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Ugandabout – febbraio 2010
Last Updated on lunedì, 1 marzo 2010 11:55 Written by Simona Meneghelli lunedì, 1 marzo 2010 11:55
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel febbraio 2010.
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
MEDICINA TRADIZIONALE O MODERNA? COMPLEMENTARI PIÙ CHE RIVALI
5 febbraio 2010
Guaritori tradizionali o medicina scientifica? Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul ‘Pluralismo medico in Africa’, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure.
“Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.
“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria ospedali e cliniche, pubbliche e private, ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di Scienze Sociali a Yaoundé.
Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una ‘multiterapia’ alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire. Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria.
fonte www.misna.org
MINE: ALTRI 4 STATI DICHIARATI LIBERI, ITALIA E PAESI RICCHI DIMEZZANO FONDI
7 febbraio 2010
“Mentre l’Italia e altri paesi del Nord del mondo continuano a dimezzare i fondi per la bonifica di terreni minati e per il recupero delle vittime da mina, il Sud del mondo è sempre più protagonista per risolvere un problema che lo riguarda direttamente nonostante la maggior parte delle mine in circolazione sia stato prodotto altrove”. E’ il commento all’agenzia Misna di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, che nei giorni scorsi ha rilasciato all’agenzia un commento di valutazione della II Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona che si è tenuta ai primi di dicembre a Cartagena (Colombia).
La Conferenza si è conclusa con l’annuncio di altri quattro paesi – Rwanda, Zambia, Albania e Grecia – dichiarati liberi da mine.
Il direttore della Campagna italiana ha sottolineato in particolar modo la presenza massiccia di rappresentanti della società civile internazionale alla Conferenza di Cartegena revisione, ma anche il progressivo arretramento del Nord del mondo di fronte a un problema che ha contribuito a creare. La Conferenza ha infatti riunito oltre mille delegati provenienti da tutto il mondo e si è conclusa con l’adozione, da parte di 120 governi, del Piano d’azione di Cartagena che fissa gli obiettivi da conseguire nei prossimi cinque anni per un mondo finalmente libero da mine e altri ordigni.
Un quinquennio importante anche perché per la prima volta si darà maggiore attenzione al recupero e all’assistenza delle vittime da mina il cui destino è spesso legato a doppio filo alla reale capacità del paese in cui vivono di far fronte a bisogni ed esigenze particolari. Sottolineando l’elemento fondamentale alla base del Trattato – nato da una iniziativa diplomatica ‘dal basso’ organizzata dalla società civile internazionale – Sylvie Brigot, direttrice della Campagna Internazionale contro le Mine (ICBL), ha detto che in futuro sarà ancora “l’alleanza tra governi e società civile a determinare il successo del Trattato”, ma ha anche detto che tra i paesi del nord del mondo soltanto l’Australia ha tenuto fede agli impegni presi per sostenere le attività di bonifica e di recupero delle vittime.
“Proprio l’assistenza a chi è sopravvissuto all’esplosione di una mina, – dice una nota della ICBL – ai loro familiari e alle comunità locali i cui territori non sono stati bonificati sono stati i temi più significativi affrontati durante la conferenza anche perché è proprio questo l’ambito in cui si sono registrati i progressi meno evidenti“. Aperto alla firma nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999, il Trattato di Ottawa ha finora raccolta le adesioni di 156 paesi; a non aver firmato sono però 39 stati tra cui alcuni stati chiave tra i quali Stati Uniti (a Cartegena presenti per la prima volta con una delegazione), Cina, India, Russia e Pakistan.
L’Africa, in particolare, è arrivata all’appuntamento colombiano con alcuni successi già acquisiti e alcuni annunci importanti: dopo aver dichiarato liberi da mine Swaziland (2007), Malawi (2008) e Tunisia (2009), la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) ritiene che anche Rwanda, Zambia e Gibuti abbiano completato o siano vicine a risolvere la questione mine entro le scadenze fissate dal Trattato di Ottawa (Gibuti ha virtualmente completato la bonifica, ma la questione è collegata a dispute frontaliere con l’Eritrea) mentre, cambiando continente, l’Albania si è aggiunta agli 11 paesi già dichiarati ufficialmente liberi dalle mine.
Secondo l’ultimo ‘Landmine Monitor Report’ – il documento che su base annuale fa il punto della situazione – significativi progressi nella bonifica di territori minati sono stati compiuti anche in paesi che non hanno firmato il Trattato, in particolare Cina, Iran, Libano, Marocco, Nepal, Taiwan e Sri Lanka.
A Cartagena non sono mancati alcuni campanelli d’allarme: dopo i 15 paesi che nel 2008 chiesero una proroga per completare la bonifica dei territori minati, quest’anno la stessa richiesta è stata fatta da Argentina, Cambogia, Tagikistan e Uganda. “Alcune richieste sono ovviamente giustificate – ha detto dice all’agenzia Misna Schiavello – e in alcuni casi la responsabilità è condivisa da paesi ricchi venuti meno agli impegni presi per sostenere le attività sul campo per la bonifica dei campi minati e per il recupero delle vittime”.
Positiva eccezione rispetto a questa tendenza è stata l’inedita presenza a Cartagena di una delegazione degli Stati Uniti (paese non firmatario). In una nota alla Conferenza, la delegazione di Washington ha informato i partecipanti che l’amministrazione Obama ha cominciato una generale revisione della politica americana sulle mine anti-persona.
Un fatto importante: secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo. Gli Stati Uniti – evidenzia sempre HRW – non hanno esportato mine antipersona dal 1992, non le producono dal 1997 e non hanno in atto programmi per la loro acquisizione in futuro.
fonte www.unimondo.org
ITALY’S ENI WITHDRAWS BID FOR OIL
7 february 2010
ENI, the Italian firm that showed interest in Uganda’s oil fields, has withdrawn its bid after Tullow exercised its right of first option. Two oil fields, blocks 1 and 3A in western Uganda, are owned by Heritage and Tullow in a 50-50% joint venture.
The firm’s spokesperson was quoted in the media on Friday as saying: “Eni today revoked the sale and purchase agreement for the acquisition of Heritage’s 50% interest in blocks 1 and 3A in Uganda, for which Tullow has recently exercised its pre-emption right.” Tullow is selling part of its own stake to allow for the entry of bigger oil companies that have the capacity and experience to build a refinery and pipeline. The company of Irish origin last week announced it preferred working with the Chinese state-owned oil company CNOOC or France’s Total.
Meanwhile, CNOOC said it is paying $2.5b for a stake in Tullow’s Ugandan oil assets. According to Hong Kong media, the purchase was expected to be signed in London last Friday. “We are still receiving all proposals from the licensed companies (Tullow and Heritage) to sell part of their stakes and it is a normal process” Ernest Rubondo, the commissioner in the petroleum and exploration department, said yesterday.
Rubondo did not want to comment on Eni’s withdrawal. He, however, said Heritage was determined to sell its interest and he was convinced they would get a buyer because “many companies are interested in Uganda’s oil”. “Once we have scrutinised all the proposals and found the best company with Ugandan interests at heart, we shall inform the public.” Meanwhile, President Yoweri Museveni over the weekend met Russian-based oil company Lukoil and encouraged the firm to invest in Uganda’s oil exploration and refining sector.
Andrei Sapozhnikov, the Lukoil vice-president for business development, handed over his company’s investment proposal to the President, according to a statement from State House. “Sapozhnikov expressed interest in the oil exploration, refinery and the training of local manpower to facilitate the development of the sector” said the statement. Lukoil, according to the firm’s website, is Russia’s largest oil company and the second largest private oil company worldwide by proven hydrocarbon reserves.
The company has about 1.1% of global oil reserves and 2.3% of global oil production. Lukoil dominates the Russian energy sector, with 18% of Russian oil production and 19% of oil refining. Most of its exploration and production activity is located in Russia, and its main resource base is in Western Siberia.
However, it is also carrying out projects in Kazakhstan, Egypt, Azerbaijan, Uzbekistan, Saudi Arabia, Colombia, Venezuela, Cote d’Ivoire, Ghana and Iraq. Its petroleum products are sold in Russia, eastern and western Europe, and the US. Present at the meeting with the Lukoil delegation was state minister for investment Aston Kajara, the boss of the Uganda Investment Authority, Maggie Kigozi, Uganda’s ambassador to Russia, Moses Ebuk, and the Russian ambassador to Uganda.
fonte http://allafrica.com- Ibrahim Kasita
PER L’INFANZIA, SITUAZIONI DI GRAVE CRISI IN 28 PAESI, PIU’ DI META’ IN AFRICA
8 febbraio 2010
Sono 28, più della metà dei quali in Africa, i paesi in cui - secondo l’Humanitarian Action Report (HAR) 2010 dell’Unicef, il Fondo dell’Onu per l’infanzia - i bambini soffrono particolari situazioni di crisi a causa dei più svariati fattori, dalle difficoltà finanziarie ed economiche planetarie ai mutamenti climatici fino alle conseguenze di scontri e conflitti.
“Le necessità maggiori – sottolinea una nota diffusa a Ginevra la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto – riguardano l’Africa sub-sahariana, dove 24 milioni di persone del Corno d’Africa sono colpiti da siccità, cronica insicurezza alimentare e conflitti armati. Le tre operazioni dell’Unicef più grandi sono in corso della Repubblica democratica del Congo, il Sudan e l’Etiopia”. Ma vengono anche segnalati come situazioni degne di particolare attenzione quelle riguardanti Benin, Camerun, Repubblica del Congo (Brazzaville), Ghana, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo.
Sottotitolando il rapporto ‘Partnering for children in emergencies’, l’Unicef ha lanciato un appello per un miliardo e 200 milioni di dollari necessari per garantire “assistenza salvavita a milioni di bambini e donne in condizioni di disperata necessità”. Fondi d’emergenza annuali per almeno 263 milioni di dollari sono indispensabili per la sola Africa centrale e occidentale.
L’Unicef opera in 200 diversi paesi ed è attualmente molto specialmente impegnata ad Haiti ma Hilde Johnson, vice-direttore esecutivo del Fondo, ha precisato: “ Dobbiamo certo intensificare il nostro sforzo per Haiti garantendo però che tutti i bambini del mondo, dal Corno d’Africa all’Afghanistan al Pakistan e altrove, ricevano l’assistenza necessaria”.
fonte www.misna.org
CON L’UNIONE DOGANALE DELL’EST SFIDE E VANTAGGI
8 febbraio 2010
Forte crescita del commercio regionale (+47%), nuovo clima di fiducia tra gli investitori, maggior partecipazione della regione al mercato mondiale dei capitali: è il bilancio positivo dell’Unione Doganale in vigore dal 2005 tracciato dal Segretario generale della Comunità dell’Africa orientale (EAC), Juma Volter Mwapachu, in un’intervista al settimanale online ‘Les Afriques’.
Tra le questioni aperte, secondo il diplomatico tanzaniano, ci sono l’incremento delle capacità produttive dei cinque paesi membri, una semplificazione delle pratiche doganali per ridurre i costi finali dei prodotti e un nuovo impegno per migliorare le infrastrutture regionali. Tra i temi in agenda per il 2010, difesa regionale, sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, ma anche i negoziati con l’Unione Europea (UE) per la firma degli Accordi di partenariato economico (APE).
“Dopo un primo impegno preso a Novembre 2007, stiamo lavorando per assicurare sviluppo alla nostra regione e per incrementare le sua capacità produttive. Non vogliamo essere soltanto un mercato d’importazione di prodotti UE” ha detto Mwapachu a ‘Les Afriques’.
Il trattato istitutivo dell’EAC firmato ad Arusha nel 1999 tra Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi, è entrato in vigore l’anno dopo; nel decennale della nascita della Comunità, gli stati membri hanno firmato un protocollo per la creazione di un mercato comune, come ulteriore passo sulla via dell’integrazione, introducendo oltre alla libera circolazione delle merci quella dei capitali, delle persone e dei servizi. Entro il 1° luglio, i governi dovrebbero ratificarlo per dare il via libera al nuovo progetto comune. Insieme con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e il Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA), l’EAC partecipa a un progetto per creare un mercato unico del quale facciano parte 26 paesi.
fonte www.misna.org
ACCORDO TRA ORGANISMI REGIONALI IN ATTESA DEL MERCATO COMUNE AFRICANO
9 febbraio 2010
Una maggior integrazione regionale, in vista di realizzare una piena Comunità economica africana (CEA), e lo sviluppo del commercio interno: sono questi i due principali punti contenuti nell’accordo siglato tra due dei più importanti blocchi commerciali africani, il mercato comune dell’Africa orientale e australe (COMESA) e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO). In una nota congiunta le parti hanno fatto sapere di aver siglato un’intesa che intende promuovere la cooperazione interregionale, attraverso lo stimolo dell’attività del settore privato.
L’obiettivo dell’accordo, è tra gli altri, quello di permettere la creazione di una rete che consenta ai soggetti privati dei due blocchi di interagire con le autorità di COMESA ed ECOWAS, migliorando e aumentando le opportunità commerciali. Ma oltre agli aspetti commerciali, l’accordo prevede una collaborazione crescente nell’inserimento delle donne nell’ambiente professionale e nelle piccole e medie imprese, e un più stretto legame nei settori dello sviluppo agricolo e della sicurezza alimentare, con un accento particolare sulla realizzazione del Programma Globale di Sviluppo dell’Agricoltura in Africa, voluto dall’Unione Africana (UA) per sviluppare il settore agricolo nel continente.
fonte www.misna.org
PARTE DA BUJUMBURA RETE INTRAUNIVERSITARIA DEI GRANDI LAGHI
9 febbraio 2010
Avrà sede a Bujumbura la rete interuniversitaria dei Grandi Laghi, una delle iniziative varate in questi giorni nella capitale burundese dal ministro dell’Istruzione e della Ricerca, Saïdi Kibeya, e dai suoi omologhi della Repubblica democratica del Congo e del Rwanda.
Il protocollo firmato dai tre ministri istituisce la cooperazione interuniversitaria in seno alla Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi (CEPGL), renderà possibile la libera circolazione di professori, ricercatori e studenti e prevede il lancio di un programma comune denominato ‘Educazione e Ricerca’. In ogni paese verranno scelte cinque università che contribuiranno al progetto di rete regionale mentre un polo di eccellenza in tecnologia dell’informazione e della comunicazione sarà basato a Kigali, con la collaborazione dell’americana ‘Carnegie Mellon University’.
Tra le sfide che il mondo universitario africano deve rilevare, i ministri dell’Istruzione e della Ricerca indicano risorse materiali e umane insufficienti, ristrutturazione di alcune sedi, maggior controllo sugli attestati rilasciati dalle facoltà. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno almeno 20.000 africani qualificati lasciano il continente per emigrare nel Nord del mondo, anche a causa di strutture universitarie carenti e di opportunità professionali limitate: il fenomeno conosciuto come ‘fuga dei cervelli’ secondo stime correnti costa all’Africa quattro miliardi di dollari.
fonte www.misna.org
ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, BILANCI 2009 E NUOVE VIOLENZE
12 febbraio 2010
Ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) hanno attaccato nei giorni scorsi una città mineraria nel sud-est del Centrafrica. “Individui armati, che gli abitanti hanno riconosciuto come ‘Tongo tongo’ - appellativo delle popolazioni locali per identificare i membri della ribellione ugandese – sono entrati nella cittadina di Nzako e hanno disperso la popolazione con colpi d’arma da fuoco esplosi in aria” ha riferito un agente di polizia locale, secondo cui gran parte dei residenti della zona si sono rifugiati nei boschi alle porte della città.
Nessun bilancio di vittime è stato reso noto, ma testimoni hanno riferito di decine di civili sequestrati dai ribelli e condotti nella foresta. A confermare la persistenza degli attacchi e delle violenze causati dai ribelli ugandesi in tutto il territorio lungo le frontiere di Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Sudan è un bilancio diffuso oggi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (OCHA) nella Provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo.
Secondo il documento, in questa zona nell’arco del 2009 sono state 849 le vittime degli attacchi dell’LRA, mentre in un solo anno i ribelli si sono stati responsabili di 1486 rapimenti e della fuga di oltre 365.000 persone dalle loro case. “All’inizio del 2008 in tutta la provincia c’erano circa 65.000 sfollati - sostiene Ocha – mentre oggi, a distanza di 12 mesi, gli sfollati sono saliti a 450.000 e ben 365.000 sono stati causati dalle scorrerie dell’LRA”.
Secondo l’ente delle Nazioni Unite, i numeri di persone uccise o rapite “sorpassano di gran lunga quelli causati in quattro anni dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) attivi nella regione del Kivu”.
Guidato da Joseph Kony, l’LRA fu costituito nel 1988 nel nord dell’Uganda. Nel 2005 i suoi combattenti si sono allontanati dalle loro basi tradizionali per installarsi nell’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo, da dove lanciano attacchi in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
fonte www.misna.org
UN’ALTRA SANITÀ È POSSIBILE. ANCHE IN AFRICA
15 febbraio 2010
Dopo il successo ottenuto con l’apertura del centro cardiochirurgico Salam di Khartoum, Emergency si lancia in un progetto di assistenza medica ancora più significativo e ambizioso. L’associazione, fondata nel 1994 in sostegno delle vittime civili delle guerre, ha infatti firmato assieme ai governi di undici Paesi africani un memorandum per la creazione dell’ANME (African Network of Medical Excellence), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite.
La firma del memorandum, avvenuta nel corso di una apposita conferenza organizzata l’11 e 12 febbraio a Khartoum da Emergency e dal Ministero della Salute sudanese, è un evento storico per l’Africa: l’organizzazione presieduta da Cecilia Strada è infatti riuscita a riunire attorno al tavolo delle trattative ben undici Paesi (oltre al Sudan erano presenti i rappresentanti di Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Congo, Ruanda, Somalia e Uganda). Alcuni di questi stati sono ancora oggi in guerra tra loro, ma ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzione l’approccio medico al continente.
L’idea è quella di replicare il successo del Salam, il centro di cardiochirurgia inaugurato a Khartoum nell’aprile del 2007, creando nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. Come il centro Salam, che in quasi tre anni di vita ha curato pazienti provenienti da tredici Paesi, anche le nuove strutture fungeranno da centri regionali specializzati, operando in campi scelti con l’apporto degli stessi governi riuniti alla conferenza. Tra di essi figurano la pediatria, l’ostetricia e la ginecologia, la ricostruzione plastica, l’oncologia, la traumatologia e la riabilitazione. A Bangui, in Repubblica Centrafricana, è già attivo un centro pediatrico, mentre a breve un centro di chirurgia pediatrica verrà aperto nella capitale ugandese Kampala.
La formazione del personale locale figura tra i punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente. “La strategia di costruire strutture ospedaliere partendo dal basso è puramente teorica, visto che finora in Africa ha sempre fallito“, ha spiegato nel corso della conferenza Gino Strada, direttore esecutivo e tra i fondatori di Emergency. “Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare il contrario: che anche in Africa è possibile costruire strutture d’eccellenza a costo zero per i pazienti”.
Un progetto sposato da tutte e undici le delegazioni presenti a Khartoum, che con la firma del memorandum hanno ribadito come quello all’assistenza sanitaria sia tra i diritti umani fondamentali e inalienabili di ogni individuo. Il concetto era già stato lanciato da Emergency nel 2008 quando, alla presenza dei ministri della Sanità di otto Paesi africani, fu siglato a Venezia il ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’ che si rifà ai concetti di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale come principi base di qualsiasi progetto di assistenza medica.
A testimoniare la bontà del progetto di Emergency, che in sedici anni di attività è intervenuta in quindici Paesi curando più di tre milioni e mezzo di civili, vi sono gli ottimi risultati ottenuti dal centro Salam e riconosciuti dagli stessi ospiti della conferenza, i quali hanno avuto parole di elogio per una delle strutture più all’avanguardia del continente e del mondo intero.
Con più di 12.500 pazienti esaminati e 2.456 ricoverati, dalla sua apertura il Salam ha realizzato più di duemila operazioni a cuore aperto, con un tasso di mortalità di appena il 3 percento. In Sudan, Emergency gestisce anche un centro pediatrico situato nel campo profughi di Mayo, alle porte della capitale Khartoum, e ha in progetto di aprire a breve altre due strutture nelle città di Nyala, in Darfur e di Port Sudan, sul Mar Rosso.
fonte http://it.peacereporter.net - Matteo Fagotto
“UNA CHIESA IN DIALOGO CON TUTTI NEL RISPETTO DELLA PROPRIA DOTTRINA” PER IL VESCOVO DI MASAKA
17 febbraio 2010
“La mia prima preoccupazione è quella di offrire alla Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi che siano motivati e ben formati per servire i fedeli” dice all’Agenzia Fides Sua Eccellenza Mons. John Baptist Kaggwa, Vescovo di Masaka, incaricato della formazione dei sacerdoti dell’Uganda.
Mons. Kaggwa si occupa in particolare della gestione dei seminari in Uganda. “Nel Paese oltre ai Seminari minori, vi sono 5 Seminari maggiori, dei quali 4 sono nazionali, che appartengono cioè alla Conferenza Episcopale, ed uno interdiocesano” afferma il Vescovo di Masaka. “Siamo soddisfatti per le numerose vocazioni. Cito un solo dato: ciascuno dei 4 Seminari della Conferenza Episcopale accoglie 150 seminaristi, per un totale di oltre 600 studenti solo per questi 4 Istituti”.
Mons. Kaggwa non nasconde però alcune difficoltà riscontrate nella formazione del clero. “Sentiamo la responsabilità di discernere affinché i nuovi sacerdoti siano veramente persone dedite a servire la Chiesa e i suoi fedeli. Abbiamo inoltre delle difficoltà finanziarie, perché sostenere questo cammino formativo costa parecchio e il nostro è un Paese povero. Siamo quindi grati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli che, tramite la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, ci aiuta nella formazione del clero e dei religiosi. Cerchiamo anche di sensibilizzare i fedeli locali ad offrire un contributo per la formazione dei loro sacerdoti, anche se questo da solo non basta”.
L’Uganda è un Paese dove convivono diverse confessioni cristiane e altre religioni. Chiediamo a Mons. Kaggwa lo stato dei rapporti ecumenici e interreligiosi nel suo Paese. “In Uganda abbiamo un’organizzazione che riunisce la Chiesa cattolica, l’anglicana e l’ortodossa. Ci riuniamo una volta all’anno per discutere argomenti di interesse comune: la situazione politica, l’assistenza sanitaria e lo sviluppo umano del nostro popolo. Non siamo però ancora riusciti a risolvere alcuni problemi di carattere dottrinale, come quello dei matrimoni misti. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, abbiamo dei forum di discussione su argomenti che riguardano la giustizia, l’assistenza sanitaria, la diffusione dell’AIDS, la distribuzione di medicine. Nel complesso la convivenza interreligiosa è positiva”.
“La Chiesa cattolica – prosegue il Vescovo – ha un futuro di convivenza, di dialogo e di lavoro comune. Questo è vero anche dal punto di vista dell’insegnamento: le nostre scuole sono aperte a tutti, così come vi sono studenti cattolici che frequentano scuole di altre confessioni religiose. Nella scuola pubblica è permesso l’insegnamento della propria religione”.
“Dobbiamo migliorare la nostra convivenza cercando un dialogo più approfondito sugli argomenti che ci separano, tenendo però conto dell’orientamento della Chiesa cattolica. Dobbiamo ricordare l’ammonimento di Paolo VI secondo il quale nel dialogo ecumenico non vi devono essere compromessi sulle questioni dottrinali” conclude Mons. Kaggwa.
fonte www.fides.org
GOVERMENT SETS TERMS FOR OIL COMPANIES
17 february 2010
The Government has set tough conditions for new companies intending to invest in the oil production in the country. The permanent secretary of the Ministry of Energy, Kabagambe Kaliisa, told the natural resources committee yesterday that for a company to be approved by the Government, it must have a capital base of at least $24b (sh48 trillion).
“Since the investment required in the short to long-term (2010-2020) is $8b, a company with a market capitalisation of three times the size of the required investment would be credible” he said. He explained that the oil and gas operations are moving into the development and production phases. “Therefore, the type of companies required to carry these activities forward need to have the necessary risk capital and access to project finance for both the short and long-term investment.”
Kabagambe added that the companies must have good operator experience, not only in exploration and production of gas and oil but also in refining, pipeline development and operations. There was also need for licensing and maintaining several oil companies to avoid monopoly, he stressed. In addition, the companies must be agreeable to the Government’s current development strategies which include early commercialisation of the resources, value addition, training of Ugandans and paying taxes. “In order to approve the transactions, the Government ought to consider its best interest to propel the industry further” he said.
Kabagambe was appearing before the committee to explain the current transactions between the oil companies in Uganda. He said 15 oil and gas fields have been explored since 2006, with an exceptionally high drilling success of 94%. He said a reserve of two billion barrels of oil is in place, worth $50b.
He explained that the oil reservoirs have to be tested and appraised. Power generation and transmission facilities may cost $300m, oil processing and transportation equipment another $1.5b, refinery development $2b, further drilling $200m and expanded storage and pipeline infrastructure $4b, he estimated. “Therefore, when a bigger player expresses interest in joining the petroleum industry, it signifies benefits to the country” he said.
Kabagambe informed the committee that Tullow does not have the required capacity and has decided to invite partners. He said French Total and the Chinese state-owned oil company, CNOOC, are being evaluated to partner with Tullow. “In recognising the need to avoid a monopoly, Tullow has presented their plan to partner with both Total and CNOOC” he told the MPs. “However, the Government has asked Tullow to reconsider its proposal of operating two out of the three exploration areas instead of each partner operating an exploration area.” Tullow was asked to submit joint operating and sales agreements with Total and CNOOC.
The Government recently announced that it had approved the deal for Tullow to take over the 50% share of its partner, Heritage, in two blocks in the Lake Albert region at $1.5b. The decision ended a bid by Italian company Eni to buy Heritage’s stake. The PS said the transaction will be subject to a capital gains tax of $300m (sh6b) to $400m (sh8b).
The committee, however, expressed anger over the fact that the oil production sharing agreements had not been made public. “Our hands are tied. All these issues need to be discussed after we have read the oil agreements” MP Beatrice Anywar said. Her colleague, Anifa Kawooya, said the Government should not delay the production process, saying billions were being lost as a result.
Fred Kabanda, the ministry principal geologist, declined to comment on when production will commence but said Tullow plans to start selling crude oil mid this year, especially to cement industries. The officials also announced that a national oil company will be formed to increase national participation and accelerate knowledge transfer.
fonte http://allafrica.com - Mary Karugaba & Micha Grieser
UGUAGLIANZA NEGATA
17 febbraio 2010
Omosessualità aggravata. Un reato considerato alla stregua dell’omicidio e del furto che, con questi ultimi, potrebbe avere in comune non solo la previsione delle aggravanti, appunto, ma anche la determinazione della pena: la morte o, nel migliore dei casi, al carcere a vita. È quanto previsto dall’Anti-homosexuality Bill, meglio noto come ‘Kill Gay Bill’, che il parlamento ugandese sta discutendo in questi giorni per apprestersi a votare entro la fine del prossimo mese.
Il disegno di legge, presentato dal deputato David Bahati, si allinea totalmente alle politiche in materia di omosessualità adottate dalla maggior parte degli Stati dell’Africa subsahariana e che prevedono severe punizioni per coloro che frequentano un partner dello stesso sesso.
In Uganda, tuttavia, è in atto una vera e propria crociata capeggiata dal pastore cristiano fondamentalista Martin Ssempa, classe 1968. Il disegno di legge, per il quale è ancora in ballo l’emendamento riguardante la riduzione dalla pena di morte a vent’anni di galera, ha attirato l’attenzione dell’Occidente portando lo stesso presidente Yoweri Museveni a prenderne le distanze e a chiederne una revisione di stampo moderato. La misura, lesiva di una gran parte dei dettami contenuti nella ‘Dichiarazione Universale dei Diritti Umani’ firmata a Parigi nel 1948, potrebbe, se passasse senza modifiche, prevedere la perseguibilità degli omosessuali di nazionalità ugandese che abbiano relazioni anche fuori dai confini nazionali. Per loro sarebbe richiesta un’estradizione immediata al fine di permetterne una punizione esemplare nel proprio paese.
Ssempa, prima voce nel coro degli ‘inflessibili’ , capeggerà oggi una marcia anti-gay per esercitare pressioni sui legislatori e dare, ha detto il religioso, “una cartolina che (Museveni) possa inviare al suo amico Barack Obama“. Una cartolina che, secondo le stime, dovrebbe essere firmata da milioni di persone che in tutto il paese si uniranno in una sola voce per richiedere il passaggio della legge che, di fatto, inasprirà le pene previste per il reato di omosessualità (che in Uganda è già comunque criminalizzata).
“Vogliamo far vedere – ha ribadito Ssempa – quante persone appoggiano realmente la legge“. Rimane comunque forte la reazione dei paesi donatori, fra cui gli Stati Uniti, che hanno minacciato l’amministrazione di Kampala di attuare aspre sanzioni di natura economica se non si provvederà a far cadere la proposta di legge. Tuttavia, proprio dalle ricche comunità cristiano-evangeliche degli States, nel marzo 2009 arrivarono in Uganda tre sacerdoti per partecipare ad una serie di dialoghi sulla “cura dell’omosessualità“.
Scott Lively, un missionario che ha scritto diversi libri contro l’omosessualità, Caleb Lee Brundidge, che si autodefinisce un ex omosessuale che conduce “seminari di guarigione” e Don Schmierer, la cui missione è “mobilitare il corpo di Cristo per la grazia e la verità in un mondo affetto dall’omosessualità“, hanno tenuto, in qualità di esperti in materia, dei seminari alla presenza di politici, insegnanti e forze dell’ordine per dimostrare come, secondo loro, sia possibile rieducare i gay e per denunciare il naturale portamento di questi ultimi a sodomizzare i ragazzi. Un vero e proprio simposio che partiva da assiomi come “il movimento gay è un’istituzione del male che ha come obiettivo quello di sconfiggere il matrimonio e sostituirlo con una cultura della promiscuità sessuale”.
Dopo un anno dalle loro accese disserzioni, i tre cercano ora di prendere le distanze dal disegno di legge ugandese e da coloro che lo stanno promuovendo.
Probabilmente neanche loro credono nell’equità e nell’efficacia di una disposizione che metterà a repentaglio la libertà, quando non la vita stessa, di circa 500mila esseri umani. È questo il numero stimato di omosessuali in una terra che oggi conta 31 milioni di persone.
fonte http://it.peacereporter.net - Antonio Marafioti
TRENTA MILIONI DI MIGRANTI, UNA RISORSA ECONOMICA DECISIVA
23 febbraio 2010
Trenta milioni di migranti africani contribuiscono alle economie dei paesi d’origine con 40 miliardi di dollari di rimesse, circa 29 miliardi e 500 milioni di euro: i dati sono stati diffusi nel corso di un seminario di studio sulle migrazioni africane, organizzato a Capo Verde da Caritas/Migrantes.
Secondo un documento presentato agli incontri i flussi di rimesse valgono pressappoco il 3% del Prodotto interno lordo (PIL) del continente, all’incirca “quanto gli stati ricevono sotto forma di aiuti allo sviluppo” e “di più rispetto al totale degli investimenti esteri in forma diretta”.
Durante il seminario è stato evidenziato che circa la metà delle rimesse africane arriva in Nigeria (10 miliardi) e in Egitto (8 miliardi e mezzo). Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un terzo delle rimesse giunge in zone rurali e depresse, “con un aggravio economico per gli elevati costi di transazione causato dalla scarsa presenza di intermediari finanziari locali”.
fonte http://allafrica.com
Cambio valuta: in data 26/02/2010 1 dollaro USA è pari a 2040 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 2768,7296 scellini ugandesi
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Tag:Africa, chiesa ugandese, Emergency, Eni, Joseph Kony, Killa Gay Bill, Lord's Resistance Army, medicina, mercato comune africano, migranti, mine, Museveni, oil companies, omosessualità, ribelli, Uganda, Unicef, unione doganale | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
UgandAbout – ottobre 2009
Last Updated on venerdì, 30 ottobre 2009 12:26 Written by Simona Meneghelli venerdì, 30 ottobre 2009 12:26
Eccovi alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nell’ottobre 2009.
IN UGANDA EMERGENZA BAMBINI INFETTATI DA HIV
1 ottobre 2009
AVVIATO DIALOGO TRA PRESIDENTE E RE DEI BAGANDA
1 ottobre 2009
HUMAN RIGHTS WATCH ACCUSA LA POLIZIA UGANDESE PER LE DECINE DI MORTI DURANTE LE PROTESTE DEI BUGANDA
2 ottobre 2009
IMMIGRAZIONE FONTE DI RICCHEZZA, UN RAPPORTO SCARDINA I LUOGHI COMUNI
6 ottobre 2009
LE DONNE DELL’AFRICA
9 ottobre 2009
SEVEN GORILLAS RETURN FROM RWANDA
12 october 2009
ENTEBBE TRAFFIC TO DOUBLE
12 october 2009
WOMEN’S EMPOWERMENT – MEN ARE INTERESTED
13 october 2009
CASH REWARDS FOR BEST STUDENTS
14 october 2009
COMMISSIONE DENUNCIA AUMENTO CASI DI TORTURA
14 ottobre 2009
HOMOSEXUALS FACE DEATH PENALTY
14 october 2009
QUASI UN MILIARDO GLI AFRICANI CHE, MEDIAMENTE, VIVONO PIU’ A LUNGO
23 ottobre 2009
L’AFRICA APPROVA LA PRIMA CONVENZIONE CONTINENTALE AL MONDO PER LA PROTEZIONE DI RIFUGIATI E SFOLLATI
24 ottobre 2009
IN UGANDA EMERGENZA BAMBINI INFETTATI DA HIV
1 ottobre 2009
Barriere logistiche causate da tempi, spazi e impossibilità di accesso alle cure, sono i primi e principali limiti per affrontare l’emergenza sanitaria dell’Uganda, un paese in cui l’incidenza della HIV nei bambini piccoli vede salire la mortalità infantile in progressione esponenziale, dal 2003 ad oggi, del 200% circa.
L’accesso alle cure per i bimbi che nascono con il virus o che lo contraggono è un limite insuperabile che viene affrontato dai terapeuti attraverso programmi di recupero e di assistenza psicosociale come base per la formazione di persone capaci di affrontare programmi di prevenzione sanitaria.
L’osservazione dei bambini ugandesi è stata condotta in un centro sanitario africano, il S. Raffael di Kampala, dove dal 2003 si sono assistiti i malati e i portatori del virus in modo da poter valutare quanto sia efficace la prevenzione e l’assistenza sociale in un paese povero e limitato nell’accesso ai servizi sanitari.
Secondo quanto emerso l’assistenza continua è l’unico mezzo di prevenzione e di guida alle terapie valido, che permette di seguire i bambini infetti fino al loro inserimento in programmi terapeutici per adulti; lo scopo è quello di fare in modo che i bambini non tralascino i momenti di richiamo e follow up e quindi seguano il programma per limitare la diffusione del virus dell’HIV in Uganda.
fonte www.tantasalute.it – Martina Cecco
AVVIATO DIALOGO TRA PRESIDENTE E RE DEI BAGANDA
1 ottobre 2009
“Finalmente amici?”: così titola oggi il quotidiano ugandese ‘Daily Monitor’, che dedica la prima pagina all’incontro avvenuto ieri tra il presidente Yoweri Museveni e il re dell’etnia Baganda, Ronald Muwenda Mutebi II, dopo gli scontri di alcune settimane fa tra forze dell’ordine e sostenitori del re, conclusi con vittime e arresti.
Non si conoscono i dettagli dell’incontro definito ’storico’ – era il primo da quattro anni – ma le parti concordano nel definirlo “costruttivo e cordiale”. Secondo le informazioni riferite dalla radio nazionale, i colloqui tra le due delegazioni “costituiscono la base per un dialogo” tra il governo di Kampala e le autorità del regno tradizionale del Buganda.
Gli scontri avvenuti tra il 10 e il 12 settembre erano scaturiti da un divieto imposto a un dirigente Baganda ma all’origine delle tensioni stanno più ampie questioni legate alla spartizione del potere, all’influenza politica e alla riforma agraria voluta da Museveni.
La crisi con i Baganda è stata presentata come una delle peggiori crisi che il presidente si sia trovato ad affrontare nei 23 anni trascorsi alla guida del paese.
fonte www.misna.org
HUMAN RIGHTS WATCH ACCUSA LA POLIZIA UGANDESE PER LE DECINE DI MORTI DURANTE LE PROTESTE DEI BUGANDA
2 ottobre 2009
‘Human Rights Watch’ ha presentanto ieri un rapporto nel quale si sostiene che le forze dell’ordine ugandesi avrebbero sparato contro la popolazione, in modo non giustificato e non necessario, durante le manifestazione che hanno sconvolto Kampala il 10 e l’11 settembre scorso.
Nel rapporto dell’organizzazione umanitaria viene rivelato che almeno 13 persone sarebbero state uccise nelle loro case con colpi sparati attraverso le porte sbarrate.
Alla base degli scontri c’è stata la rivolta del gruppo etnico dei Buganda dopo il rifiuto del governo di Kampala di permettere al Ronald Mutebi II, re del Buganda, di visitare alcune zone del Paese. I moti dei Buganda sono stati repressi con estrema violenza e i morti accertati fino ad ora sono 27 anche se sembrerebbe che la cifra sia molto più alta. Tra le vittime ci sarebbe anche un bambino di due anni mentre i feriti sarebbero almeno 120.
E mentre ‘Human Rights Watch’ chiede ad alta voce l’insediamento di una commissione neutrale per accertare le responsabilità del massacro, il governo continua a trattenere in prigione la maggioranza delle 846 persone arrestate nei giorni scorsi. Le altre sono state liberate dietro pagamento di una cauzione. Il vice Primo Ministro Kirunda Kivejinja che ha confermato il numero delle vittime ha dichiarato “la maggior parte degli arrestati saranno processati per incitamento alla violenza, partecipazione ad assemblee illegali, sommossa e terrorismo“.
Il presidente ugandese Yoweri Museveni, che governa il paese dal 1986, ha promesso azioni severe contro i rivoltosi sospetti.
fonte http://it.peacereporter.net
IMMIGRAZIONE FONTE DI RICCHEZZA, UN RAPPORTO SCARDINA I LUOGHI COMUNI
6 ottobre 2009
Rimuovere le barriere che impediscono la circolazione dei migranti può accrescere la libertà delle persone e migliorare le vite di milioni di perone nel mondo, favorendo lo sviluppo umano e avvantaggiando le attività economiche: a sostenerlo è il rapporto ‘Vincere le barriere’ pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) che scardina alcuni tra i più diffusi luoghi comuni sulle migrazioni.
“I migranti, oggi, sono circa un miliardo nel mondo – afferma lo studio – ovvero una persona ogni sette, ma contrariamente a quanto si crede circa 740 milioni sono migranti interni, e costituiscono dunque un numero tre volte maggiore di quello dei migranti internazionali”. Inoltre, tra questi ultimi “appena il 30% decide di trasferirsi da un paese in via di sviluppo a un paese sviluppato” osserva l’Undp, secondo cui, per esempio “solo il 3% degli africani vive al di fuori del suo paese di nascita”.
Contrariamente a quanto si ritiene generalmente “i migranti favoriscono lo sviluppo dell’attività economica, restituendo al territorio più di quanto prendono”. Inchieste dettagliate realizzate in diversi paesi hanno dimostrato infatti che l’immigrazione aumenta l’occupazione, non affolla il mercato locale del lavoro e migliora i tassi degli investimenti nelle imprese e nelle nuove aziende.
Inoltre i vantaggi in termini di sviluppo per i migranti sono enormi, sottolineano gli esperti: quelli provenienti dai paesi più poveri “vedono i loro introiti moltiplicarsi, in media, per 15, il loro tasso di scolarizzazione raddoppiato e il tasso di mortalità infantile diviso per 16 dopo una migrazione verso un paese sviluppato”.
Alla luce di queste considerazioni, il rapporto raccomanda di “garantire l’accesso ai lavoratori migranti, soprattutto ai meno qualificati; garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali dei migranti (accesso all’educazione, alla sanità e al diritto di voto) e trovare soluzioni concertate di cui beneficino sia i paesi di accoglienza che i migranti”.
fonte www.misna.org
LE DONNE DELL’AFRICA
9 ottobre 2009
Si tiene in questi giorni, a Città del Capo, il ‘Congresso mondiale di Ginecologia e Ostetricia’. I numeri che riguardano la pelle delle donne, le percentuali degli aborti, soprattutto delle giovanissime, disegnano i contorni di una condizione di genere sotto assedio.
Un quarto delle donne che abortiscono sono adolescenti, la clandestinità dei rimedi cui si ricorre è la risposta immediata di vite congelate in una miseria atavica. Tredicimila esperti si confrontano su questo scenario. Le parole degli esperti chiamano in causa il compito delle scuole pubbliche e quello delle istituzioni: informazione e contraccezione sono gli ingredienti fondamentali. Idee sane e proiettate sul successo nel lungo periodo, ma con una difficoltà procedurale e contingente schiacciante.
La condizione della maternità e quindi anche della non maternità non è legata unicamente alla condizione della donna, alla sottomissione sociale e privata, ma a un contesto di povertà da cui non sarebbe possibile separare la singola situazione, il singolo problema. Preservativi, farmaci, terapie anti HIV hanno un costo proibitivo per quasi tutti. La scuola per prima ce l’ha.
E’ la miseria a interdire l’accesso alla cultura, all’informazione e quindi alla consapevolezza di sé e alla tutela della propria salute. E il problema culturale non può essere mai disgiunto dalla discriminazione economica. Le parole degli esperti e le buone intenzioni non possono prescindervi e possono semmai diventare una pressione in più per i governi chiamati in causa. Una soluzione alla Lula, con i preservativi quasi gratis, può sembrare una provocazione, non più di un pronto soccorso per l’emergenza, ma è comunque un richiamo al cuore del problema.
Non c’è dubbio che l’utilizzo del preservativo sia difficile da integrare con la visione maschilista della famiglia e delle relazioni uomo-donna, lo è persino quando c’è un rischio di contagio di malattie a trasmissione sessuale, figurarsi nella scelta e nella programmazione delle gravidanze. Non è difficile che una donna veda i propri figli senza scarpe né vestiti, spesso senza cibo e senza scuola e non riesca a vedere la priorità della contraccezione. E’ la povertà economica a impedirle questa forma di riscatto, d’informazione e di educazione. Inutile nascondersi tra le parole: una ragazza in una città che la affama preferirà morire di HIV più in là, che di fame subito. Questo è quello che rispondono molte alle domande dei volontari.
Il binomio efficace, secondo il Presidente della ‘Società italiana di Ginecologia ed Ostetricia’ (SIGO), Giorgio Vittori, è quello della pillola e del preservativo per agire sia sulla questione della gravidanze non programmate, e quindi sui numeri degli aborti, sia per abbattere le infezioni sessuali. Bisognerebbe ricordare che nei territori più tartassati dell’Africa, sono i missionari cattolici ad essere presenti e ad insegnare approcci diversi sui costumi sessuali e sulle questioni della vita familiare. Magari non del tutto in linea con quelle ortodosse di Roma, ma certamente non eretiche. La SIGO, rientrata in patria potrebbe pubblicamente sottoporre la sua tecnica al Vaticano. E’ chiaro però che dovranno essere gli stati, e non le missioni o le ONG, a farsi carico di certe campagne.
Ma si rimane come immobili di fronte alla normalizzazione di un’Africa che muore. I governi per primi. Eppure in Africa è normale ammalarsi, non potersi curare, non avere i farmaci, non poter difendere la vita delle giovani o delle bambine. Forse la verità è che l’Africa toglie il fiato con le sue contraddizioni e che di buone teorie siamo ormai in overdose. Le sue donne e le loro storie ci obbligano, prima di tutto, a ricordarci quanto noi siamo lontani dall’inferno.
fonte www.altrenotizie.org – Rosa Ana De Santis
SEVEN GORILLAS RETURN FROM RWANDA
12 october 2009
Seven gorillas that had crossed to Rwanda from Mgahinga National Park in south-western Uganda a year ago have returned. According to Lillian Nsubuga, the Uganda Wildlife Authority (UWA) spokesperson, the Nyakagezi group left the country on November 18, last year and returned last Thursday.
“Their return is being treated as an Independence Day gift” Nsubuga said. “This is the longest time the group has spent in Rwanda. They often cross the border and come-back after a short time”.
However, Nsubuga was not sure when the tracking of the group would resume. “We have started monitoring them. So far, they have not charged at the trackers meaning that they are still habituated. This is an indication that tracking by tourists could begin soon” she said.
Habituation is a process through which gorillas become used to human beings without losing their wild character.
Nsubuga noted that Nyakagezi was the only habituated group in Mgahinga National Park. “Wildlife is migratory in nature, but the gorillas have a place they call home” Nsubuga said. Asked whether the gorillas are likely to go back to Rwanda, Nsubuga said: “I cannot rule that out, but their home is in Mgahinga and they will always come back”.
While the mountain gorillas were away, the park authorities were promoting the golden monkeys as a tourism attraction. With the return of Nyakagezi and the recent launch of other groups in Bwindi, Nshongi and Nkuringo, Kisoro is likely to become a tourism hub.
Half of the 700 mountain gorillas in the world are found in the Bwindi Impenetrable National Park. The rest occupy the Virungas mountains, which straddle Uganda (Mgahinga), Rwanda and the DR Congo. UWA manages the gorillas in collaboration with Rwanda and the DR Congo under the International Gorilla Conservation Programme.
fonte http://allafrica.com – Gerald Tenywa
ENTEBBE TRAFFIC TO DOUBLE
12 october 2009
Entebbe Airport’s passenger numbers will double by 2022, the works and transport minister, John Nasasira. Launching British Airway’s plan to increase flights from Entebbe last week, Nasasira said the flow will rise to 1.8million from 936,184 as of 2008.
“The added flights from Entebbe are timely, considering the need for faster links between Uganda and the rest of the world” he said. The minister said British Airways’ planned increase of flights to five, effective October 28, from the current three will further boost passenger numbers.
“Air traffic at the airport has been steadily growing over the years. British Airways’ added flights will immensely contribute towards this growth, and surpass the anticipated figures” Nasasira said. The Government is also modernising the airport to meet future demands of airlines like British Airways, the minister added. Ashley Cowen, the general manager for Africa, Asia and the Pacific, said increased frequency to Entebbe would provide their customers with flexible schedules.
“We are sure the benefits will extend not only to the traveller but the entire country, in the form of tourism and trade opportunities” he said. Ian Petrie, the general manager for Africa, commended the Civial Aviation Authority for upgrading the airport to international standards. Petrie said Africa was emerging as an important growth market for the airlines as passenger numbers shrink due to the global economic recession. He said the airline plans to boost its African business by providing new aircrafts and world class services such as modern lounges.
“With the exception of the Americas, which registered minor positive growth, Africa and the Middle East were the only regions that registered highly positive growth. This is remarkable given the current global financial down-turn” Petrie added.
fonte http://allafrica.com – Sylvia Juuko
WOMEN’S EMPOWERMENT – MEN ARE INTERESTED
13 october 2009
A trident of gender legislation will be debated in Uganda’s parliament in November: the Marriage and Divorce Bill, the Domestic Violence Bill and the Female Genital Mutilation Bill.
One of the voices expected to be heard backing the bills is that of a man: Chris Baryomunsi is the vice chairperson of the parliamentary committee on social services and well-known in Uganda for his defence of women’s rights.
He argues that a paradigm shift is needed if gender equality and women’s empowerment is to be achieved. In his view, the term ‘gender’ was largely understood to mean women, excluding men from a movement for women’s rights. Messages of gender equality, he says, must be packaged to convince men to become involved and participate in the changes.
Baryomunsi participated in a two-day workshop at the end of September intended to enlist men as partners to advocate for the proposed bills.
The workshop was organised by the Uganda Women’s Parliamentary Association (UWOPA) in partnership with Uganda’s ministry of gender, the United Nations Development Fund and the Norwegian government. Excerpts of his interview with IPS follow.
IPS: Why has there been so much male resistance to passing gender-related legislation in Uganda’s Parliament?
Our society, traditions and the environment have given a lot of powers to men compared to women, which to me is an injustice. And while these laws are trying to cure that injustice, men view it as part of their power going away.
As a natural reaction, they would oppose anything which is taking away their power.
I think what is important is to package the whole issue in a manner that will convince men that we are trying to empower them so that we can remove these gaps and enjoy our human rights as individuals; not that they are intended to disempower men and empower women to the disadvantage of men.
But definitely, it is a question of tradition, the environment and society in which we live, where it has become socially acceptable that the man is more powerful than the woman.
IPS: So why is male involvement important at this time?
Because we are basically tracing the power relations between a male and a female and it is true that in our society, the balance of power disfavours the female gender. So we are trying to address this balance by empowering the female so that she can enjoy her rights.
And of course this is now a bargain between the man and the woman. So it becomes very important for the males to be involved, fully on board and to appreciate the importance of this legislation.
And in any case, it is the men who make the decisions. Even the Parliament which will be the final authority over the legislation has more males than females. So if the men are not brought fully on board to appreciate what the purpose of this legislation is, then you cannot win.
Once male legislators are on board, it becomes easy for them to communicate to the rest of the men in the country. When we present this law (as one that is) good for us the leaders, then men in the community will definitely accept and know that it is good for them. But if we present that this is a very dangerous law to the men, then you will get resistance.
Male involvement should therefore be addressed as a priority.
IPS: How can we create effective and culturally-sensitive strategies which can get men on board?
Some of these things will not be easy to legislate upon because culture evolves and evolution sometimes is very slow. We have to critically look at these legislations.
And I think not everything must be put into a law. If we evaluate how far we have gone in terms of addressing these gender issues, we can see what to include in the laws and what to leave out.
But a law in itself is not the final solution. You can have a law, but also continue with interventions on the ground which will interrogate the culture, tradition and societal behaviour to ensure that people continue to be mobilised.
It therefore becomes important to design culturally-sensitive programmes and interventions that will challenge some of these harmful perceptions and behaviours.
And that calls for involvement of all the stakeholders. Cultural and religious leaders and opinion leaders within the communities must be brought on board.
Gradually and eventually, some of these stereotypes of the attitudinal beliefs will be discarded as everybody appreciates the need to empower both men and women and not really to disempower anybody.
IPS: How do men internalise the notions of what it means to be a man and how does that affect their ability to accept and appreciate gender-sensitive laws?
Society imparts a lot of powers on men. So men see masculinity as giving them the power to domineer on others, especially women.
As a man, you want to make decisions in the home and be the one to support your family materially and financially thus seeing yourself as superior.
And then on the other side, women are seen as the weaker sex who should do the household activities as cooking, child bearing and laying beds.
These legislations are interrogating this kind of attitude and behaviour. Therefore, it becomes very crucial in empowering the man to understand that even a woman can do some of the things that men think are traditional male roles. But it takes time. It should not be rushed. With increased exposure and mobilisation, the men will appreciate that their being powerful as a man should not be to the disadvantage of a woman.
IPS: What is the way forward to ensure that this Marriage & Divorce Bill is passed in to law?
The women parliamentarians with support from their partners have done a good job to mobilise the male legislators before these laws are debated in Parliament. Part of the way forward is to mobilise both the men and women – because it is wrong to assume that it is only the men who are opposing the provisions in this Bill. We know that the failed Domestic Relations Bill was also resisted by some women.
So we must simplify these messages which are contained in the Bills and explain them to the public. The people behind these legislations could use the men who are already on board to explain to the public that the fears men could be having that these laws will undermine their power are far-fetched.
We shall make sure that we pass a law that is good for this country; a law that should not undermine the powers and responsibilities of men but also not undermine the powers and rights of women.
fonte http://allafrica.com
CASH REWARDS FOR BEST STUDENTS
14 october 2009
Up to Shs50,000 and Shs300,000 is up for grabs for Gulu District’s best-performing candidates in this year’s O and A Level national exams.
According to the head teacher of Gulu College, Mr Patrick Loum, all Senior Four candidates who will secure distinctions will each get Shs50,000 and Senior Six candidates with 20 points and above will each get Shs300,000. The package will also include paying part of the tuition at the university, which will be met by the school management board.
fonte http://allafrica.com
COMMISSIONE DENUNCIA AUMENTO CASI DI TORTURA
14 ottobre 2009
Preoccupazione per l’aumento dei casi di tortura compiuti da membri di polizia ed esercito è stata espressa dalla ‘Commissione ugandese per i diritti umani’ (Uhrc), un organismo indipendente previsto dalla Costituzione. In base ai dati contenuti in un rapporto diffuso a Kampala, l’Uhrc ha denunciato almeno 364 casi di gravi violazioni dei diritti umani avvenuti nelle carceri ugandesi nel 2008, registrando un aumento del tre per cento rispetto all’anno precedente.
Secondo il documento, le accuse di abusi riguardano soprattutto poliziotti (237 casi denunciati) e soldati (127 casi). “Le torture proseguono senza diminuzione da parte di agenti del governo, nonostante l’opera di sensibilizzazione realizzata dalla Commissione e dalle autorità sul tema dei diritti umani” è scritto nel dossier, in cui si chiede all’esecutivo di approvare una legge, in discussione da alcuni mesi in Parlamento, che proibisca gli episodi di tortura da parte di componenti delle forze di sicurezza, prevedendo sanzioni penali per gli autori degli abusi.
Finora, nei casi denunciati ai tribunali nazionali dalle vittime, il governo è stato costretto a presentarsi come parte civile, pagando lo scorso anno l’equivalente di 100.000 euro in indennizzi.
fonte www.misna.org
HOMOSEXUALS FACE DEATH PENALTY
14 october 2009
Aggravated homosexuality will be punished by death, according to a new bill tabled in Parliament yesterday. The private member’s bill was tabled by Ndorwa West MP David Bahati (NRM). A person commits aggravated homosexuality when the victim is a person with disability or below the age of 18, or when the offender is HIV-positive. The bill thus equates aggravated homosexuality to aggravated defilement among people of different sexes, which also carries the death sentence.
The Bill, entitled the Anti-Homosexuality Bill 2009, also states that anyone who commits the offence of homosexuality will be liable to life imprisonment. This was already the case under the current Penal Code Act. However, it gives a broader definition of the offence of homosexuality. A person charged with the offence will have to undergo a mandatory medical examination to ascertain his or her HIV status.
The bill further states that anybody who “attempts to commit the offence” is liable to imprisonment for seven years. “The same applies to anybody who aids, abets, counsels or procures another to engage in acts of homosexuality” or anybody who keeps a house or room for the purpose of homosexuality.
The bill also proposes stiff sentences for people promoting homosexuality. They risk a fine of sh100m or prison sentences of five to seven years. This applies to people who produce, publish or distribute pornographic material for purposes of promoting homosexuality, fund or sponsor homosexuality. Where the offender is a business or NGO, its certificate of registration will be cancelled and the director will be liable to seven years in prison.
Failure to disclose the offence within 24 hours of knowledge makes somebody liable to a maximum sh5m fine or imprisonment of up to three years. The provisions, according to the bill, are meant to “protect the traditional family by prohibiting any form of sexual relations between persons of the same sex.”
They are also meant to prohibit the “promotion or recognition of such sexual relations in public institutions and other places through or with the support of any government entity or NGO”. The bill further aims at protecting children and youth who are “made vulnerable to sexual abuse and deviation as a result of cultural changes, uncensored information technologies and increasing attempts by homosexuals to raise children in homosexual relationships through adoption or foster care.”
Bahati said the legislation is intended to complement the provisions of the Constitution and the Penal Code Act.
fonte www.newvision.co.ug – Mary Karugaba and Catherine Bekunda
QUASI UN MILIARDO GLI AFRICANI CHE, MEDIAMENTE, VIVONO PIU’ A LUNGO
23 ottobre 2009
Sono 987 milioni gli abitanti del continente africano, saranno un miliardo l’anno prossimo e, ai tassi di crescita attuali, potrebbero essere due miliardi entro il 2050: è stato reso noto ad Addis Abeba durante i lavori della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (Cipd), 15 anni dopo la sua istituzione in Egitto dove divenne nota anche come ‘Consenso del Cairo’.
Nella capitale egiziana, nel 1994, venne sviluppato un programma d’azione ventennale che comprendeva diverse tematiche relative a popolazione, sviluppo e diritti umani. Per il 15° anniversario da cinque giorni sono in corso ad Addis Abeba incontri tra esperti e ministri che hanno tra le altre cose sottolineato il crescente peso demografico del continente nel contesto mondiale.
Dai dati diffusi nella capitale etiopica, risulta che l’Africa orientale è la regione del continente maggiormente popolata con 315, 8 milioni di abitanti (il 31% del totale); seguono l’Africa occidentale (291 milioni di abitanti, 29,5% del totale), quella del nord (194,4 milioni e 19,7%) quella centrale (117,4 milioni di abitanti, 11,9%) e infine quella australe (56,25 milioni di abitanti, 5,7%).
Tra i dati resi noti, il tasso di mortalità per sindrome da immunodeficienza acquisita (SIDA/AIDS) che resta più alto nel cono australe del continente e l’aspettativa di vita più alta, quella tunisina (73,89 anni), a confronto con la media continentale attuale (54 anni) e di mezzo secolo fa (39 anni).
fonte www.misna.org
L’AFRICA APPROVA LA PRIMA CONVENZIONE CONTINENTALE AL MONDO PER LA PROTEZIONE DI RIFUGIATI E SFOLLATI
24 ottobre 2009
L’Africa è il primo continente al mondo ad aver adottato una Convenzione per la protezione di profughi, rimpatriati e rifugiati. La Convenzione è stata approvata dal vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo africani che si è chiuso il 23 ottobre, a Kampala, capitale dell’Uganda.
La Convenzione obbliga gli Stati membri dell’Unione Africana a prevenire le cause dei movimenti migratori e a tutelare gli sfollati, cercando di trovare delle soluzioni per chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa.
17 Stati (Uganda, Somalia, Repubblica Sahraui, Burundi, Rwanda, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana , Namibia, Etiopia, Gambia, Repubblica del Congo, Nigeria, Gibuti, Liberia, Sierra Leone, Zambia, Zimbabwe) hanno già firmato il documento, che per diventare operativo dovrà essere ratificato da almeno 15 dei 53 Stati dell’Unione Africana. Nel preambolo della Convenzione, i firmatari si dicono “coscienti della gravità della situazione degli sfollati interni, fonte di instabilità costante e di tensione per gli Stati africani”.
L’articolo 3 impegna gli Stati a “proibire e prevenire ogni trasferimento arbitrario di popolazione e assicurare il rispetto dei principi d’umanità e di dignità degli sfollati”. I firmatari si impegnano a lottare contro i responsabili dei trasferimenti forzati di popolazioni, che devono essere giudicati in base al diritto dei singoli Paesi e di quello internazionale, mentre gli Stati membri dell’Unione “devono dichiarare i trasferimenti forzati dei crimini punibili dalle legge, equiparabili al genocidio, ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità”. I firmatari si impegnano infine a rispettare e a proteggere gli operatori umanitari impegnati nell’assistenza di rifugiati e sfollati.
L’Africa è il continente con il maggior numero di sfollati, circa 12 milioni, ai quali si aggiungono oltre 5 milioni di rifugiati. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sfollati e rifugiati africani sono concentrati soprattutto in otto Paesi: Ciad, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Sudan.
“Adottando questa Convenzione, lanciamo anche una sfida alla comunità internazionale, in particolare all’ONU, perché cominci ad adottare uno strumento simile da applicare al mondo intero per garantire i diritti degli sfollati” ha sottolineato il Presidente dello Zambia, Rupiah Banda.
fonte www.fides.org
E RISORSE MINERARIE AFRICANE VALGONO 46.200 MILIARDI DI DOLLARI; CON IL 12% DI QUESTA SOMMA L’AFRICA POTREBBE FINANZIARE LA COSTRUZIONE DI INFRASTRUTTURE DI LIVELLO EUROPEO
26 ottobre 2009
Ma quanto valgono le risorse africane? Secondo David Beylard uno studioso congolese che ha pubblicato un’inchiesta su ‘Les Afriques’ (una rivista economica panafricana), l’ammontare delle ricchezze africane è pari a 46.200 miliardi di dollari. “Il valore finanziario dei giacimenti africani di materie prime, finora scoperte, è di 46.200 miliardi di dollari! Perché l’Africa non riesce a valorizzare una simile ricchezza che equivale a 13 volte il reddito annuale della Cina? Un patrimonio largamente sufficiente per trasformare il continente in una delle prime potenze mondiali” scrive Beylard.
Con il 12% di questa somma l’Africa potrebbe finanziare la costruzione di infrastrutture di livello europeo.
Una della cause del mancato sviluppo dell’Africa è il modello economico fondato sulla finanza speculativa. Secondo lo studioso infatti “alcune società minerarie senza mezzi adeguati, a volte persino senza personale, né uffici, appartenenti ad azionisti anonimi, registrate in paradisi fiscali, riescono grazie a promesse e a messe in scena, a convincere i governi africani ad affidare loro delle enormi concessioni minerarie. Una volta intascato il contratto, queste società si precipitano in borse poco regolamentate, in genere canadesi, per sfruttare i loro titoli africani e intascare dei profitti prima ancora che un solo grammo di minerale sia estratto dalla concessione a loro affidata”.
In pratica, si crea sulla carta una ricchezza garantita dalle risorse africane, senza che queste vengano realmente sfruttate e, soprattutto, senza che apportino reali benefici agli africani. Una situazione scandalosa se si pensa che il sistema finanziario internazionale continua ad esigere il pagamento degli interessi sui debiti contratti dai Paesi africani. “Perché accordare così poco credito all’Africa, che dispone di un patrimonio di risorse naturali gigantesco, capace di assicurare la solvibilità ben oltre i suoi bisogni? Mentre il sistema finanziario internazionale accetta di investire in società occidentali, anonime, opache, prive di competenze e di capitali, sulla sola garanzia di un contratto africano?” domanda Beylard.
Secondo uno studio effettuato da una società di consulenza specializzata negli investimenti in Africa, nel continente vi sono 10 milioni di giacimenti di materie prime (sia su terraferma che in mare), ma solo 100mila sono sfruttati. Nove milioni 900.000 giacimenti, ovvero il 90% del totale, non sono messi in valore. Eppure sono conosciuti e catalogati da un’apposita banca dati, che si avvale delle più avanzate tecnologie satellitari e informatiche. La situazione potrebbe cambiare grazie anche alla ‘fame’ di energia e di materie prime dei Paesi asiatici. Occorre però tenere alta la vigilanza affinché non si assista ad una nuova ‘corsa all’Africa’ da parte di grandi e medie potenze, con il rischio di provocare nuove guerre per il controllo delle risorse strategiche.
“Oggi esiste una stretta connessione tra lo sfruttamento delle risorse naturali, il traffico di armi e l’insicurezza deliberatamente mantenuta” affermano i Padri Sinodali. “Noi chiediamo alle istituzioni della Chiesa che operano in quelle società perché facciano pressione allo scopo di ottenere che quelle popolazioni gestiscano in proprio le loro risorse naturali. Per parte sua la Chiesa cercherà di istituire nelle varie nazioni del continente un tavolo di monitoraggio della gestione delle risorse naturali”.
fonte www.fides.org
UgandAbout è un servizio dell’Associazione Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli
Tag:Africa, bambini, Buganda, death penalty, Domestic Violence Bill, donne, Entebbe airport, Female Genital Mutilation Bill, gorilla, HIV, homosexuality, Kampala, Marriage and Divorce Bill, migranti, Museveni, rifugiati, risorse minerarie, tortura | Posted under UgandAbout | Commenti disabilitati
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