011. Oltre ai quattro Paesi che hanno firmato subito, e al Kenya che si è aggiunto a distanza di pochi giorni, nel corso dell’anno sono attese le firme della Repubblica Democratica del Congo e del Burundi. Non sono invece vicine le firme di Egitto e Sudan, e il rifiuto dell’Egitto fa salire la tensione, accompagnandosi a proteste da parte di quest’ultimo, minacce di azioni diplomatiche e di fermare i finanziamenti ai partner strategici in Africa orientale.<br />
C’è chi dice che tutta questa storia, l’escalation della tensione, sia in realtà una boutade che serve a mascherare gli interessi economici e commerciali delle potenze del nord, Egitto e Sudan, nell’investire nei futuri progetti che si realizzeranno a monte, e minacciare serve ad alzare il prezzo e a procurarsi una fetta più grossa negli investimenti, un posto in prima fila. Sta di fatto che Nasr Eddin Allam, il ministro egiziano, ha dichiarato che verranno prese tutte le misure atte a mantenere lo status quo dei propri diritti e che “t<em>utte le iniziative prese unilateralmente dai Paesi a monte del bacino non vincolano in alcun modo quelli a valle, e non hanno alcuna legittimità</em>”.<br />
Altre fonti non escludono la possibilità di un intervento militare per mantenere inalterato l’assetto attuale, ma è improbabile che l’Egitto in questo momento, mentre ha già non pochi problemi sul fronte interno, possa permettersi di sostenere un conflitto armato. Uno scenario futuro auspicabile, e forse possibile, vedrebbe Egitto e nord del Sudan focalizzati sulla gestione della domanda, mentre i Paesi a monte, tra i quali l’Etiopia di Zenawi, sulla gestione dell’approvvigionamento, impegnandosi comunque a minimizzare l’impatto negativo delle loro opere di sfruttamento sui Paesi a valle. Una tipica soluzione negoziale, appunto.<em><br />
</em><em>fonte</em> <a href="http://it.peacereporter.net" target="_blank">http://it.peacereporter.net</a> &#8211; <em>Alessandro Micci</em><em> </em></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong><a name="giu2010_5"></a>COMMISSARIO DIRITTI UMANI: PERSEGUIRE RESPONSABILI VIOLENZE NEL NORD</strong><br />
8 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Arrestare e perseguire Joseph Kony e i comandanti della ribellione dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra): è l’appello rivolto dall’Alto commissario per i diritti umani Navanethem Pillay, durante una conferenza stampa a Kampala, a margine della riunione per la revisione dello statuto della Corte penale internazionale (Cpi).<br />
“<em>Confido vivamente nel fatto che i tre vertici dell’Lra ancora viventi e attivi, possano essere arrestati e perseguiti per l’atrocità dei crimini commessi nel Nord Uganda, i cui traumi sulle popolazioni locali richiederanno anni per essere sanati</em>” ha detto Pillay, sottolineando in particolare le drammatiche condizioni delle donne madri, rimaste sole dopo l’uccisione dei loro compagni o dopo aver subito violenze sessuali da parte dei ribelli e alle quali non è consentito acquistare terre a causa del loro status. “<em>Questo stato di cose deve finire, chiedo alle autorità di abolire questa pratica discriminatoria e istituire una commissione per la verità e la riconciliazione che aiuti il paese a curare le sue ferite</em>”.<br />
Il commissario ha lodato la creazione di una commissione d’inchiesta governativa relativa agli incidenti e alle violenze dei mesi scorsi nella regione settentrionale della Karamoja in cui sono implicati elementi dell’esercito nazionale. “<em>Tutti gli ufficiali in posizioni di comando durante i tre principali episodi di violenza dovranno essere investigati </em>- ha affermato -<em> e se la loro colpevolezza sarà provata, sospesi dal servizio e allontanati dalla regione</em>”.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong><a name="giu2010_6"></a>COSÌ POSSIAMO SALVARE 8 MILIONI DI BIMBI</strong><br />
11 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">L’hanno chiamato MDG-4, una sigla che sta per Millennium Development Goals for Children Survival. È il risultato dello sforzo degli Stati membri delle Nazioni Unite insieme a 23 organizzazioni, fra cui Oms, Unicef, Fao e Banca Mondiale. Volevano ridurre almeno di due terzi il numero dei bambini che muoiono prima dei 5 anni. Un po’ ci sono riusciti, i dati sono pubblicati nel Lancet di questa settimana.<br />
<span style="color: #990000;">Nel 1970 morivano ogni anno in tutto il mondo — prima dei cinque anni — 16 milioni di bambini, nel ’90 12 milioni, 10 milioni nel 2000, oggi 7,7 milioni. È una buona notizia, anche se l’obiettivo di ridurre del 4,4 per cento il numero dei bimbi che muoiono ogni anno non è stato raggiunto.</span> E poi otto milioni di bambini che moriranno nel 2010 prima ancora di aver compiuto i cinque anni di età sono davvero troppi. Si deve fare di più e lo si deve fare presto, cominciando col chiedersi di cosa muoiono questi bambini. <span style="color: #990000;">Tre milioni e mezzo muoiono subito dopo la nascita per complicanze della gravidanza, emorragie ed asfissia soprattutto. Gli altri non sopravvivono alle infezioni (polmoniti, diarrea, malaria, Aids, morbillo) e perché non mangiano abbastanza. </span>E quattro milioni muoiono in cinque Paesi soltanto: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina.<br />
<span style="color: #990000;">La cosa che colpisce del rapporto del Lancet è che tutti questi decessi li si potrebbe evitare con poco, pochissimo. L’allattamento al seno eviterebbe l a morte a 1.300.000 bambini. Se in Africa si diffondesse l’impiego di zanzariere trattate con insetticida si eviterebbero 800.000 morti. Morirebbero nel mondo 2 milioni di bambini in meno se li si potesse vaccinare. E l’acqua pulita eviterebbe altre 2 milioni di morti se solo ci fosse e la si potesse bere. I bambini che muoiono di polmonite e malaria li si potrebbe salvare con farmaci che costano pochissimo. </span><br />
Ma non s’è sempre detto che per combattere le malattie anche nei Paesi poveri servono nuovi vaccini, nuovi farmaci e tecnologie d’avanguardia? Sì, ma l’analisi dei dati dimostra che adesso la sfida è un’altra, ovvero fare quello che ha già funzionato da qualche parte e farlo dappertutto. <span style="color: #990000;">Non serve nemmeno una strategia globale, in posti diversi si possono fare benissimo cose diverse.</span> Ci sono Paesi dove i farmaci contro la malaria li distribuiscono i centri di salute e s’è visto che funziona, ma da altre parti i farmaci hanno dovuto portarli a casa dei bambini &#8211; non c’era altro modo per farglieli avere &#8211; e va bene lo stesso. Quando in Tanzania il ministro della Salute ha stretto un accordo con i negozianti per promuovere la diffusione delle zanzariere impregnate di insetticida, la mortalità da malaria si è ridotta del 30 per cento.<br />
L’altro giorno, a Washington, Melinda Gates ha annunciato che la sua Fondazione (Bill and Melinda Gates) nei prossimi 5 anni spenderà per la salute dei bambini e delle mamme un miliardo e mezzo di dollari. Lo fanno perché i dati pubblicati in questi giorni dal Lancet dimostrano che con una cifra così moriranno almeno tre milioni di bambini in meno. Il contributo dei privati è fondamentale, poi però serve definire i bisogni, gestire programmi e persone, far arrivare quello che serve dove serve, raccogliere i numeri e analizzarli. Questo è compito dei servizi sanitari. Ma i genitori dei bambini più poveri non hanno soldi per pagare i servizi sanitari, e dove sono gratuiti non sempre possono pagare il trasporto all’ambulatorio o all’ospedale.<br />
E non c’è solo la povertà. Certe volte è l’ignoranza a far morire i bambini. In India il 30 per cento delle madri più povere non sa che le vaccinazioni sono importanti per la salute dei loro bambini, e quelle che lo sanno tante volte non sanno dove portarli. Aiutare questi bambini a non morire è un imperativo etico. Quelli che siedono nei comitati di bioetica delle nazioni ricche potrebbero farsene carico e diventare loro gli &#8216;avvocati&#8217; dei bambini presso ciascun governo e con l’opinione pubblica. Negli anni 80 c&#8217;è stato un movimento globale che ha saputo coinvolgere la gente: genitori, insegnanti, rock star e perfino campioni dello sport. Partiamo da quell’esperienza lì e proviamo a fare un passo avanti. Solo perché nei prossimi dieci anni le piccole cose che salvano da sole milioni di vite arrivino davvero ai bambini che ne hanno bisogno, indipendentemente da dove gli è capitato di nascere. Adesso sappiamo che è possibile.<br />
<em>fonte</em><a href="http://www.corriere.it" target="_self"> www.corriere.it</a> &#8211; <em>Giuseppe Remuzzi</em></p>
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<p><a href="#mag2010_1"><strong> <strong> </strong></strong></a><strong><strong><a name="giu2010_7"></a></strong></strong><strong>CRESCE L&#8217;ECONOMIA E DIMINUISCE IL PESO DEI DONATORI INTERNAZIONALI</strong><br />
11 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Un aumento dell’economia del 6,4% per l’anno 2010/2011 è stato annunciato dal <span style="color: #990000;">ministro delle Finanze dell’Uganda, Syda Bbumba, che ieri ha presentato la finanziaria del prossimo anno. </span><br />
Il ministro ha spiegato che il rialzo, lo scorso anno l’economia del paese è cresciuta del 5,8%, è legato a un miglioramento della situazione internazionale dopo la crisi finanziaria mondiale, sottolineando come le previsioni effettuate possano alla fine dimostrarsi inferiori alla crescita reale qualora la situazione internazionale dia i segni di miglioramento sperati. Bbumba ha poi colto l’occasione per analizzare l’impatto della crisi internazionale sull’economia ugandese, sottolineando come, per quanto inferiore alla media di crescita dell’8,4% realizzato dall’Uganda a partire dal 2006, il 5,8% dello scorso anno resta il tasso più elevato tra i paesi africani.<br />
Il rallentamento dello scorso anno (l’anno fiscale in Uganda si chiude il 30 giugno) viene spiegato con gli effetti secondari della recessione dell’economia mondiale, la siccità e il rialzo dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale. <span style="color: #990000;">I dati positivi registrati dall’economia ugandese, ha infine voluto sottolineare il ministro, permetteranno sin dal prossimo anno di ridurre la dipendenza economica dai donatori internazionali, che già nella prossima finanziaria contribuiranno solo per il 25% al budget nazionale. Circa il 75% dei 3,4 miliardi di dollari di spesa previsti per il 2010/2011, infatti, proverranno da entrate generate all’interno del paese. Lo scorso anno i donatori internazionali incidevano sul 33% della finanziaria. </span><br />
Nei paesi più poveri del continente le finanziarie dei governi dipendono principalmente dai fondi messi a disposizione da soggetti internazionali.<em><br />
</em><em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><em> </em></p>
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<p><strong><a name="giu2010_8"></a>UN MISTERIOSO AGGUATO AI MILITARI UGANDESI DI STANZA IN CENTRAFRICA ACCRESCE LE PREOCCUPAZIONI PER LA STABILITÀ DEL PAESE</strong><br />
15 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Dieci soldati dell’esercito ugandese sono stati uccisi a fine maggio nel sud-est della Repubblica Centrafricana dalle milizie sudanesi filo-governative Janjaweed. Lo ha reso noto il 13 giugno il generale Aronda Nyakairima, capo delle forze di difesa dell’Uganda.<br />
L’esercito ugandese ha inviato da alcuni anni un contingente militare in Centrafrica per dare la caccia ai ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), che per sfuggire alla cattura si sono divisi in alcuni gruppi dispersi tra il nord-est della Repubblica Democratica del Congo, il sud-est del Centrafrica e il sud-ovest del Sudan. Il Generale Nyakairima ha dichiarato che il 27 maggio, a Djema, i soldati ugandesi sono caduti in un’imboscata tesa da un gruppo di 400 uomini armati che si muovevano a dorso d’asino. Nello scontro sono morti 10 militari ugandesi, tra cui alcuni ufficiali.<br />
Secondo il generale Nyakairima, l’agguato potrebbe essere l’opera di un gruppo di Janjaweed, il termine generico con il quale si designano le milizia filo-governative che agiscono nel Darfur, la regione occidentale del Sudan teatro dal 2003 di una sanguinosa guerra civile.<br />
I miliziani sudanesi si sarebbero introdotti in territorio centrafricano per cacciare e raccogliere cibo per poi far ritorno in Sudan. <span style="color: #990000;">L’alto ufficiale ugandese afferma inoltre che i ribelli dell’LRA non hanno la capacità di sfidare l’esercito ugandese e che il suo leader, Joseph Kony, pensa solo alla sua sopravvivenza, fuggendo da un nascondiglio all’altro. L’LRA continua però a razziare i villaggi centrafricani, congolesi e sudanesi, alla ricerca di cibo e di nuove reclute (soprattutto bambini). </span><br />
L’ultimo attacco dell’LRA in Centrafrica risale al 9 giugno. I ribelli hanno attaccato il villaggio di Fodé, dove hanno razziato la popolazione e rapito una trentina di persone, per la maggior parte donne e bambini. L’agguato ai militari ugandesi, i cui autori sono ufficialmente ignoti (potrebbero essere anche opera di un gruppo ribelle centrafricano) dimostra lo stato di insicurezza di una larga porzione del territorio del Centrafrica, uno dei Paesi più poveri del mondo, con istituzioni statali precarie.<br />
Quest’anno si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali e legislative la cui data, dopo alcuni rinvii, è ancora da stabilire.<br />
<em>fonte</em><a href="http://www.fides.org/" target="_blank"> www.fides.org</a></p>
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<p><strong><a name="giu2010_9"></a>THREE MILLION UGANDANS ARE DRUNKARDS</strong><br />
16 june 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Three million Ugandans consume alcohol excessively, according to a rehabilitation organisation. The agency, Serenity Centre for Alcoholics Rehabilitation, added that about 15% of the 31 million Ugandans are vulnerable to alcohol.</span><br />
The managing director, David Kalema, said the number was based on their own studies and those by the World Health Organisation. Henry Musitwa, an educator at the centre, explained that an alcohol addict is a person who cannot do without taking alcohol. &#8220;I<em>t is not about how much a person takes, but such a person depends on alcohol. It might be one bottle of beer a day, but he cannot do without it</em>&#8221; Musitwa told The New Vision. The person&#8217;s health also becomes compromised by alcohol. One such symptom is uncontrollable shaking of hands.<br />
Kalema made the remarks on Tuesday while receiving a donation of 80 mattresses from Euroflex to assist the centre. He noted that excessive consumption of alcohol had driven people into poverty and unemployment. <span style="color: #990000;">In Uganda, Kalema said, the situation is aggravated by crude waragi and other local brews whose alcoholic content is unknow<span style="color: #990000;">n</span></span><span style="color: #990000;">. &#8220;<em>Central Uganda has the highest number of alcoholics, followed by western. The north and east have the least number</em>&#8220;<span style="color: #000000;"> Kalema said.</span></span><span style="color: #000000;"> </span>He noted that <span style="color: #990000;">men are more addicted than women</span>, particularly men with responsibilities. Kalema attributed this to stress caused by the burden to provide for their families. Kalema said <span style="color: #990000;">excessive drinking is linked to the increased number of motor accidents, HIV/AIDS spread, indiscipline in schools and family break-ups. Kalema said some children begin drinking as early as eight years. </span>The magnitude of alcohol addiction may be bigger than studies show since the country still has a big volume of unrecorded alcohol supply and sales, he noted.<br />
Quoting the Uganda National Bureau of Standards, Kalema said unregulated waragi accounts for about 80% of the liquor produced in the country, and provides income to many people. Kalema revealed that one cause of alcoholism is based on the family background. &#8220;<em>Six out of 10 patients brought to this centre have an alcoholic trend in their lineage. You find parents and relatives of the patient were all alcoholics</em>&#8221; Kalema said. The good news, he said, is that such people can be rehabilitated. &#8220;<em>A total of 60% of the patients recover and quit drinking to start a new life, while 40% relapse. We monitor them for one year to see the progress</em>&#8221; he said.<br />
Other factors contributing to alcoholism include culture, peer pressure and political instabilities. Kalema urged the Government to fight poverty in order to stop more people from becoming alcoholics. &#8220;<em>Very poor people and low-income earners drink more than the well-off people. Some men cannot provide for their families and thus get stress. They resort to drinking</em>&#8221; he said. Kalema advised that people should closely monitor relatives and children to ensure they do not become alcoholics. &#8220;<em>It is easy. When people start coming home late or dodge you when you talk to them, then suspect</em>&#8221; he said.<br />
Euroflex provided about sh12m worth of aid to the centre located in Bwebajja in Wakiso district. The centre can admit 25 patients. It is supported by a foreign firm, Masean Cara of Ireland, and the Irish embassy. The centre started in 2001.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.allafrica.com" target="_blank">www.allafrica.com</a></p>
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<p><a href="#mag2010_1"><strong> <strong> </strong></strong></a><strong><strong><a name="giu2010_10"></a></strong></strong><strong>ARMI LEGGERE, A KAMPALA UNA MACCHINA PER DISTRUGGERLE</strong><br />
21 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Il governo ugandese ha inaugurato l’utilizzo di una macchina per la distruzione delle armi leggere di piccolo calibro, allo scopo di favorire la pacificazione e la stabilizzazione del paese e della regione. </span>Il macchinario, un dono del governo inglese, ha la capacità di distruggere fino a 50 pistole in un’ora, tagliandone la canna e rendendole inutilizzabili. Sostituirà il sistema utilizzato in precedenza che prevedeva di bruciare gli ordigni.<br />
“<em>Siamo estremamente riconoscenti per questa preziosa macchina</em>” ha detto il generale Jeje Odongo, ministro della Difesa, ricordando che quella della distruzione delle armi leggere è stata a lungo una sfida per il paese e la sua stabilità. Secondo dati dell’Iansa (International Action Network on Small Arms) <span style="color: #990000;">un quinto delle armi leggere di tutto il mondo si trova i<span style="color: #990000;">n Africa</span></span><span style="color: #990000;">. Il 90% delle munizioni e delle armi usate nel continente tuttavia, proviene da paesi esterni al continente</span>: a produrle sono oltre un migliaio di società che <span style="color: #990000;">nella maggior parte dei casi vendono la loro merce secondo vie legali. Solo che, una volta vendute, queste armi possono facilmente finire nelle mani di gruppi armati e alimentare un circuito infinito di violenze di cui a pagare il prezzo sono spesso le popolazioni civili.</span> <em><br />
</em><em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><em> </em></p>
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<p><strong><a name="giu2010_11"></a>ALL TEACHERS SHOULD GET PAY RISE</strong><br />
21 june 2010</p>
<p style="text-align: justify;">The &#8216;Uganda National Teachers Union&#8217; (UNATU) wants the 30% increment in teachers salaries to cover all teachers in government-aided schools countrywide. In the budget, the Government announced a 30% increment in salaries of scientists, primary school teachers, lower cadre health workers and security forces. However, UNATU general secretary Teopista Birungi said the Government should not only consider teachers in hard-to-reach areas, but the entire country.<br />
&#8220;<em>A good policy covers the entire spectrum, not just a section. The idea is good, but it should cater for teachers in all government schools. Commodity prices are rising and are higher in the urban areas. Therefore, the Government should revise its proposal and make it to cover the entire country</em>&#8221; Birungi said. She asked the Government to always consult stakeholders before coming up with issues affecting them. &#8220;<em>While planning for the increment, we were not consulted. How can you formulate a policy without sitting on the table with the stakeholders?</em>&#8221; she asked.<br />
Birungi said this while closing a three-day Education for AIDS workshop at Hotel Triangle in Kampala. The project aims at sensitising teachers and learners on how to prevent HIV/AIDS. Started in 2005, EFAIDS has attracted 50 member countries worldwide. She urged HIV-positive teachers, who are discriminated against at their workplaces, to inform UNATU. &#8220;<em>The ministry&#8217;s policy is very clear. Once you harass or refuse to work with an HIV-positive employee, you are subjected to disciplinary action</em>.&#8221;<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.allafrica.com" target="_blank">www.allafrica.com</a></p>
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<p><strong><a name="giu2010_12"></a>MERCATO COMUNE, SPERANZE DALLA TANZANIA ALL’UGANDA</strong><br />
25 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Il mercato comune è un’opportunità per lo sviluppo della regione: lo ha sottolineato Abdirahin Haithar, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Africa orientale (EALA), a pochi giorni dall’entrata in vigore di un accordo raggiunto l’anno scorso da Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Rwanda. Secondo Haithar il 1° luglio comincerà un processo difficile, che deve essere caratterizzato da una vasta opera di informazione dell’opinione pubblica e da un complesso lavoro di uniformazione delle legislazioni nazionali.<br />
Sulla base dell’accordo del 2009, a partire da giovedì prossimo i cinque paesi membri della Comunità dell’Africa orientale (EAC) si impegnano a favorire la nascita di un’area di libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. <span style="color: #990000;">A essere riconosciuto sarà anche il diritto di stabilimento, cioè il diritto di avviare un’attività imprenditoriale in un paese diverso da quello di origine. Nata nel 1999 con l’obiettivo di favorire l’integrazione regionale a livello economico, monetario e in prospettiva politico, la Comunità dell’Africa orientale riunisce 125 milioni di persone.</span> Nell’EALA i paesi membri sono rappresentati ciascuno da nove deputati.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><em> </em></p>
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<p><strong><a name="giu2010_13"></a>PROVINCIA ORIENTALE: NUOVE INCURSIONI RIBELLI UGANDESI, BENI RUBATI</strong><br />
28 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Nel fine settimana le popolazioni del territorio di Dungu (Provincia Orientale) sono state vittime di saccheggi e razzie perpetrati da gruppi di ribelli ugandesi dell&#8217;Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra).<br />
Nel villaggio di Ngagalanadabio, i miliziani hanno portato via sacchi di riso, animali e vestiti, approfittando di un lutto tra gli abitanti; in una postazione dell&#8217;amministrazione a Ngilima, sempre nel territorio di Dungu, i ribelli si sono impossessati di capi di bestiame. Nei giorni precedenti, la società civile aveva denunciato aggressioni simili a Nangume, sulla strada che collega la località di Dungu a quella di Faradje, ai danni di un convoglio di commercianti; i ribelli hanno portato con sé sacchi di farina, biciclette e casse di bevande. Domenica 20 Giugno i ribelli della Lra intenti a rubare i pochi beni posseduti dai locali avevano ucciso due persone nel villaggio di Gongolo.<br />
<span style="color: #990000;">Una serie di incursioni che hanno portato i capi tradizionali della zona di Dungu, città a poche decine di chilometri dalla frontiera sudanese, ad invitare la gente a non vivere isolata ma piuttosto a raggrupparsi per essere meno debole e bersagliata dai miliziani ugandesi che da mesi colpiscono duramente la Provincia orientale</span>, dove dall&#8217;inizio del 2009 avrebbero ucciso oltre 1500 persone. Inoltre, per timore delle incursioni della ribellione, gli abitanti della zona hanno abbandonato i villaggi e rinunciato a coltivare i campi, aggravando la loro situazione alimentare.<br />
<span style="color: #990000;">Dopo aver imperversato per anni nel Nord Uganda, i miliziani della Lra si sono suddivisi in piccoli gruppi che hanno spostato le loro incursioni verso il nord-est del Congo, il Sudan meridionale e le regioni sud-orientali della Repubblica centrafricana.</span><br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><strong>Cambio valuta</strong>: in data 30/06/2010 1 dollaro USA è pari a 2285 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2795,3464 scellini ugandesi</p>
<hr /><strong>UgandAbout</strong> è un servizio dell&#8217;Associazione <strong>Italia Uganda</strong> Onlus a cura di Simona Meneghelli</p>
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<p class="footnotes" style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt; text-align: justify;"><strong><span style="font-family: &amp;amp;amp; text-transform: uppercase;">Così possiamo salvare 8 milioni di bimbi</span></strong></p>
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		<title>Ugandabout &#8211; febbraio 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 09:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Meneghelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.
  MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI 
5 febbraio 2010
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
ITALY&#8217;S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
PER L&#8217;INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU&#8217; DI META&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a name="feb10_top"></a>Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#gen10_1"><strong> </strong><strong> </strong></a><a href="#art1_feb10"><strong>MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI</strong><strong> </strong></a><strong><br />
</strong>5 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art2_feb10"><strong>MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI</strong></a><strong><br />
</strong>7 febbraio 2010</p>
<p><a href="#art3_feb10"><strong>ITALY&#8217;S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL</strong></a><br />
7 february 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art4_feb10"><strong>PER L&#8217;INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU&#8217; DI META&#8217; IN AFRICA</strong></a><br />
8 febbraio 2010</p>
<p><a href="#art5_feb10"><strong> CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI </strong></a><br />
8 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art6_feb10"><strong>ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO</strong></a><br />
9 febbraio 2010</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><a href="#art7_feb10"><strong>PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI</strong></a><br />
9 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art8_feb10"><strong>ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE</strong></a><br />
12 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art9_feb10"><strong>UN&#8217;ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA</strong></a><br />
15 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art10_feb10"><strong>“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA</strong></a><br />
17 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art11_feb10"><strong>GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES</strong></a><br />
17 february 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#art12_feb10"><strong>UGUAGLIANZA NEGATA</strong></a><br />
17 febbraio 2010</p>
<p><a href="#art13_feb10"><strong>TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA</strong></a><br />
23 febbraio 2010</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><a href="#set09_1"><strong> </strong></a><a href="#malaria_nov"><strong> </strong></a><strong><a href="#gen10_1"></a><a name="art1_feb10"></a>MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>5 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Guaritori tradizionali o medicina scientifica? Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul &#8216;Pluralismo medico in Africa&#8217;, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure.<br />
“<em>Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico</em>” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.<br />
<em>“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria ospedali e cliniche, pubbliche e private, ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione</em>” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di Scienze Sociali a Yaoundé.<br />
<span style="color: #990000;">Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una &#8216;multiterapia&#8217; alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire.</span> Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://www.fides.org" target="_blank"><br />
</a> <em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><a href="#feb10_top">Torna a inizio pagina</a></p>
<p style="text-align: right;">
<p><strong><a name="art2_feb10"></a><a href="#gen10_1">MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI</a></strong><strong><br />
</strong>7 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove</em>”. E&#8217; il commento all&#8217;agenzia Misna di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, che nei giorni scorsi ha rilasciato all&#8217;agenzia un commento di valutazione della II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona che si è tenuta ai primi di dicembre a Cartagena (Colombia).<br />
La Conferenza si è conclusa con l’annuncio di altri quattro paesi &#8211; Rwanda, Zambia, Albania e Grecia &#8211; dichiarati liberi da mine.<br />
Il direttore della Campagna italiana ha sottolineato in particolar modo la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla Conferenza di Cartegena revisione, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare. La Conferenza ha infatti riunito oltre mille delegati provenienti da tutto il mondo e si è conclusa con l’adozione, da parte di 120 governi, del Piano d’azione di Cartagena che fissa gli obiettivi da conseguire nei prossimi cinque anni per un mondo finalmente libero da mine e altri ordigni.<br />
Un quinquennio importante anche perché per la prima volta si darà maggiore attenzione al recupero e all’assistenza delle vittime da mina il cui destino è spesso legato a doppio filo alla reale capacità del paese in cui vivono di far fronte a bisogni ed esigenze particolari. Sottolineando l’elemento fondamentale alla base del Trattato &#8211; nato da una iniziativa diplomatica ‘dal basso’ organizzata dalla società civile internazionale &#8211; Sylvie Brigot, direttrice della Campagna Internazionale contro le Mine (ICBL), ha detto che in futuro sarà ancora “<em>l’alleanza tra governi e società civile a determinare il successo del Trattato</em>”, ma ha anche detto che<span style="color: #990000;"> tra i paesi del nord del mondo soltanto l’Australia ha tenuto fede agli impegni presi per sostenere le attività di bonifica e di recupero delle vittime.</span><br />
<span style="color: #990000;">&#8220;<em>Proprio l’assistenza a chi è sopravvissuto all’esplosione di una mina,</em> – dice una nota della ICBL &#8211; <em>ai loro familiari e alle comunità locali i cui territori non sono stati bonificati sono stati i temi più significativi affrontati durante la conferenza anche perché è proprio questo l’ambito in cui si sono registrati i progressi meno evidenti</em>&#8220;. Aperto alla firma nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999, il Trattato di Ottawa ha finora raccolta le adesioni di 156 paesi; a non aver firmato sono però 39 stati tra cui alcuni stati chiave tra i quali Stati Uniti (a Cartegena presenti per la prima volta con una delegazione), Cina, India, Russia e Pakistan.</span><br />
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato liberi da mine Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine. <span style="color: #990000;"><br />
Secondo l’ultimo &#8216;Landmine Monitor Report&#8217; &#8211; il documento che su base annuale fa il punto della situazione &#8211; significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka.</span><br />
A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: <span style="color: #990000;">dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest&#8217;anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda</span>. “<em>Alcune richieste sono ovviamente giustificate &#8211; ha detto dice all&#8217;agenzia Misna Schiavello &#8211; e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime</em>”.<br />
Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario). <span style="color: #990000;">In una nota alla Conferenza, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona.<br />
Un fatto importante: secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo.</span> Gli Stati Uniti &#8211; evidenzia sempre HRW &#8211; non hanno esportato mine antipersona dal 1992, non le producono dal 1997 e non hanno in atto programmi per la loro acquisizione in futuro.<br />
<em>fonte</em><a href="http://www.unimondo.org" target="_blank"> www.unimondo.org</a></p>
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<p><strong><a name="art3_feb10"></a><a href="#gen10_2">ITALY&#8217;S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL</a></strong><br />
7 february 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">ENI, the Italian firm that showed interest in Uganda&#8217;s oil fields, has withdrawn its bid after Tullow exercised its right of first option. Two oil fields, blocks 1 and 3A in western Uganda, are owned by Heritage and Tullow in a 50-50% joint venture.</span><br />
The firm&#8217;s spokesperson was quoted in the media on Friday as saying: &#8220;<em>Eni today revoked the sale and purchase agreement for the acquisition of Heritage&#8217;s 50% interest in blocks 1 and 3A in Uganda, for which Tullow has recently exercised its pre-emption right</em>.&#8221; Tullow is selling part of its own stake to allow for the entry of bigger oil companies that have the capacity and experience to build a refinery and pipeline. The company of Irish origin last week announced it preferred working with the Chinese state-owned oil company CNOOC or France&#8217;s Total.<br />
Meanwhile, CNOOC said it is paying $2.5b for a stake in Tullow&#8217;s Ugandan oil assets. According to Hong Kong media, the purchase was expected to be signed in London last Friday. &#8220;<em>We are still receiving all proposals from the licensed companies (Tullow and Heritage) to sell part of their stakes and it is a normal process</em>&#8221; Ernest Rubondo, the commissioner in the petroleum and exploration department, said yesterday.<br />
Rubondo did not want to comment on Eni&#8217;s withdrawal. He, however, said Heritage was determined to sell its interest and he was convinced they would get a buyer because &#8220;<em>many companies are interested in Uganda&#8217;s oil&#8221;. &#8220;Once we have scrutinised all the proposals and found the best company with Ugandan interests at heart, we shall inform the public</em>.&#8221; Meanwhile, President Yoweri Museveni over the weekend met Russian-based oil company Lukoil and encouraged the firm to invest in Uganda&#8217;s oil exploration and refining sector.<br />
Andrei Sapozhnikov, the Lukoil vice-president for business development, handed over his company&#8217;s investment proposal to the President, according to a statement from State House. &#8220;<em>Sapozhnikov expressed interest in the oil exploration, refinery and the training of local manpower to facilitate the development of the sector</em>&#8221; said the statement. Lukoil, according to the firm&#8217;s website, is Russia&#8217;s largest oil company and the second largest private oil company worldwide by proven hydrocarbon reserves.<br />
The company has about 1.1% of global oil reserves and 2.3% of global oil production. Lukoil dominates the Russian energy sector, with 18% of Russian oil production and 19% of oil refining. Most of its exploration and production activity is located in Russia, and its main resource base is in Western Siberia.<br />
However, it is also carrying out projects in Kazakhstan, Egypt, Azerbaijan, Uzbekistan, Saudi Arabia, Colombia, Venezuela, Cote d&#8217;Ivoire, Ghana and Iraq. Its petroleum products are sold in Russia, eastern and western Europe, and the US. Present at the meeting with the Lukoil delegation was state minister for investment Aston Kajara, the boss of the Uganda Investment Authority, Maggie Kigozi, Uganda&#8217;s ambassador to Russia, Moses Ebuk, and the Russian ambassador to Uganda.<em><br />
</em><em>fonte</em><a href="http://allafrica.com/" target="_blank"> http://allafrica.com</a>- <em> </em><em>Ibrahim Kasita</em></p>
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<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a name="art4_feb10"></a><a href="#gen10_3">PER L&#8217;INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU&#8217; DI META&#8217; IN AFRICA</a></strong><br />
8 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Sono 28, più della metà dei quali in Africa, i paesi in cui </span>- secondo l&#8217;Humanitarian Action Report (HAR) 2010 dell’Unicef, il Fondo dell’Onu per l’infanzia -<span style="color: #990000;"> i bambini soffrono particolari situazioni di crisi </span>a causa dei più svariati fattori, dalle difficoltà finanziarie ed economiche planetarie ai mutamenti climatici fino alle conseguenze di scontri e conflitti.<br />
<span style="color: #990000;">“<em>Le necessità maggiori</em></span> &#8211; sottolinea una nota diffusa a Ginevra la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto &#8211; <em><span style="color: #990000;">riguardano l’Africa sub-sahariana, dove 24 milioni di persone del Corno d’Africa sono colpiti da siccità, cronica insicurezza alimentare e conflitti armati</span>. Le tre operazioni dell’Unicef più grandi sono in corso della Repubblica democratica del Congo, il Sudan e l’Etiopia</em>”. Ma vengono anche segnalati come situazioni degne di particolare attenzione quelle riguardanti Benin, Camerun, Repubblica del Congo (Brazzaville), Ghana, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo.<br />
Sottotitolando il rapporto &#8216;Partnering for children in emergencies&#8217;, l’Unicef ha lanciato un appello per un miliardo e 200 milioni di dollari necessari per garantire “<em>assistenza salvavita a milioni di bambini e donne in condizioni di disperata necessità</em>”. Fondi d’emergenza annuali per almeno 263 milioni di dollari sono indispensabili per la sola Africa centrale e occidentale.<br />
L’Unicef opera in 200 diversi paesi ed è attualmente molto specialmente impegnata ad Haiti ma Hilde Johnson, vice-direttore esecutivo del Fondo, ha precisato: “ <em>Dobbiamo certo intensificare il nostro sforzo per Haiti garantendo però che tutti i bambini del mondo, dal Corno d’Africa all’Afghanistan al Pakistan e altrove, ricevano l’assistenza necessaria</em>”.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://www.fides.org/" target="_blank"><br />
</a><em> </em></p>
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<p><a href="#set09_4"><strong> </strong></a><strong> <a name="art5_feb10"></a><a href="#gen10_4">CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI </a></strong><br />
8 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Forte crescita del commercio regionale (+47%), nuovo clima di fiducia tra gli investitori, maggior partecipazione della regione al mercato mondiale dei capitali: è il bilancio positivo dell’Unione Doganale in vigore dal 2005</span> tracciato dal Segretario generale della Comunità dell’Africa orientale (EAC), Juma Volter Mwapachu, in un’intervista al settimanale online ‘Les Afriques’.<br />
Tra le questioni aperte, secondo il diplomatico tanzaniano, ci sono l’incremento delle capacità produttive dei cinque paesi membri, una semplificazione delle pratiche doganali per ridurre i costi finali dei prodotti e un nuovo impegno per migliorare le infrastrutture regionali. Tra i temi in agenda per il 2010, difesa regionale, sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, ma anche i negoziati con l’Unione Europea (UE) per la firma degli Accordi di partenariato economico (APE).<br />
“<em>Dopo un primo impegno preso a Novembre 2007, stiamo lavorando per assicurare sviluppo alla nostra regione e per incrementare le sua capacità produttive. Non vogliamo essere soltanto un mercato d’importazione di prodotti UE</em>” ha detto Mwapachu a ‘Les Afriques’.<br />
<span style="color: #990000;">Il trattato istitutivo dell’EAC firmato ad Arusha nel 1999 tra Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, è entrato in vigore l’anno dopo; nel decennale della nascita della Comunità, gli stati membri hanno firmato un protocollo per la creazione di un mercato comune, come ulteriore passo sulla via dell’integrazione, introducendo oltre alla libera circolazione delle merci quella dei capitali, delle persone e dei servizi</span>. Entro il 1° luglio, i governi dovrebbero ratificarlo per dare il via libera al nuovo progetto comune. Insieme con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e il Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA), l’EAC partecipa a un progetto per creare un mercato unico del quale facciano parte 26 paesi.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://www.fides.org/" target="_blank"><br />
</a><br />
<em> </em></p>
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<p><a href="#set09_5"><strong> </strong></a><strong><a name="art6_feb10"></a><a href="#gen10_5">ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO</a></strong><br />
9 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Una maggior integrazione regionale, in vista di realizzare una piena Comunità economica africana (CEA), e lo sviluppo del commercio interno: sono questi i due principali punti contenuti nell’accordo siglato tra due dei più importanti blocchi commerciali africani, il mercato comune dell’Africa orientale e australe (COMESA) e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO).</span> In una nota congiunta le parti hanno fatto sapere di aver siglato un’intesa che intende promuovere la cooperazione interregionale, attraverso lo stimolo dell’attività del settore privato.<br />
L’obiettivo dell’accordo, è tra gli altri, quello di permettere la creazione di una rete che consenta ai soggetti privati dei due blocchi di interagire con le autorità di COMESA ed ECOWAS, migliorando e aumentando le opportunità commerciali. Ma oltre agli aspetti commerciali, l’accordo prevede una collaborazione crescente nell’inserimento delle donne nell’ambiente professionale e nelle piccole e medie imprese, e un più stretto legame nei settori dello sviluppo agricolo e della sicurezza alimentare, con un accento particolare sulla realizzazione del Programma Globale di Sviluppo dell’Agricoltura in Africa, voluto dall’Unione Africana (UA) per sviluppare il settore agricolo nel continente.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><strong><a name="art7_feb10"></a><a href="#gen10_7">PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI</a></strong><br />
9 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Avrà sede a Bujumbura<span style="color: #990000;"> la rete interuniversitaria dei Grandi Laghi</span>, una delle iniziative varate in questi giorni nella capitale burundese dal ministro dell’Istruzione e della Ricerca, Saïdi Kibeya, e dai suoi omologhi della Repubblica democratica del Congo e del Rwanda.<br />
<span style="color: #000000;">Il protocollo firma</span>to dai tre ministri istituisce la cooperazione interuniversitaria in seno alla Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi (CEPGL), <span style="color: #990000;">renderà possibile la libera circolazione di professori, ricercatori e studenti</span> e prevede il lancio di un programma comune denominato &#8216;Educazione e Ricerca&#8217;. In ogni paese verranno scelte cinque università che contribuiranno al progetto di rete regionale mentre un polo di eccellenza in tecnologia dell’informazione e della comunicazione sarà basato a Kigali, con la collaborazione dell’americana ‘Carnegie Mellon University’.<br />
<span style="color: #990000;">Tra le sfide che il mondo universitario africano deve rilevare, i ministri dell’Istruzione e della Ricerca indicano risorse materiali e umane insufficienti, ristrutturazione di alcune sedi, maggior controllo sugli attestati rilasciati dalle facoltà. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno almeno 20.000 africani qualificati lasciano il continente per emigrare nel Nord del mondo, anche a causa di strutture universitarie carenti e di opportunità professionali limitate</span>: il fenomeno conosciuto come ‘fuga dei cervelli’ secondo stime correnti costa all’Africa quattro miliardi di dollari.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><em> </em></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><a name="art8_feb10"></a><a href="#gen10_8">ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE</a></strong><br />
12 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) hanno attaccato nei giorni scorsi una città mineraria nel sud-est del Centrafrica.</span> “<em>Individui armati, che gli abitanti hanno riconosciuto come ‘Tongo tongo’ </em>- appellativo delle popolazioni locali per identificare i membri della ribellione ugandese &#8211; <em>sono entrati nella cittadina di Nzako e hanno disperso la popolazione con colpi d’arma da fuoco esplosi in aria</em>” ha riferito un agente di polizia locale, secondo cui gran parte dei residenti della zona si sono rifugiati nei boschi alle porte della città.<br />
<span style="color: #990000;">Nessun bilancio di vittime è stato reso noto, ma testimoni hanno riferito di decine di civili sequestrati dai ribelli e condotti nella foresta.</span> A confermare la persistenza degli attacchi e delle violenze causati dai ribelli ugandesi in tutto il territorio lungo le frontiere di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Sudan è un bilancio diffuso oggi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (OCHA) nella Provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo.<br />
Secondo il documento,<span style="color: #990000;"> in questa zona nell’arco del 2009 sono state 849 le vittime degli attacchi dell’LRA, mentre in un solo anno i ribelli si sono stati responsabili di 1486 rapimenti e della fuga di oltre 365.000 persone dalle loro case. “<em>All’inizio del 2008 in tutta la provincia c’erano circa 65.000 sfollati -</em> sostiene Ocha<em> &#8211; mentre oggi, a distanza di 12 mesi, gli sfollati sono saliti a 450.000 e ben 365.000 sono stati causati dalle scorrerie dell’LRA</em>”.<br />
Secondo l&#8217;ente delle Nazioni Unite, i numeri di persone uccise o rapite “<em>sorpassano di gran lunga quelli causati in quattro anni dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) attivi nella regione del Kivu</em>”. </span><br />
Guidato da Joseph Kony, l&#8217;LRA fu costituito nel 1988 nel nord dell’Uganda. Nel 2005 i suoi combattenti si sono allontanati dalle loro basi tradizionali per installarsi nell’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo, da dove lanciano attacchi in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><em> </em></p>
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<p style="text-align: justify;"><a href="#rifiuti_nov"><strong><strong> </strong></strong></a><strong><a name="art9_feb10"></a><a href="#gen10_9">UN&#8217;ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA</a></strong><br />
15 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il successo ottenuto con l&#8217;apertura del centro cardiochirurgico Salam di Khartoum, <span style="color: #990000;">Emergency si lancia in un progetto di assistenza medica ancora più significativo e ambizioso. L&#8217;associazione, fondata nel 1994 in sostegno delle vittime civili delle guerre, ha infatti firmato assieme ai governi di undici Paesi africani un memorandum per la creazione dell&#8217;ANME (African Network of Medical Excellence), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite.</span><br />
La firma del memorandum, avvenuta nel corso di una apposita conferenza organizzata l&#8217;11 e 12 febbraio a Khartoum da Emergency e dal Ministero della Salute sudanese, è un evento storico per l&#8217;Africa: l&#8217;organizzazione presieduta da Cecilia Strada è infatti riuscita a riunire attorno al tavolo delle trattative ben undici Paesi (oltre al Sudan erano presenti i rappresentanti di Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Congo, Ruanda, Somalia e Uganda). Alcuni di questi stati sono ancora oggi in guerra tra loro, ma ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzione l&#8217;approccio medico al continente.<br />
<span style="color: #990000;">L&#8217;idea è quella di replicare il successo del Salam, il centro di cardiochirurgia inaugurato a Khartoum nell&#8217;aprile del 2007, creando nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. </span>Come il centro Salam, che in quasi tre anni di vita ha curato pazienti provenienti da tredici Paesi, anche le nuove strutture fungeranno da centri regionali specializzati, operando in campi scelti con l&#8217;apporto degli stessi governi riuniti alla conferenza. Tra di essi figurano la pediatria, l&#8217;ostetricia e la ginecologia, la ricostruzione plastica, l&#8217;oncologia, la traumatologia e la riabilitazione. A Bangui, in Repubblica Centrafricana, è già attivo un centro pediatrico, mentre a breve un centro di chirurgia pediatrica verrà aperto nella capitale ugandese Kampala.<br />
<span style="color: #990000;">La formazione del personale locale figura tra i punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente.</span> &#8220;<em>La strategia di costruire strutture ospedaliere partendo dal basso è puramente teorica, visto che finora in Africa ha sempre fallito</em>&#8220;, ha spiegato nel corso della conferenza Gino Strada, direttore esecutivo e tra i fondatori di Emergency. &#8220;<em>Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare il contrario: che anche in Africa è possibile costruire strutture d&#8217;eccellenza a costo zero per i pazient</em>i&#8221;.<br />
Un progetto sposato da tutte e undici le delegazioni presenti a Khartoum, che con la firma del memorandum hanno ribadito come quello all&#8217;assistenza sanitaria sia tra i diritti umani fondamentali e inalienabili di ogni individuo. Il concetto era già stato lanciato da Emergency nel 2008 quando, alla presenza dei ministri della Sanità di otto Paesi africani, fu siglato a Venezia il ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’ che si rifà ai concetti di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale come principi base di qualsiasi progetto di assistenza medica.<br />
A testimoniare la bontà del progetto di Emergency, che in sedici anni di attività è intervenuta in quindici Paesi curando più di tre milioni e mezzo di civili, vi sono gli ottimi risultati ottenuti dal centro Salam e riconosciuti dagli stessi ospiti della conferenza, i quali hanno avuto parole di elogio per una delle strutture più all&#8217;avanguardia del continente e del mondo intero.<br />
Con più di 12.500 pazienti esaminati e 2.456 ricoverati, dalla sua apertura il Salam ha realizzato più di duemila operazioni a cuore aperto, con un tasso di mortalità di appena il 3 percento. In Sudan, Emergency gestisce anche un centro pediatrico situato nel campo profughi di Mayo, alle porte della capitale Khartoum, e ha in progetto di aprire a breve altre due strutture nelle città di Nyala, in Darfur e di Port Sudan, sul Mar Rosso.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://it.peacereporter.net " target="_blank">http://it.peacereporter.net</a> -<em> Matteo Fagotto<br />
</em></p>
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<p><strong> </strong><a href="#set09_10"><strong> </strong></a><strong><a name="art10_feb10"></a><a href="#gen10_10">“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA</a></strong><br />
17 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>La mia prima preoccupazione è quella di offrire alla Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi che siano motivati e ben formati per servire i fedeli</em>” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. John Baptist Kaggwa, Vescovo di Masaka, incaricato della formazione dei sacerdoti dell’Uganda.<br />
Mons. Kaggwa si occupa in particolare della gestione dei seminari in Uganda. “<em>Nel Paese oltre ai Seminari minori, vi sono 5 Seminari maggiori, dei quali 4 sono nazionali, che appartengono cioè alla Conferenza Episcopale, ed uno interdiocesano” </em>afferma il Vescovo di Masaka<em>. “Siamo soddisfatti per le numerose vocazioni. Cito un solo dato: ciascuno dei 4 Seminari della Conferenza Episcopale accoglie 150 seminaristi, per un totale di oltre 600 studenti solo per questi 4 Istitut</em>i”.<br />
Mons. Kaggwa non nasconde però alcune difficoltà riscontrate nella formazione del clero. “<em>Sentiamo la responsabilità di discernere affinché i nuovi sacerdoti siano veramente persone dedite a servire la Chiesa e i suoi fedeli. Abbiamo inoltre delle difficoltà finanziarie, perché sostenere questo cammino formativo costa parecchio e il nostro è un Paese povero. Siamo quindi grati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli che, tramite la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, ci aiuta nella formazione del clero e dei religiosi. Cerchiamo anche di sensibilizzare i fedeli locali ad offrire un contributo per la formazione dei loro sacerdoti, anche se questo da solo non basta</em>”.<br />
<span style="color: #990000;">L’Uganda è un Paese dove convivono diverse confessioni cristiane e altre religioni. Chiediamo a Mons. Kaggwa lo stato dei rapporti ecumenici e interreligiosi nel suo Paese. “<em>In Uganda abbiamo un’organizzazione che riunisce la Chiesa cattolica, l’anglicana e l’ortodossa. Ci riuniamo una volta all’anno per discutere argomenti di interesse comune: la situazione politica, l’assistenza sanitaria e lo sviluppo umano del nostro popolo. Non siamo però ancora riusciti a risolvere alcuni problemi di carattere dottrinale, come quello dei matrimoni misti. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, abbiamo dei forum di discussione su argomenti che riguardano la giustizia, l’assistenza sanitaria, la diffusione dell’AIDS, la distribuzione di medicine. Nel complesso la convivenza interreligiosa è positiva</em>”.</span><br />
“<em>La Chiesa cattolica</em> &#8211; prosegue il Vescovo &#8211; <em>ha un futuro di convivenza, di dialogo e di lavoro comune. Questo è vero anche dal punto di vista dell’insegnamento: <span style="color: #990000;">le nostre scuole sono aperte a tutti, così come vi sono studenti cattolici che frequentano scuole di altre confessioni religiose. Nella scuola pubblica è permesso l’insegnamento della propria religione</span></em><span style="color: #990000;">”.</span><br />
“<em>Dobbiamo migliorare la nostra convivenza cercando un dialogo più approfondito sugli argomenti che ci separano, tenendo però conto dell’orientamento della Chiesa cattolica. Dobbiamo ricordare l’ammonimento di Paolo VI secondo il quale nel dialogo ecumenico non vi devono essere compromessi sulle questioni dottrinali</em>” conclude Mons. Kaggwa.<em><br />
fonte</em><a href="http://www.fides.org" target="_blank"> www.fides.org</a></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><a name="art11_feb10"></a><a href="#gen10_10">GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES</a></strong><br />
17 february 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">The Government has set tough conditions for new companies intending to invest in the oil production in the country.</span> The permanent secretary of the Ministry of Energy, Kabagambe Kaliisa, told the natural resources committee yesterday that for a company to be approved by the Government, it must have a capital base of at least $24b (sh48 trillion).<br />
&#8220;<em>Since the investment required in the short to long-term (2010-2020) is $8b, a company with a market capitalisation of three times the size of the required investment would be credible</em>&#8221; he said. He explained that the oil and gas operations are moving into the development and production phases. &#8220;<em>Therefore, the type of companies required to carry these activities forward need to have the necessary risk capital and access to project finance for both the short and long-term investment</em>.&#8221;<br />
Kabagambe added that the companies must have good operator experience, not only in exploration and production of gas and oil but also in refining, pipeline development and operations. <span style="color: #990000;">There was also need for licensing and maintaining several oil companies to avoid monopoly</span>, he stressed. In addition, the companies must be agreeable to the Government&#8217;s current development strategies which include early commercialisation of the resources, value addition, training of Ugandans and paying taxes. &#8220;<em>In order to approve the transactions, the Government ought to consider its best interest to propel the industry further</em>&#8221; he said.<br />
Kabagambe was appearing before the committee to explain the current transactions between the oil companies in Uganda. He said 15 oil and gas fields have been explored since 2006, with an exceptionally high drilling success of 94%. He said a reserve of two billion barrels of oil is in place, worth $50b.<br />
He explained that the oil reservoirs have to be tested and appraised. Power generation and transmission facilities may cost $300m, oil processing and transportation equipment another $1.5b, refinery development $2b, further drilling $200m and expanded storage and pipeline infrastructure $4b, he estimated. &#8220;<em>Therefore, when a bigger player expresses interest in joining the petroleum industry, it signifies benefits to the country</em>&#8221; he said.<br />
Kabagambe informed the committee that Tullow does not have the required capacity and has decided to invite partners. He said French Total and the Chinese state-owned oil company, CNOOC, are being evaluated to partner with Tullow. &#8220;<em>In recognising the need to avoid a monopoly, Tullow has presented their plan to partner with both Total and CNOOC</em>&#8221; he told the MPs. &#8220;<em>However, the Government has asked Tullow to reconsider its proposal of operating two out of the three exploration areas instead of each partner operating an exploration area.</em>&#8221; Tullow was asked to submit joint operating and sales agreements with Total and CNOOC.<br />
The Government recently announced that it had approved the deal for Tullow to take over the 50% share of its partner, Heritage, in two blocks in the Lake Albert region at $1.5b. The decision ended a bid by Italian company Eni to buy Heritage&#8217;s stake. The PS said the transaction will be subject to a capital gains tax of $300m (sh6b) to $400m (sh8b).<br />
The committee, however, expressed anger over the fact that the oil production sharing agreements had not been made public. &#8220;<em>Our hands are tied. All these issues need to be discussed after we have read the oil agreements</em>&#8221; MP Beatrice Anywar said. Her colleague, Anifa Kawooya, said the Government should not delay the production process, saying billions were being lost as a result.<br />
Fred Kabanda, the ministry principal geologist, declined to comment on when production will commence but said Tullow plans to start selling crude oil mid this year, especially to cement industries. The officials also announced that a national oil company will be formed to increase national participation and accelerate knowledge transfer.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://allafrica.com/" target="_blank">http://allafrica.com</a> -<em> Mary Karugaba &amp; Micha Grieser</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><a href="#rifiuti_nov"><strong><strong> </strong></strong></a><strong><a name="art12_feb10"></a><a href="#gen10_11">UGUAGLIANZA NEGATA</a></strong><br />
17 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Omosessualità aggravata. Un reato considerato alla stregua dell&#8217;omicidio e del furto che, con questi ultimi, potrebbe avere in comune non solo la previsione delle aggravanti, appunto, ma anche la determinazione della pena: la morte o, nel migliore dei casi, al carcere a vita. È quanto previsto dall&#8217;Anti-homosexuality Bill, meglio noto come ‘Kill Gay Bill’, che il parlamento ugandese sta discutendo in questi giorni per apprestersi a votare entro la fine del prossimo mese.</span><br />
Il disegno di legge, presentato dal deputato David Bahati, si allinea totalmente alle politiche in materia di omosessualità adottate dalla maggior parte degli Stati dell&#8217;Africa subsahariana e che prevedono severe punizioni per coloro che frequentano un partner dello stesso sesso.<br />
In Uganda, tuttavia, è in atto una vera e propria crociata capeggiata dal pastore cristiano fondamentalista Martin Ssempa, classe 1968. <span style="color: #990000;">Il disegno di legge, per il quale è ancora in ballo l&#8217;emendamento riguardante la riduzione dalla pena di morte a vent&#8217;anni di galera, ha attirato l&#8217;attenzione dell&#8217;Occidente portando lo stesso presidente Yoweri Museveni a prenderne le distanze e a chiederne una revisione di stampo moderato. La misura, lesiva di una gran parte dei dettami contenuti nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ firmata a Parigi nel 1948, potrebbe, se passasse senza modifiche, prevedere la perseguibilità degli omosessuali di nazionalità ugandese che abbiano relazioni anche fuori dai confini nazionali. </span>Per loro sarebbe richiesta un&#8217;estradizione immediata al fine di permetterne una punizione esemplare nel proprio paese.<br />
Ssempa, prima voce nel coro degli ‘inflessibili’ , capeggerà oggi una marcia anti-gay per esercitare pressioni sui legislatori e dare, ha detto il religioso, &#8220;<em>una cartolina che (Museveni) possa inviare al suo amico Barack Obama</em>&#8220;. Una cartolina che, secondo le stime, dovrebbe essere firmata da milioni di persone che in tutto il paese si uniranno in una sola voce per richiedere il passaggio della legge che, di fatto, inasprirà le pene previste per il reato di omosessualità (che in Uganda è già comunque criminalizzata).<br />
&#8220;<em>Vogliamo far vedere</em> &#8211; ha ribadito Ssempa &#8211; <em>quante persone appoggiano realmente la legge</em>&#8220;. Rimane comunque forte la reazione dei paesi donatori, fra cui gli Stati Uniti, che hanno minacciato l&#8217;amministrazione di Kampala di attuare aspre sanzioni di natura economica se non si provvederà a far cadere la proposta di legge. Tuttavia, proprio dalle ricche comunità cristiano-evangeliche degli States, nel marzo 2009 arrivarono in Uganda tre sacerdoti per partecipare ad una serie di dialoghi sulla &#8220;<em>cura dell&#8217;omosessualità</em>&#8220;.<br />
Scott Lively, un missionario che ha scritto diversi libri contro l&#8217;omosessualità, Caleb Lee Brundidge, che si autodefinisce un ex omosessuale che conduce &#8220;<em>seminari di guarigione</em>&#8221; e Don Schmierer, la cui missione è &#8220;<em>mobilitare il corpo di Cristo per la grazia e la verità in un mondo affetto dall&#8217;omosessualità</em>&#8220;, hanno tenuto, in qualità di esperti in materia, dei seminari alla presenza di politici, insegnanti e forze dell&#8217;ordine per dimostrare come, secondo loro, sia possibile rieducare i gay e per denunciare il naturale portamento di questi ultimi a sodomizzare i ragazzi. Un vero e proprio simposio che partiva da assiomi come &#8220;il movimento gay è un&#8217;istituzione del male che ha come obiettivo quello di sconfiggere il matrimonio e sostituirlo con una cultura della promiscuità sessuale&#8221;.<br />
Dopo un anno dalle loro accese disserzioni, i tre cercano ora di prendere le distanze dal disegno di legge ugandese e da coloro che lo stanno promuovendo.<br />
Probabilmente neanche loro credono nell&#8217;equità e nell&#8217;efficacia di una disposizione che metterà a repentaglio la libertà, quando non la vita stessa, di circa 500mila esseri umani. È questo il numero stimato di omosessuali in una terra che oggi conta 31 milioni di persone.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://it.peacereporter.net/" target="_blank">http://it.peacereporter.net</a> -<em> Antonio Marafioti</em></p>
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<p style="text-align: right;">
<p><strong> </strong><a href="#set09_10"><strong> </strong></a><strong><a name="art13_feb10"></a><a href="#gen10_13">TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA</a></strong><br />
23 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #990000;">Trenta milioni di migranti africani contribuiscono alle economie dei paesi d’origine con 40 miliardi di dollari di rimesse, circa 29 miliardi e 500 milioni di euro</span>: i dati sono stati diffusi nel corso di un seminario di studio sulle migrazioni africane, organizzato a Capo Verde da Caritas/Migrantes.<br />
Secondo un documento presentato agli incontri<span style="color: #990000;"> i flussi di rimesse valgono pressappoco il 3% del Prodotto interno lordo </span>(PIL) del continente, all’incirca “<em>quanto gli stati ricevono sotto forma di aiuti allo sviluppo</em>” e “<em>di più rispetto al totale degli investimenti esteri in forma diretta</em>”.<br />
Durante il seminario è stato evidenziato che circa la metà delle rimesse africane arriva in Nigeria (10 miliardi) e in Egitto (8 miliardi e mezzo). Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un terzo delle rimesse giunge in zone rurali e depresse, “<em>con un aggravio economico per gli elevati costi di transazione causato dalla scarsa presenza di intermediari finanziari locali</em>”.<em><br />
fonte</em> <a href="http://allafrica.com/" target="_blank">http://allafrica.com</a></p>
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<p><a href="#top_dicembre_09"><strong> </strong></a><strong><a href="#temperature_nov"><br />
</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Cambio valuta</strong>: in data 26/02/2010 1 dollaro USA è pari a 2040 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a</span> 2768,7296<span style="color: #000000;"> scellini ugandesi<br />
</span></p>
<p style="text-align: left;">
<hr /><strong>UgandAbout</strong> è un servizio dell&#8217;Associazione <strong>Italia Uganda</strong> Onlus a cura di Simona Meneghelli</p>
]]></content:encoded>
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		<title>UgandAbout &#8211; novembre 2009</title>
		<link>http://blog.italiauganda.it/2009/12/ugandabout-novembre-2009/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 10:05:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Meneghelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[UgandAbout]]></category>
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		<description><![CDATA[Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel novembre 2009.
MALARIA, NUOVA SPERANZA &#8220;UN VACCINO ENTRO 5 ANNI&#8221;
5 novembre 2009
 BREVE NOTIZIA DALL&#8217;UGANDA
5 novembre 2009
 ALTRO PASSO VERSO MERCATO COMUNE AFRICANO
11 novembre 2009 
MSF: I TAGLI DEI FONDI PER LA LOTTA ALL&#8217;AIDS POSSONO VANIFICARE I SUCCESSI RAGGIUNTI
11 novembre 2009
VERTICE E CONTROVERTICE SU FAME NEL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a name="nov09_top"></a>Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel novembre 2009.</p>
<p><strong><a href="#malaria_nov">MALARIA, NUOVA SPERANZA &#8220;UN VACCINO ENTRO 5 ANNI&#8221;</a><br />
</strong>5 novembre 2009</p>
<p><a href="#set09_2"><strong><strong> </strong></strong></a><a href="#notizia_nov"><strong>BREVE NOTIZIA DALL&#8217;UGANDA</strong></a><br />
5 novembre 2009</p>
<p><a href="#set09_3"><strong><strong> </strong></strong></a><a href="#passo_nov"><strong>ALTRO PASSO VERSO MERCATO COMUNE AFRICANO</strong></a><br />
11 novembre 2009<strong> </strong></p>
<p><a href="#msf_nov"><strong>MSF: I TAGLI DEI FONDI PER LA LOTTA ALL&#8217;AIDS POSSONO VANIFICARE I SUCCESSI RAGGIUNTI</strong></a><br />
11 novembre 2009</p>
<p><a href="#vertice_nov"><strong>VERTICE E CONTROVERTICE SU FAME NEL MONDO, GIORNATA CONCLUSIVA</strong></a><br />
18 novembre 2009<strong> </strong></p>
<p><strong><a href="#seven"></a></strong><strong> </strong></p>
<p><a href="#sud_nov"><strong>SUD DEL MONDO, DONNE E CLIMA NEL RAPPORTO SULLA POPOLAZIONE MONDIALE</strong></a><br />
19 novembre 2009</p>
<p><a href="#infanzia_nov"><strong>VENT’ANNI DI DIRITTI DELL’INFANZIA, ANNIVERSARIO CONVENZIONE ONU</strong></a><br />
20 novembre 2009</p>
<p><a href="#set09_9"><strong><strong> </strong></strong></a><a href="#rifiuti_nov"><strong>BASTA RIFIUTI PER LE STRADE DI KAMPALA: ORDINE PRESIDENZIALE</strong></a><br />
23 novembre 2009</p>
<p><a href="#jesuit_nov"><strong>IL ‘JESUIT REFUGEE SERVICE’ AL SERVIZIO DEI RIFUGIATI IN UGANDA</strong></a><br />
26 novembre 2009</p>
<p><a href="#temperature_nov"><strong>UGANDA’S TEMPERATURE TO RISE BY 1.5 DEGREES</strong></a><br />
26 november 2009</p>
<p><a href="#land_nov"><strong>LAND BILL PASSED</strong></a><br />
26 november 2009<br />
<strong> </strong></p>
<hr /><a href="#set09_1"><strong> </strong></a><a href="#malaria_nov"><strong> </strong></a><strong><a name="malaria_nov"></a></strong><strong><a name="malaria_nov"></a>MALARIA, NUOVA SPERANZA &#8220;UN VACCINO ENTRO 5 ANNI&#8221;<br />
</strong>5 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">HIV, tubercolosi e malaria: sono queste le malattie che mietono più vittime in Africa ogni anno. <span style="color: #993300;">Contro la parassitosi trasmessa dalle zanzare potrebbe però essere disponibile entro cinque anni un vaccino, capace di limitare la diffusione delle febbri che uccidono oltre 800 mila persone all&#8217;anno, la maggior parte bambini sotto ai cinque anni. </span>L&#8217;annuncio è stato fatto durante la V Conferenza sulla malaria che si chiuderà a Nairobi venerdì 6 novembre, alla quale partecipano oltre mille tra ricercatori, soci finanziatori ed esponenti politici.<br />
Le relazioni di apertura della conferenza hanno sottolineato come negli ultimi anni i progressi verso la realizzazione di un vaccino siano stati più veloci. Alcuni test giunti alla fase finale di sperimentazione, in particolare, sono molto promettenti e fanno ritenere che, insieme a una distribuzione più capillare di zanzariere, potranno portare a debellare la malattia in tempi brevi.<br />
Christian Loucq, direttore dell&#8217;organizzazione non governativa PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI), finanziata dalla fondazione di Bill e Melinda Gates, ha dichiarato al settimanale Jeune Afrique: &#8220;<em>Siamo nella fase tre di valutazione clinica del vaccino RTS, S, che ha già mostrato un tasso di efficacia del 53% negli ultimi test fatti in Kenya e Tanzania. Si tratta di un risultato eccellente, con il quale entriamo nell&#8217;ultima fase di sperimentazione, che durerà 35 mesi, con ottime possibilità di riuscita. Ritengo che fra cinque anni avremo a disposizione un vaccino per la commercializzazione</em>&#8220;.<br />
La ricerca, intanto, va ancora avanti e si stanno mettendo a punto vaccini di seconda generazione. &#8220;<em>Insieme ai test sul vaccino RTS, S, che blocca lo sviluppo della malattia</em> &#8211; ha detto ancora Loucq &#8211; <em>stiamo studiando un vaccino che impedisca la trasmissione del parassita dall&#8217;uomo alla zanzara. Queste nuove strategie sono entusiasmanti e ci porteranno ad avere in dieci anni un tasso di efficacia dell&#8217;80% nella lotta alla malaria</em>&#8220;. Loucq ha comunque ribadito che<span style="color: #993300;"> il vaccino da solo non basterà a debellare la malaria e che zanzariere e insetticidi sono comunque indispensabili.</span><br />
Molto è però legato ai finanziamenti per la ricerca e la lotta alla diffusione del parassita, che nel caso dell&#8217;ong di Loucq provengono soprattutto dai Gates e da Usaid. <span style="color: #993300;">Il problema dei finanziamenti non riguarda poi soltanto la ricerca e i test di sperimentazione, perché una volta che il vaccino diventerà una realtà bisognerà vedere in quanti potranno permetterselo.<br />
</span>A questo proposito, la casa farmaceutica britannica che lo produce, la GlaxoSmithKline, ha annunciato che se la sperimentazione darà buoni frutti non farà difficoltà sul prezzo. Il colosso britannico ha avviato un progetto pilota per i test in collaborazione con l&#8217;Oms in sette paesi dell&#8217;Africa sub-sahariana (Burkina Faso, Gabon, Ghana, Kenya, Malawi, Mozambico e Tanzania) e prevede di coinvolgere fino a 16mila bambini.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.repubblica.it" target="_blank">www.repubblica.it </a>- <em>Cristina Nadotti</em></p>
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<p><strong> </strong><a href="#notizia_nov"><strong><br />
</strong></a><strong><a name="notizia_nov"></a> BREVE NOTIZIA DALL&#8217;UGANDA</strong><br />
5 novembre 2009<a href="#set09_2"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Charles Arop, uno dei comandanti dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra), si è consegnato ai militari dell’esercito ugandese. Secondo le Nazioni Unite, Arop sarebbe stato a capo di un gruppo di circa 150 uomini responsabile anche dell’attacco del 25 dicembre 2008 a Faradje, nella Repubblica Democratica del Congo, durante il quale furono uccise 143 persone.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><a href="#passo_nov"><strong><br />
</strong></a><strong><a name="passo_nov"></a> ALTRO PASSO VERSO MERCATO COMUNE AFRICANO</strong><br />
11 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">A poco più di un anno della conferenza di Kampala in cui i capi di stato e di governo di 26 paesi africani hanno deciso di creare un mercato comune, è infine pronto il programma tecnico-economico per raggiungere questo obiettivo.<br />
<span style="color: #993300;">Il progetto è quello di riunire in un unica organizzazione i tre organismi regionali &#8211; Comunità dell’Africa orientale (Eac), Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc) e Mercato comune dell’Africa orientale e australe (Comesa) &#8211; per creare una zona di libero scambio che va da Città del Capo a Il Cairo.</span><br />
A rendere noto che, benché con sei mesi di ritardo sul mandato della conferenza, si è infine giunti alla definizione di una ‘road map’, lavoro particolarmente complesso per il sovrapporsi e contraddirsi di almeno 30 accordi bilaterali e multilaterali africani, sono stati i rappresentanti dei diversi organismi regionali, nel corso di una riunione tecnica a Dar es Salaam, in Tanzania. Il programma dovrà essere sottoposto all’approvazione dei capi di stato e di governo la prossima settimana.<span style="color: #993300;"><br />
Secondo fonti diplomatiche l’area di libero scambio africana, che riunirà paesi popolati complessivamente da oltre mezzo milione di persone e con un prodotto interno lordo totale di oltre 400 miliardi di euro, potrà essere operativo entro due o tre anni.</span><br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://it.peacereporter.net" target="_blank"></a></p>
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<p><a href="#set09_4"><strong> </strong></a><strong><a href="#msf_nov"><br />
</a><a name="msf_nov"></a> MSF: I TAGLI DEI FONDI PER LA LOTTA ALL&#8217;AIDS POSSONO VANIFICARE I SUCCESSI RAGGIUNTI</strong><br />
11 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">La riduzione dei finanziamenti per l’AIDS a livello internazionale rischia di minare i progressi compiuti negli ultimi anni nella lotta contro la mortalità e le malattie legate all’AIDS. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) &#8216;Punishing Success? Early Signs of an International Retreat from Commitment to HIV/AIDS Care and Treatment&#8217;, presentato nei giorni scorsi a Johannesburg, in Sud Africa.<br />
<span style="color: #993300;">Il rapporto di MSF evidenzia come l’estensione del trattamento contro l’HIV non solo abbia salvato la vita dei pazienti sieropositivi, ma sia stato negli ultimi anni un fattore centrale nel ridurre la mortalità in numerosi paesi particolarmente colpiti dall&#8217;HIV/AIDS in Africa meridionale. In Malawi e in Sud Africa, MSF ha registrato una consistente diminuzione della mortalità nelle aree in cui la terapia anti-retrovirale è molto diffusa. L’estensione di tale trattamento ha avuto anche un impatto positivo sull’incidenza delle altre malattie,</span> nel caso della tubercolosi (TBC), ad esempio, si è notata una diminuzione dei casi a Thyolo, in Malawi e nella provincia di Western Cape, in Sud Africa.<br />
“<em>Nei circa dieci anni di applicazione del trattamento anti-AIDS</em> – dichiara Tido von Schoen-Angerer, responsabile della Campagna per l&#8217;Accesso ai Farmaci Essenziali di MSF – <em>abbiamo notato significativi miglioramenti sia per i singoli pazienti che per la salute pubblica. Tuttavia, i recenti tagli costringeranno medici e infermieri a respingere i pazienti sieropositivi quando giungono nelle cliniche: sarebbe come tornare indietro agli anni Novanta, cioè ai tempi in cui il trattamento non era ancora disponibile</em>”.<br />
<span style="color: #993300;">Il supporto internazionale nella lotta all’HIV-AIDS ormai vacilla, come dimostrano i forti tagli nei finanziamenti. Il consiglio direttivo del Global Fund, una delle principali fonti di finanziamento per i programmi di lotta contro l&#8217;Aids nei paesi in via di sviluppo, non è in grado di rispondere ai reali bisogni dei diversi paesi e la settimana prossima voterà se sospendere o meno tutte le nuove proposte di finanziamento per il 2010. Inoltre il PEPFAR, programma di lotta all&#8217;AIDS degli Stati Uniti, non prevede aumenti nei fondi per i prossimi due anni.</span><br />
“<em>Il Global Fund non deve coprire il deficit causato dai suoi finanziatori</em> – dice von Schoen-Angerer – <em>la proposta cancellazione dei finanziamenti del 2010 e altre misure per limitare l’estensione del trattamento, stanno punendo i successi ottenuti in questi anni e impedendo ai paesi di salvare vite umane</em>”. Nel 2005 i leader mondiali hanno promesso di provvedere entro il 2010 alla copertura finanziaria globale dei programmi per la lotta all&#8217;AIDS, una promessa che ha incoraggiato molti paesi africani a lanciare ambiziosi programmi per il trattamento anti-retrovirale.<br />
“<em>Che cosa resta della promessa fatta ai pazienti colpiti da Aids? Abbiamo dato loro speranza, dobbiamo lottare per loro. Fin dall’inizio sapevamo che il trattamento serve per salvare vite</em>” dichiara Olesi Ellemani Pasulani, medico di MSF presso il Thyolo District Hospital in Malawi. “<em>Far pagare i trattamenti contro l&#8217;AIDS ai paesi più poveri sarebbe un colossale tradimento</em>”.<br />
Ridurre i fondi in questo momento significherebbe lasciar morire prematuramente i pazienti che hanno urgente bisogno del trattamento e potrebbe portare alla pericolosa interruzione della terapia per chi l’ha già iniziata. <span style="color: #993300;">In Uganda i tagli hanno già cominciato a colpire: alcune strutture hanno dovuto bloccare il trattamento sui nuovi pazienti sieropositivi. Altri paesi sono rimasti indietro rispetto agli obiettivi prefissati di estendere il trattamento.</span> In Sud Africa precedenti problemi legati ai finanziamenti, ora risolti, hanno causato l’interruzione del trattamento e il divieto di trattare nuovi pazienti, provocando almeno 3.000 decessi.<br />
Il rapporto mostra come, soprattutto nella aree in cui l’AIDS è molto diffuso, trattare questa malattia ha un impatto positivo in particolare sulla salute di donne e bambini. “<em>E’ necessario un maggior impegno sulle altre priorità sanitarie, ma questo dovrebbe verificarsi in aggiunta e non in sostituzione di un costante impegno nella lotta all’HIV/AIDS</em>” aggiunge Tido von Schoen-Angerer.<br />
<span style="color: #993300;">Attualmente, più di 4 milioni di pazienti con HIV/AIDS nei paesi in via di sviluppo ricevono una terapia anti-retrovirale. Si stima che 6 milioni di persone che hanno bisogno di un trattamento salva-vita attendano di accedere alla terapia.</span> MSF gestisce programmi contro l’HIV/AIDS in 30 paesi e fornisce trattamento anti-retrovirale a più di 140mila adulti e bambini sieropositivi.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.unimondo.org" target="_blank">www.unimondo.org</a></p>
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<p><a href="#set09_5"><strong> </strong></a><strong><br />
<a name="vertice_nov"></a> VERTICE E CONTROVERTICE SU FAME NEL MONDO, GIORNATA CONCLUSIVA</strong><br />
18 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>La fame è la più micidiale arma di distruzione di massa del nostro pianeta; non uccide soldati, uccide bambini che non hanno ancora compiuto un anno di vita</em>”: riflettendo su queste parole, pronunciate dal presidente brasiliano Luiz Iniacio Lula da Silva al vertice Fao (Food and agricolture organization, ente Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), capi di stato e rappresentanti di governo chiudo oggi a Roma un incontro che secondo molti osservatori non ha portato a nessun atto concreto se non a <span style="color: #993300;">una piena consapevolezza che il fenomeno si è ulteriormente aggravato e che le politiche finora messe in atto hanno sostanzialmente fallito l’obiettivo dell’Onu di eliminare lo spettro della fame entro il 2015. </span><br />
“<em>Di fronte alla minaccia di una catastrofe finanziaria internazionale </em>- ha aggiunto Lula – <em>causata dalla speculazione irresponsabile e dalla omissione degli stati a regolare il sistema finanziario, i governanti del mondo non hanno avuto remore a spendere centinaia e centinaia di miliardi di dollari per salvare dal fallimento le banche. Con meno della metà di queste risorse, sarebbe possibile sradicare la fame dal mondo. La lotta contro la fame resta purtroppo praticamente al margine dell’azione dei governi, come fosse invisibile</em>”.<br />
Parole forti che nei discorsi dei rappresentanti dei paesi del Sud del mondo hanno trovato riflessi e concreti esempi. Di riforme agrarie contro il latifondismo imposto da pochi privilegiati a scapito di comunità locali indifese ha per esempio parlato il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ricordando il chiaro esempio del suo paese che ha pagato la sua lotta ai lasciti del periodo coloniale con l’isolamento internazionale imposto da alcuni paesi occidentali (Londra e Washington in testa) e una conseguente crisi scio-economica. “<em>E’ evidente che la povertà è una causa fondamentale dell’insicurezza globale alimentare</em>” ha sottolineato il presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma, aggiungendo che parte del problema è dato anche dall’impossibilità, per molti paesi, di utilizzare moderni sistemi di coltivazione e dall’essere semplici strumenti di sistemi mercantili globali che regolano i prezzi senza tener conto dei costi affrontati da chi produce.<br />
Al vertice che si conclude oggi sono arrivate anche le voci del concomitante Forum parallelo della Società Civile concluso ieri a pochi chilometri di distanza dal quartier generale Fao,con uno slogan: &#8216;Sovranità alimentare prima di tutto&#8217;. Nella dichiarazione finale del Forum &#8211; che dallo scorso Venerdì ha riunito 642 persone di 93 diversi paesi e 450 organizzazioni della società civile – si legge: “<em>La sovranità alimentare comporta la trasformazione dell’attuale sistema alimentare per assicurare che coloro che producono cibo abbiano equo accesso a terra, acqua, semi, biodiversità agricola e marina. Tutti hanno il diritto e la responsabilità di partecipare alle decisioni relative alla produzione e distribuzione di cibo. I governi devono rispettare, proteggere e favorire il diritto al cibo così come il diritto a un cibo che sia adeguato, disponibile, accessibile, culturalmente accettabile e nutriente</em>”.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><a href="#set09_6"><strong> </strong></a><strong><a href="#seven"><br />
</a></strong></p>
<p><strong><a name="sud_nov"></a> SUD DEL MONDO, DONNE E CLIMA NEL RAPPORTO SULLA POPOLAZIONE MONDIALE</strong><br />
19 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">E’ dedicato ai cambiamenti climatici in corso – tema della conferenza internazionale di Copenhagen a Dicembre – il Rapporto 2009 dell’Unfpa (Fondo Onu per la popolazione) sullo stato della popolazione mondiale. Nelle 104 pagine del documento, che conferma la quota di un miliardo di abitanti raggiunta dall’Africa come già anticipato nelle scorse settimane da altre organizzazioni, si sottolineano gli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo soprattutto nei paesi del Sud del mondo e a discapito delle categorie più deboli e delle donne in particolare che sono, viene più volte ribadito, la chiave di volta vera per affrontare le sfide poste dal fenomeno.<br />
“<em>I cambiamenti climatici in corso </em>– aggiunge il rapporto – <em>comporteranno un ulteriore aumento dei movimenti migratori con milioni di persone che abbandoneranno aree sempre più frequentemente alluvionate o colpite da estrema siccità</em>. <em>Milioni di persone che ora vivono lungo le coste potrebbero essere costrette a spostarsi per l’innalzamento del livello dei mari così come periodi di prolungata siccità potrebbero spingere milioni di contadini ad abbandonare le aree rurali per le città</em>”.<br />
I cambiamenti del clima cui si sta assistendo – nell’ultimo secolo i dieci anni più caldi in assoluto sono stati registrati dal 1997 in poi – secondo l’analisi dei dati raccolti dall’Unfpa “<em>non solo stanno mettendo a rischio vite umane, ma stanno anche esacerbando le differenze tra ricchi e poveri e amplificando le ineguaglianze tra uomini e donne</em>”. <span style="color: #993300;">In molti paesi, continua il documento, le donne rappresentano la parte più importante della forza lavoro impiegata in agricoltura e proprio per questo motivo risentono più di altri delle conseguenze del cambiamento.<br />
</span>“<em>La marginalizzazione e la discriminazione contro le donne, oltre che una mancanza di attenzione all’ineguaglianza di genere</em> – dice l’Unfpa – <em>costituisce una minaccia alla loro salute e al generale benessere delle società minando alla base le possibilità di resistenza dei singoli paesi alle nuove realtà cui vanno incontro</em>”.<br />
<span style="color: #993300;">La resistenza ai cambiamenti climatici, sottolinea ancora l’organismo dell’Onu, avrà più probabilità di riuscita in quelle società dove non esistono preclusioni di qualunque tipo all’accesso alle scuole, alla sanità e dove tutti godono di un’equa protezione da parte della legge partecipando in pieno alla vita politica e sociale del paese o della comunità di appartenenza.</span><br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><strong><br />
<a name="infanzia_nov"></a> VENT’ANNI DI DIRITTI DELL’INFANZIA, ANNIVERSARIO CONVENZIONE ONU</strong><br />
20 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">Nei 20 anni trascorsi dalla sua stesura, la Convenzione dell&#8217;Onu sui diritti dell’infanzia “<em>ha trasformato il modo in cui i bambini sono visti e trattati in tutto il mondo</em>”: è un successo nella crescita di consapevolezza sulla dignità e sui diritti dei bambini quello che l’Unicef celebra oggi, nel giorno in cui ricorre il ventennale della Convenzione.<br />
<span style="color: #993300;">Dal 1990 i decessi di bambini con meno di cinque anni di età sono scesi da 12 milioni e mezzo l’anno a otto milioni e 800.000: una diminuzione del 28%. La scolarizzazione primaria è salita all’84% e la differenza di accesso alla scuola tra maschi e femmine si sta sempre più riducendo. </span>Passi avanti sono stati compiuti inoltre per contrastare il coinvolgimento di minori nei conflitti, il lavoro infantile e lo sfruttamento sessuale e per il lavoro domestico, ancora tra le piaghe peggiori dell&#8217;infanzia, insieme con le malattie facilmente curabili che continuano ad uccidere milioni di bambini nei paesi poveri.<br />
<span style="color: #993300;">La Convenzione sui diritti dell’infanzia è il trattato Onu con il maggior numero di ratifiche, 193, ovvero tutte le nazioni con l’eccezione degli Stati Uniti e della travagliata Somalia, benché entrambi i governi abbiano espresso la volontà di colmare questa mancanza.</span> A oggi 70 nazioni hanno completamente recepito il dettame dei 54 articoli della convenzione nelle loro legislazioni nazionali. Ma la violenza e gli abusi contro i bambini restano una realtà molto presente a ogni latitudine – si stima siano 1 miliardo ogni anno i bambini maltrattati in qualche forma – e la lotta di civiltà avviata ha ancora strada da fare.<br />
Un appello per il rispetto della dignità dei bambini è stato formulato anche da Benedetto XVI durante l’Udienza generale di Mercoledì scorso: “<em>Il mio pensiero va a tutti i bambini del mondo, specialmente a quanti vivono in condizioni difficili e soffrono a causa della violenza, degli abusi, della malattia, della guerra o della fame</em>”. Il Papa si è rivolto alla comunità internazionale “<em>affinché si moltiplichino gli sforzi per offrire un’adeguata risposta ai drammatici problemi dell’infanzia. Non manchi il generoso impegno di tutti affinché siano riconosciuti i diritti dei fanciulli e rispettata sempre più la loro dignità</em>”.<br />
Il grande lavoro legale e culturale da fare per creare intorno ad ogni bambino “<em>un ambiente protettivo</em>” è stato sottolineato dall’Unicef in una nota: “<em>La grande sfida dei prossimi 20 anni è unire l’impegno dei governi con la responsabilità delle società e degli individui [...] trasformare i principi della Convenzione in realtà concreta per ogni bambino, fare in modo che tali principi guidino l’azione di ogni essere umano</em>”, con l’obiettivo di costruire una società in cui “<em>il benessere superiore dell’infanzia sia messo al centro di ogni attività umana</em>”.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a></p>
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<p><a href="#rifiuti_nov"><strong><br />
</strong></a><strong><a name="rifiuti_nov"></a> BASTA RIFIUTI PER LE STRADE DI KAMPALA: ORDINE PRESIDENZIALE</strong><br />
23 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">Mai più rifiuti per le strade di Kampala: l’ordine, più o meno con questo tono perentorio, è arrivato sulla scrivania dell’amministrazione della capitale ugandese direttamente dal presidente Yoweri Museveni che ha chiesto maggiore pulizia per le strade, i marciapiedi e i giardini pubblici di Kampala. L’ordine è stato accompagnato dal conferimento di risorse finanziarie, pari a circa 7 milioni di euro, per l’acquisto di macchinari e la manutenzione della rete stradale.<br />
Il consiglio comunale di Kampala ha preso atto del decreto e il sindaco della città, Nasser Sebaggala, ha anzi sottolineato come lo spirito di collaborazione tra enti locali e governo non possa che far bene alla cittadinanza. Kampala conta attualmente un milione 350.000 abitanti circa: situata a un’altitudine di oltre mille metri a pochi chilometri della rive del lago Vittoria, deve il suo nome agli impala, specie di antilopi che un tempo popolavano numerosi l’area. Dei circa 900 chilometri di strade che costituiscono il sistema viario della città, solo 300 risultano asfaltate.<br />
Con le risorse messe disposizione, l’amministrazione conta di finanziare l’illuminazione pubblica delle strade, il loro miglioramento e la costruzione di marciapiedi.<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.misna.org/" target="_blank">www.misna.org</a><a href="http://allafrica.com" target="_blank"></a></p>
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<p><strong> </strong><a href="#set09_10"><strong> </strong></a><strong><a href="#jesuit_nov"><br />
</a><a name="jesuit_nov"></a> IL ‘JESUIT REFUGEE SERVICE’ AL SERVIZIO DEI RIFUGIATI IN UGANDA</strong><br />
26 novembre 2009</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Se i leader dei rifugiati condivideranno anche solo con una ventina di membri delle rispettive comunità quanto hanno appreso nel corso del workshop sui loro diritti e doveri, il JRS (Jesuit Refugee Service) avrà di fatto offerto a oltre 600 rifugiati e richiedenti asilo gli strumenti indispensabili per la loro integrazione nelle società ospitanti</em>” ha detto la responsabile per le Comunicazioni del JRS Africa Orientale, Angelika Mendes, alla newsletter Dispatches, inviata all’Agenzia Fides.<br />
Angelika Mendes ha curato i gruppi di studio organizzati nella capitale ugandese, Kampala, dal JRS in collaborazione con alcuni gruppi e organizzazioni di rifugiati. L&#8217;iniziativa, cui ha contribuito l&#8217;avvocato Godwin Buwa dell&#8217;organizzazione partner Refugee Law Project, ha dato la possibilità a 30 leader di rifugiati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi, dall&#8217;Eritrea e dall&#8217;Etiopia, di approfondire la conoscenza dei propri diritti e doveri.<br />
Il workshop si è aperto presentando ai partecipanti la teoria e la terminologia della migrazione forzata, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei rispettivi fondamenti giuridico-legali. Sono state quindi spiegate in dettaglio le varie questioni legate al processo di asilo, alla possibilità di accedere all&#8217;educazione, nonché ai servizi di formazione e al mercato del lavoro. Dopo aver risposto a una serie di quesiti specifici, l&#8217;avv. Buwa ha fornito ai partecipanti informazioni sulla proprietà di beni mobili e immobili, soffermandosi in particolare sulla legislazione riguardante il titolo di proprietà. Il legale del Refugee Law Project ha illustrato successivamente il ruolo del governo ugandese e dell&#8217;agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) in fatto di protezione dei rifugiati.<br />
<span style="color: #993300;">Secondo stime dell&#8217;UNHCR, nel maggio di quest&#8217;anno in Uganda si trovavano oltre 140.000 tra rifugiati e richiedenti asilo. Gran parte dei rifugiati sono ospitati in undici insediamenti sostenuti dalla stessa UNHCR, tuttavia le politiche liberali ugandesi in fatto di rifugiati consentono a quanti sono autosufficienti di vivere al di fuori delle strutture di accoglienza. È per questo motivo che nella sola Kampala risiedono 20.000 tra rifugiati e richiedenti asilo.<br />
Il Programma urbano del JRS presta fin dal 1988 assistenza a richiedenti asilo e rifugiati che vivono a Kampala in condizioni di vulnerabilità.<span style="color: #993300;"> </span></span><span style="color: #993300;">Nel 2009 il programma si è incentrato su tre obiettivi: aiuti di emergenza, advocacy ed educazione. Più di 1.300 rifugiati e richiedenti asilo hanno fin qui ottenuto una qualche forma di assistenza in fatto di sistemazione abitativa, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie e trasporti. Il personale JRS costituisce inoltre un punto di riferimento per le vittime di torture e per quanti necessitano di assistenza legale.</span><br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.fides.org">www.fides.org</a></p>
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<p><a href="#set09_11"><strong> </strong></a><strong><a href="#temperature_nov"><br />
</a><a name="temperature_nov"></a> UGANDA’S TEMPERATURE TO RISE BY 1.5 DEGREES</strong><br />
26 november 2009</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Uganda’s average temperature will increase by up to 1.5 degrees Celsius in the next 20 years as a result of global warming</span>, according to the State of the Uganda Population Report, released yesterday by finance minister Syda Bbumba. “<em>Climate change is likely to increase average temperatures in Uganda by up to 1.5 degrees Celsius in the next 20 years and by up to 4.3 degrees Celsius by the 2080s</em>” the report, authored by the Population Secretariat, says. “<em>Such rates of increase are unprecedented</em>” the study added.<br />
In addition, climate change in Uganda will lead to more erratic weather patterns. T<span style="color: #993300;">he report predicts an increase in rainfall but unevenly distributed, with more intense and more frequent showers, leading to floods and landslides, as well as more severe and longer spells of drought</span>. The changes in temperature are likely to have a significant impact on water resources, food security, health and infrastructure, the study says. In terms of water resources, it notes that River Rwizi in Mbarara and River Nyamwamba in Kasese are already drying up, while the water levels of Lake Wamala, Lake Kyoga and Lake Victoria are going down. “<em>Since Lake Victoria receives 80% of its water from direct rainfall and 20% from basin discharge, climatic contributions cannot be ignored</em>” the report says, noting that water levels dropped to alarmingly low levels in December 2005.<br />
<span style="color: #993300;">Climate change will also impact on agriculture and food security<span style="color: #993300;">.</span></span><span style="color: #993300;"> The study projects a loss in agricultural productivity in Uganda of between 15% and 25%. </span>It also predicts a shift in the viability of coffee- growing areas, potentially wiping out $266m or 40% of export revenue.<br />
“<em>The food crisis in the country threatens to reach alarming levels</em>” the report notes, estimating that <span style="color: #993300;">currently 40% of deaths among children in Uganda are due to malnutrition</span>. “<em>Given that Uganda’s annual population growth rate is 3.2%, while the annual growth rate of food production is only about 1.5%, the food crisis is worsening.</em>”<br />
<span style="color: #993300;">In terms of health, temperature increase has extended the habitats of mosquitoes, with highland areas that were historically malaria-free, such as Kabale, Kisoro and Rukungiri, now also experiencing epidemics. </span>The report shows an increase in the cases of malaria in the last 10 years ranging from 23% in Rukungiri to 135% in Mbarara. In addition, it says “<em>rising temperatures help mosquitoes breed more, bite more and live longer</em>.”<br />
<span style="color: #993300;">The study lists several other diseases, affecting people, animals and plants, that are on the rise as a result of climate change, such as cholera and dysentery </span>caused by floods and respiratory diseases caused by prolonged dry spells. The tsetse fly belt has expanded, resulting into increased cases of sleeping sickness, nagana and the associated drug resistance. In Katakwi, grasshopper epidemics in 2005 destroyed all cereals, the main source of food security in Usuk county. Also, armyworms have been reported in Wakiso, Tororo and Pallisa districts, while Newcastle disease epidemics in poultry have been more frequent in Rakai and Soroti.<br />
The weather changes will also trigger migrations and competition for strategic resources, leading to regional insecurity, according to the study. It calls for the implementation of regulations aimed at preserving the environment, such as dealing decisively with encroachers and illegal timber loggers. It also recommends erecting more boreholes, protecting water resources, and setting up early warning systems and seasonal forecasts to allow farmers adjust to the changing weather conditions. “<em>It is necessary to strengthen the capacity of the Department of Meteorology to enable it provide efficient, timely and reliable weather and climate information</em>.”<br />
The report also calls for the involvement of women in measures to mitigate the effects of climate change. “<em>In urban areas, women are capable of implementing energy efficient programmes at the household level, while women in rural areas can be trained to use biomass and biogas in addition to promoting solar energy</em>.”<br />
<em>fonte</em> <a href="http://www.newvision.co.ug" target="_blank">www.newvision.co.ug</a><em> &#8211; Raymond Bagu</em><em>ma</em></p>
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<p><a href="#set09_12"><strong> </strong></a><strong><a href="#land_nov"><br />
</a><a name="land_nov"></a> LAND BILL PASSED</strong><br />
26 november 2009</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">The Land Amendment Bill was finally passed yesterday </span>after an acrimonious five-day debate that divided the House along party lines. The President still has to approve the Bill before it becomes law. <span style="color: #993300;">The Bill aims at punishing those who take part in illegal evictions of lawful tenants. It also gives the tenants<span style="color: #993300;"> the first option of buying in case the landlord wants to sell his land. </span></span><span style="color: #993300;">Similarly, tenants must give the landlord the first option of buying back the kibanja in case they want to sell.<br />
</span>“<em>I am relieved that it is out of the way</em>” said lands minister Omara Atubo after Parliament passed the Bill on yesterday afternoon. Buganda opposition MPs, led by Hussein Kyanjo, walked out after the Speaker, Edward Ssekandi, refused to grant his request that the debate be deferred to next week to allow Muslim MPs time to organise for the Idd celebrations today. The MPs who walked out were Susan Nampija (CP), Erias Lukwago (DP), Michael Mabike (Independent), Dr. Lulume Bayiga (DP), Kyanjo (JEEMA), Latiff Sebagala (DP) and John Kawanga. Although the Bill faced stiff resistance from opposition and Buganda MPs, it sailed through with minor amendments.<br />
The debate was characterized by heated exchanges with Speaker Edward Ssekandi several times warning the legislators against the use of blackmail. One of the most controversial sections, which stated that somebody claiming interest in land under customary tenure shall not be evicted except upon a court order, was deleted after strong opposition from MPs from northern and eastern Uganda.<br />
The House also approved the amendment saying that the annual nominal ground rent will be determined by the minister, in case the district land board fails to do so, within six months after the commencement of the Land Amendment Act. The period was previously only 30 days.<br />
MPs agreed that lawful tenants can only be evicted for non-payment of ground rent, and that a registered tenant can only be evicted upon a court order. Eviction without a court order will under the new Bill be a criminal offence and attract a prison sentence of up to seven years. The law does not allow the tenant selling the land without the knowledge of the registered owner. If he does so, he risks a fine of up to sh1.9m and four years in jail, while the transaction will be declared invalid. Equally a transaction for the sale of the land by the owner without giving the first option to the tenant is invalid. Ssekandi commended the MPs for their contributions and urged them to go and sensitise their constituents. When the matter was put to vote, 112 MPs, all from the ruling NRM party, voted in favour of the Bill. The 52 opposition MPs who opposed the Bill were joined by three from the Government side. The three were Kaddunabbi Lubega, Peter Mutuluza and Rebecca Lukwago, all from Buganda. Buganda caucus chairperson, Rose Nsereko (NRM) voted for the Bill. Voting was conducted by show of hands with the clerks tallying.<br />
After the dramatic exercise, the Speaker declared the voting had been transparent. Ssekandi disregarded pleas by opposition MPs that voting should be repeated by use of roll-call method. “<em>We should develop a culture of accepting defeat. Those against the Bill have been defeated</em>” the Speaker said. Mabikke (Independent) stirred up the House when he said that the Speaker’s plea was not in the spirit of how the NRM reacted to the 1980 election defeat, when it opted to wage a guerilla war.<br />
Earlier, Atubo described the debate on the Bill as extra-ordinary. He acknowledged that the Bill does not address the cause of evictions. “<em>As Government, we are trying to cure evictions. The first dose of treatment is to maintain the status quo</em>” he noted. Responding to arguments that the current law is enough to stop evictions, Atubo said the Bill has radical provisions which criminalise evictions. “<em>It allows for the court to award compensation and retribution. If you evict, the court will assess the damage caused and award damages and you will go back to your land</em>.” He clarified that the Bill does not protect tress-passers and squatters, saying that those illegally entering land are liable to four years of imprisonment or fine of sh1.9m.<br />
Atubo said the debate had at times been intimidating and insulting. “<em>I compare those remarks to a rotten egg thrown at a politician. You get your handkerchief and clean yourself.</em>” At the end of the debate, local government minister Adolf Mwesige announced that the Government would table the Regional Tier Bill in Parliament next week. <em><br />
</em><em>fonte</em> <a href="http://www.newvision.co.ug/" target="_blank">www.newvision.co.ug</a><em> &#8211; </em><em>Milton Olupot, Joyce Namutebi, Henry Mukasa and Mary Karugaba</em><em> </em><em> </em><a href="http://www.misna.org" target="_blank"></a></p>
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</a></p>
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<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Cambio valuta</strong>: in data 02/12/2009 1 dollaro USA è pari a 1875 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2830,6159 scellini ugandesi</p>
<p style="text-align: left;">
<hr /><strong>UgandAbout</strong> è un servizio dell&#8217;Associazione <strong>Italia Uganda</strong> Onlus a cura di Simona Meneghelli</p>
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